L’intervista del Prof. Luigi Naldini: un’occasione per riflettere sull’avvenire della nostra Università

domenica, luglio 28, 2013
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L’intervista del Prof. Luigi Naldini: un’occasione per riflettere sull’avvenire della nostra Università

Noi filosofi dovremmo ascoltare ogni giorno con più attenzione le parole dei ricercatori delle scienze – di tutte, naturalmente, ma di quelle di frontiera anche di più. Con la pubblicazione di questa intervista al Professor Luigi Naldini, che si può trovare sul sito dell’Università San Raffaele, vorremmo aprire un momento di riflessione, aperto a tutti i docenti e agli studenti della nostra Università ma – perché no – anche a tutti gli interessati, indipendentemente dall’appartenenza universitaria. Come immaginate un’università dove veramente la ricerca scientifica e sperimentale di punta, ma anche la pratica clinica, si aprano alla riflessione umanistica? E viceversa, quali temi, quali filoni di indagine, quali spunti di critica, quali metodi, quali discipline dovrebbero essere promossi nell’ambito della filosofia – insegnamento e ricerca – perché questa riesca davvero a farsi ascoltare dai ricercatori sperimentali e dai clinici in formazione?

Il nostro Ateneo ha già avviato numerose esperienze di interdisciplinarità: gli insegnamenti di eminenti neuroscienziati diretti a tutti gli studenti di filosofia, la collaborazione più puntuale a livello di specialistica, dottorato, Schools, su temi relativi a insegnamenti già in se stessi aperti al momento sperimentale o a quello clinico – come la linguistica, la neuro-economia, la filosofia della mente, certi aspetti della fenomenologia, la bioetica; l’apporto degli insegnamenti di Medical Humanities nell’International Medical Doctor Program. Quali di queste esperienze hanno funzionato meglio? Dove si potrebbe migliorare? Quali altre iniziative si potrebbero immaginare?

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2 commenti a L’intervista del Prof. Luigi Naldini: un’occasione per riflettere sull’avvenire della nostra Università

  1. Ruggero Pardi
    giovedì, agosto 1, 2013 at 11:44

    Liberare il talento dei nostri studenti: conta di più ciò che insegnamo o come lo insegnamo?

    I recenti, straordinari successi del gruppo guidato da Luigi Naldini nel campo della terapia genica, e la sua recente intervista pubblicata sul Lab dimostrano che il San Raffaele è un contesto unico nel quale sono presenti gli strumenti e il know-how necessari per trasferire i prodotti della ricerca al letto del malato. Come docenti – non solo della facoltà di Medicina – che operano in questo contesto credo dovremmo chiederci in che modo l’insegnamento può contribuire a svelare e coltivare negli studenti e nei giovani laureati il talento necessario per maturare e realizzare le idee che rendono possibile il progresso della medicina nei suoi molteplici aspetti umanistici, scientifici e tecnologici, a beneficio dei pazienti. Il problema non è, a mio giudizio, di quantità o qualità delle nozioni che trasferiamo ai nostri studenti; è piuttosto un problema metodologico e tipicamente maieutico. Come dare allo studente la “chiave” per entrare in modo autonomo e responsabile nel mondo della conoscenza, sfruttandolo per assecondare le proprie spinte vocazionali. Molti studi dimostrano che solo fornendo chiavi metodologiche per apprendere, in particolare nelle aree di confine tra ambiti disciplinari “storicamente” distinti tra loro, si dà ai giovani di talento la possibilità di sfruttare al massimo il proprio potenziale, generando quella pluralità di idee e di contributi che può efficacemente sfidare i dogmi esistenti e avanzare il fronte della conoscenza.
    Le idee che sono alla base di queste riflessioni sono maturate nel corso degli anni e sono fortemente influenzate da innovazioni introdotte di recente nei programmi MD di molte Università estere. Slogans come “inquire not just acquire”, “flexibility of choice”, “in depth exploration” hanno infatti ispirato riforme abbastanza radicali nei curricula di molte tra le più prestigiose scuole di medicina in USA, Canada, Australia e in alcuni Paesi Europei. Alla base di queste riforme stanno sia la necessità di adeguare i curricula alla progressiva evoluzione delle teorie e degli strumenti didattico-pedagogici, enfatizzando la necessità di sviluppare il “critical thinking” nello studente (Current trends in developing medical students’ critical thinking abilities. Harasym PH. et al. Kaohsiung J Med Sci. 2008. 24: 341), sia la consapevolezza che la figura del medico-ricercatore (physician scientist) è a rischio di estinzione anche nei Paesi più progrediti nell’educazione medica (“The vanishing physician scientist?” A. I. Schafer, Ed. 2009. Cornell University Press).
    Per far fronte a queste necessità, in molte Medical Schools sono state introdotte, in vario modo e con impatto variabile sul curriculum, delle attività teorico-pratiche integrate, su temi specifici di approfondimento, definibili come “Scholarly Concentrations” (per una rassegna recente: si veda ad esempio: How to Measure Success: The Impact of Scholarly Concentrations on Students—A Literature Review. Beth Bierer, S. et al. 2010. Acad. Med. 85:438). L’esempio dell’MD Program di Stanford è a questo proposito particolarmente istruttuvo (http://med.stanford.edu/md/curriculum/scholarly concentrations/). Il curriculum di Stanford prevede, a partire dal 2° anno (su 4 totali) di sviluppare almeno due “Scholarly Concentration Activities” (da adesso in poi: SCA), altamente strutturate, sia in ambiti scientifici che umanistico-relazionali. Agli studenti è offerto un certo numero di SCA predefinite in due macro-ambiti, definiti foundation (per sviluppare skills di ricerca e/o tecnologici) e application (per applicare tali skills a problematiche cliniche), che devono essere scelte dallo studente. In questo modo lo studente, accanto ai corsi e in aggiunta alla clinical clerkship, approfondisce due argomenti con corsi elettivi, seminari, attività pratico-tutoriali di laboratorio o di reparto, che gli forniscono le basi conoscitive, metodologiche e di inquiry proprie dell’ambito selezionato. E’ evidente che ogni SCA viene offerta ad un piccolo numero di studenti che sono seguiti quasi individualmente dai mentors e dai tutors di quella determinata area di competenza nello svolgimento dell’attività. In altre medical schools, come ad esempio a Duke, un intero anno sui quattro complessivi è dedicato a SCA (Engaging Students in Dedicated Research and Scholarship During Medical School: The Long-Term Experiences at Duke and Stanford. Laskowitz, DT et al. Acad. Med. 2010. 85:419).
    Credo che queste esperienze didattico-formative potrebbero darci un’ispirazione “alta” per lo sviluppo di un piano di studi innovativo, che introduca elementi qualificanti propri della nostra Istituzione. A mio modo di vedere l’introduzione mirata di questi “packages” tematici di attività formative nel nostro curriculum avrebbe se ben realizzata una serie di vantaggi, quali ad esempio:

    1. La possibilità di differenziare i percorsi formativi senza compromettere l’integrità del core curriculum, venendo incontro alle vocazioni degli studenti e contribuendo, attraverso l’approfondimento tematico, ad orientarli sulle fasi conclusive del percorso di studi (internati elettivi e tesi di laurea) e sulle future scelte professionali;
    2. La possibilità di adottare metodologie didattiche più orientate al problem-solving e all’integrazione tra metodologia scientifica, conoscenze umanistiche e ragionamento clinico;
    3. L’opportunità di coinvolgere in questo progetto giovani collaboratori nelle varie aree tematiche, con funzione di tutors in attività didattiche e pratico-tutoriali a piccoli gruppi di studenti.

    Conclusioni e prospettive
    Queste riflessioni, e la bibliografia allegata, hanno lo scopo di avviare un processo il più possibile condiviso di riesame critico dei nostri attuali curriculum, oltre che degli strumenti didattici correntemente utilizzati dai nostri docenti. L’obiettivo è sia quello di (ri)definire l’identità professionale del medico che vorremmo formare nella nostra Scuola di Medicina, sia su come far evolvere l’insegnamento della medicina dal punto di vista metodologico, puntando ad insegmanento che sia ritagliato in modo sartoriale sulle vocazioni e le attitudini degli studenti, e valorizzando al massimo le competenze che abbondano nella nostra Istituzione.

    Referenze essenziali
    Current trends in developing medical students’ critical thinking abilities. Harasym PH, Tsai TC, Hemmati P. Kaohsiung J Med Sci. 2008 Jul;24(7):341-55. Review.

    The medical school on the university campus: 20th-century legacy and 21st-century aspirations. Humphrey HJ, Levinson D, Smith L. Acad Med. 2010 Feb;85(2):273-82.

    The Emphasis Program: a scholarly concentrations program at Vanderbilt University School of Medicine. Gotterer GS, O’Day D, Miller BM. Acad Med. 2010 Nov;85(11):1717-24.

    Encouraging scholarship: medical school programs to promote student inquiry beyond the traditional medical curriculum. Green EP, Borkan JM, Pross SH, Adler SR, Nothnagle M, Parsonnet J, Gruppuso PA. Acad Med. 2010 Mar;85(3):409-18

    How to measure success: the impact of scholarly concentrations on students-A literature review. Bierer SB, Chen HC. Acad Med. 2010 Mar;85(3):438-52. Review.

    Engaging students in dedicated research and scholarship during medical school: the long-term experiences at Duke and Stanford. Laskowitz DT, Drucker RP, Parsonnet J, Cross PC, Gesundheit N. Acad Med. 2010 Mar;85(3):419-28.

    Foreword: Scholarly concentrations in the medical student curriculum.
    Boninger M. Acad Med. 2010 Mar;85(3):403-4. No abstract available.

    Scientific Foundations for Future Physicians. Report of the AAMC-HHMI Committee, 2009

    THE SCHOLARLY CONCENTRATION PROGRAM OVERVIEW
    http://medscholars.stanford.edu/

  2. don Paolo Andrea Natta
    giovedì, agosto 1, 2013 at 12:39

    Io credo che il nostro Ateneo necessiti assolutamente di un approfondimento nel campo teologico.
    Troppi dei nostri studenti escono senza avere neppure i più semplici rudimenti di questa scienza. Il corso di mons. Coda deve costituire l’inizio di un’apertura scientifica universitaria alla teologia (o meglio: di una “riapertura”!). Anche la Patristica diventa materia estremamente importante (come approcciare Agostino senza una conoscenza universitaria di chi viene prima e subito dopo di lui?). L’antropologia filosofica deve essere in sintonia con l’antropologia teologica. Etc.etc. L’incontro di Medicina, Psicologia e Filosofia non può realisticamente riuscoire senza il completamento del quadrato, ossia con la Teologia. Ovviamente pensata in maniera adatta al nostro contesto.

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