Discutiamone!

venerdì, 15 Ottobre, 2021
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Una bella occasione per accendere la luce della filosofia (?) sulle domande che ci facciamo tutti… E’ più bello discuterne dal vivo, ma ci si potrà anche collegare in remoto qui.

 

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10 commenti a Discutiamone!

  1. Vincenzo Costa
    lunedì, 18 Ottobre, 2021 at 16:24

    L’Occidente e la storia universale

    “Il liberalismo non è un possibile terreno d’incontro per tutte le culture, è l’espressione politica di un certo insieme di culture e appare del tutto incompatibile con altri insieme”. Così scriveva Charles Taylor, offrendo una lezione già dimenticata, e sulla quale vale la pena riflettere per capire che cosa sta accadendo

    1. Valori e potere: l’ipocrisia e la complicità

    La conquista e lo sterminio degli indigeni americani dopo la scoperta dell’America fu giustificata sulla base dei valori, dei valori veri, come un atto di umanità, per eliminare quelle culture disumane, quei costumi aberranti. Un compito di civilizzazione. Lo sterminio dei pellerossa in America del Nord fu giustificato con gli stessi motivi: selvaggi, tagliagole, incapaci di rispetto per le donne e per i bambini. L’imperialismo e il colonialismo furono giustificati sempre sulla base dei valori, di una presunta missione civilizzatrice, per portare aiuto e conforto ai deboli e agli oppressi. Poi, venne una critica feroce, demistrificatrice del colonialismo, che mostrò come dietro ai valori si nascondessero interessi feroci, ci fosse una lotta tra potenze imperialiste, una lotta geopolitica. Di questa consapevolezza non rimane oggi non rimane niente nella cultura progressista: tutto cancellato con un colpo di spugna. Il colpo di spugna è sempre il solito: i valori universali, che ovviamente sono così poco universali che variano: i valori universali e assoluti che giustificavano lo sterminio degli indios non sono quelli che giustificarono il colonialismo e quelli che giustificano la propaganda di guerra oggi verso l’Afghanistan e, in realtà, verso la Cina e verso altri 5 miliardi di persone che non sono del tutto disposti a considerare universali i valori dell’Occidente.
    Del resto, i valori vengono tirati fuori sempre e solo quando conviene: contro l’Afganistan, contro la Cina, contro la Russia. In Arabia saudita, invece, vi è un nuovo Rinascimento. I valori mostrano il dente d’oro, sono al traino dei dollari. Diventano non negoziabili a seconda del mercato e degli interessi. I valori sono un business per essere arruolati nella grande compagnia liberal-progressista, che promette ricompense a tutti i suoi propagatori.

    2. Contro i talebani o contro il popolo afghano?

    In questa nuova campagna da propaganda di guerra, che prelude a una campagna globale che finirà per coinvolgere Cina e Russia e ci porterà a romperci i denti, si sta enfatizzando una cosa: bisogna stare dalla parte del popolo afghano. E questo mi piace, mi piace molto, fa parte della mia cultura, che non è universale e non pretendo lo sia ma è la mia cultura: stare dalla parte dei popoli. Ma che cosa voglia il popolo afghano è proprio ciò che non è chiaro, e molti analisti, quelli seri (non la Botteri o Saviano) indicano che i talebani godono del sostegno di una parte enorme del popolo afghano. Io non lo so, non so come effettivamente stiano le cose, ma almeno qualche domanda sarebbe necessario porsela:
    La maggioranza del popolo afgano si sente oppressa da talebani o dagli occidentali?
    Avvertono come forza di occupazione i talebani o gli occidentali?
    Considerano la democrazia occidentale una forza di organizzazione del consenso o hanno altri modi di organizzare il consenso?
    Avverte i valori occidentali come emancipazione o come oppressivi ed estranei?
    Le donne afgane, o la maggiorana di esse, quelle che vivono fuori dalle grandi città, desiderano i diritti occidentali? Qualcuno ha chiesto loro che cosa desiderano, che cosa ritengono essere una vita dignitosa e desiderabile per loro?
    Non è che, dando voce ad alcune donne, la si sta togliendo a tante, troppe altre donne? Certo, vi sono molte donne, moltissime, che avvertono quella dei talebani come oppressione e mutilazione dei loro diritti. Ma allora il conflitto non diviene tra queste donne e le altre donne? E perché queste ultime non hanno voce nei nostri giornali?
    A queste donne, se vi fossero, si tratta di imporre i valori occidentali? Di “rieducarle”?

    Ma soprattutto: un regime potrebbe reggersi se avesse l’ostilità della stragrande maggioranza della popolazione?

    3. L’Occidente è la Ragione che si dispiega nel mondo?

    Vi fu un tempo in cui l’Occidente interpretò se stesso come una punta avanzata, un capo, un modello per l’umanità tutta. Interpretò se stesso come l’incarnazione della Ragione universale. Pretesa esorbitante: questa aveva scelto un luogo particolare in cui manifestarsi: l’Occidente. La Ragione assoluta, con un rombo assordante, avrebbe scelto un particolare angolo della terra per prendere dimora. Di qui la sua legittima funziona guida, la sua responsabilità per “redimere” gli altri popoli dai loro errori, dalle loro superstizioni. I popoli non occidentali, di volta in volta, omuncoli, selvaggi, degenerati, in ogni caso posti a un livello intermedio tra l’animale e l’uomo, che ovviamente era l’uomo razionale dell’Occidente.
    Questo modello (massicciamente presente in Hegel, nel positivismo, nella teoria dei valori) fu nel corso del Novecento demolito dal punto di vista teorico. Levì-Strauss mostrò che non vi è la storia, ma le storie, non vi è una direzione unitaria, un telos a cui tutte le culture devono mettere capo, ma un insieme di storie, ognuna con un proprio dinamismo, con un proprio schema evolutivo. Le altre culture non sono culture attardate, non sono “il medioevo”, non sono un arresto: sono un diverso processo di sviluppo, con un dinamismo proprio, che si tratta di comprendere se si vuole dialogare con essi. E per farlo bisogna abbandonare l’idea che tutte le altre culture debbano solo assumere i nostri valori, abbandonare i loro e divenire europei.
    Quello che adesso sta accadendo è il riproporsi, ingenuo e senza consistenza teorica, del vecchio modello teleologico: noi abbiamo i valori veri, universali, e generosamente gli offriamo agli altri (e qualcuno sostiene ancora anche con i bombardamenti), i quali devono accoglierli con gratitudine. Questi valori sono i valori liberali, tutti devono diventare liberali, e chi non ama i valori liberali è arretrato, lontano dallo scopo ultimo. Il ritorno di un armamentario teorico che molti di noi credevano oramai archiviato, e già altri pensieri si affacciavano, la necessità di guardare, per dirla con Patocka, la post-Europa. Invece no, bisogna fare i conti con quella gigantesca regressione culturale che è la cultura liberal-progressista, con la riproposizione della sua mitologia, della sua incomprensione per la storia.

    4. Tuttavia, vi è un nucleo filosofico, che oggi torna potentemente alla ribalta: i valori occidentali sono i valori universali. È legittima questa pretesa? Da dove può trarre la propria legittimità?

    Di fatto, i valori universali dell’Occidente sono non solo relativamente, ma estremamente recenti. Sino a qualche anno fa non erano valori neanche in Occidente. Valori universali sono dunque quelli che ora, proprio in questi anni, per noi da noi, si sono affermati come valori. Che sono anche i miei valori, valori che difendo, in cui mi riconosco. Ma dovrei essere abbandonato da tutti gli dei per pensare che sono universali. Non lo sono per un fatto semplice: che non lo sono per circa 5 miliardi di persone.

    5. Dobbiamo puntare su una europeizzazione del mondo?

    L’unica via per salvare l’Universalità dei valori occidentali, dato che sono così recenti, è presuppore una teleologia della storia. E di fatto è questa impostazione che, in maniera oscuramente operante, sta alla base del modo di interpretare i fatti contemporanei. Una pretesa enorme: L’OCCIDENTE PENSA LA STORIA UNIVERSALE COME UNA SORTA DI EUROPEIZZAZIONE DI TUTTA L’UMANITÀ. Gli altri popoli, notava ancora Husserl, tendono ad europeizzarsi, mentre noi, se siamo consci di noi stessi, non desideriamo divenire indiani. Storia universale significa che gli altri popoli assumono la cultura e i valori occidentali, entrano nella storia universale. Un punto caratterizzava questa idea: l’Occidente è il depositario dei valori universali. L’Occidente, questa cultura particolare, è l’universalità.
    Questo modello non può che produrre una serie generalizzata di conflitti, armati, violenti: non è un pensiero all’altezza della realtà storica. Esso ci porterà a entrare in conflitto con la Cina (sempre per i diritti universali) con la Russia, con L’india.

    6. La storia universale inizia oggi

    Quello che sta accadendo, con il declino economico e militare dell’Occidente, è una progressiva marginalizzazione dell’Occidente, che cessa di essere la punta avanzata per divenire una cultura tra le altre. Ciò che finisce è l’idea che la storia universale consiste nell’europeizzazione dell’intera umanità, che il progresso sia lo sterminio delle differenze e delle culture non occidentali: queste resistono. A volte lo fanno in maniera pacifica, con sacrificio, come in nuova Zelanda, australia, a volte cercando la propria strada, come in Cina, a volte reagendo in maniera violenta come nel mondo islamico. Ma il messaggio è chiaro:

    I popoli entrano nella storia universale con la loro identità, senza accettare la cancellazione della loro differenza.

    La storia universale che sta iniziando solo ora è il gioco di contaminazione di differenze, non la riconduzione delle differenze all’unità e al modello occidentale.

    Per iniziare a pensare tutto ciò bisogna sbarazzarsi di quel crampo intellettuale che è l’idea di università dei valori, quell follia che ci porta a considerare i nostri valori come se fossero i valori universali che tutti devono assumere. Ogni cultura e ogni epoca storica considera i propri particolare valori come se fossero quelli universali, perché entro un certo orizzonte storico certi valori appaiono ovvi, evidenti. Ma l’evidenza acceca, nasconde i processi del divenire evidente: qualcosa diviene evidente rimuovendo i processi che lo fanno divenire evidenti.

    L’idea dei valori universali è una ricaduta nel mito, perché il mito è l’incapacità di prendere distanza dal proprio mondo, di cogliere la differenza tra la nostra rappresentazione del mondo e la verità.

    L’Occidente da riscoprire è – per dirla con Husserl – l’Occidente come coscienza della differenza tra il proprio mondo e la verità, la coscienza che la verità si sottrae, e che proprio perché si sottrae c’è storia. Dove questa coscienza della differenza si perde c’è solo la ricaduta nel mito: l’idea di Europa si perde.

  2. Roberta De Monticelli
    domenica, 24 Ottobre, 2021 at 11:13

    La patria che rinuncia alla radice – Risposta a Enzo Costa

    I. Esposizione

    La riflessione di Enzo che serve da punto di partenza di questa discussione mi pare si articoli in quattro temi:
    1. Liberalismo
    2. Valori, universalità e storia
    3. Ragione
    4. Europa
    Non è facile identificare e distinguere le diverse tesi che nutrono questa riflessione, in modo da poterne razionalmente discutere. Provo a enuclearne gli elementi.
    • Un obiettivo polemico che non è facile mettere a fuoco: il progressismo liberal-democratico, che sarebbe definito da un dato insieme di valori. Enzo lo identifica con una data “cultura”, che si contrappone ad altri insiemi di valori, o ad altre culture: è ciò che dice la citazione iniziale di Taylor. Possiamo chiamarlo un ethos.
    • Che cosa non va in questa “cultura liberal-progressista”, che le merita la qualifica di “gigantesca regressione culturale”? Di essere, nel migliore dei casi, quello che in un linguaggio marxista si chiamerebbe un’ideologia o una falsa coscienza. Enzo parla addirittura di una mitologia, cioè una rappresentazione che maschera e occulta un “potere”, un potere che si dispiega lungo i secoli come: conquista, imperialismo, colonialismo, rapina o sfruttamento di risorse materiali e umane.
    • Ma chi è il soggetto che insieme esercita e maschera questo potere? Enzo lo identifica in un soggetto geopolitico dai vasti contorni, l’Occidente; che è stato, come un tempo l’Europa, la potenza dominante della storia universale, e si trova oggi a lottare per la supremazia con altri soggetti geo-politici.
    • A questo punto, però, il riferimento alla cultura liberal-progressista si stempera in una tesi più generale: è una cultura, una ideologia fra altre, e sottostà alla tesi che mi sembra la prima tesi di Enzo, e chiamerò per intenderci la tesi del mascheramento – più esattamente, la tesi della strumentalizzazione ideologica del riferimento a valori:
    ENZO 1: TESI DEL MASCHERAMENTO. Il riferimento a valori di civiltà, qualunque essi siano, è sempre stato usato per mascherare interessi – di conquista, sfruttamento, rapina, imperiali, coloniali, espansivi.
    Questo punto ha poco a che vedere con uno specifico ethos, cioè con uno specifico ordinamento di priorità di valori, diciamo con un ethos liberal-democratico. Come Enzo sottolinea, nella storia cambiano i valori di riferimento con cui si giustifica lo sterminio degli indios, quello dei pellerossa, quelli perpetrati dai grandi imperi coloniali nell’Ottocento, etc.
    Però c’è una tesi molto più specifica che mi pare Enzo sostenga, e questa ha riferimento al primo obiettivo polemico, l’ideologia liberal-democratico-progressista. Questa seconda tesi associa i concetti di valore, di universalità e di ragione, ed è più specifica perché attacca propriamente l’universalismo dei valori che fondano i diritti umani, che chiamiamo “umani” proprio perché ci si presentano come esigenze di protezione di interessi e libertà talmente fondamentali alla vita che ogni persona dovrebbe vederseli assicurati indipendentemente dalla sua cittadinanza di uno stato, e che ogni stato, ogni società dovrebbe garantire indipendentemente dalla sua cultura e dalle sue tradizioni .
    NB1: Questo è un primo senso di locuzioni come “universalismo” (dei diritti e dei principi) e universalità dei valori. Come vedremo, non è l’unico. Quindi, per fissare questo senso, chiamiamolo universalismo dell’ambito normativo (la pretesa è che siano soggetti di questi diritti tutti gli umani indipendentemente da nazionalità e cittadinanza politica, e ne siano vincolati tutti gli stati e le istituzioni pubbliche, locali, nazionali e internazionali, ma anche tutte le organizzazioni sociali date, ad esempio famiglie, clan, tribù).
    NB2: La grande svolta “filosofica” nell’Assemblea dell’ONU che proclamò nel dicembre del 1948 la dichiarazione “universale” dei DU fu precisamente nella scelta di questo aggettivo, che andò fra varie polemiche a sostituire quello precedentemente in vigore di “internazionale”.
    E’ propriamente qui, nell’universalismo, che Enzo vede un problema propriamente filosofico:
    “Tuttavia, vi è un nucleo filosofico, che oggi torna potentemente alla ribalta: i valori occidentali sono i valori universali. È legittima questa pretesa? Da dove può trarre la propria legittimità?”
    La risposta di Enzo è radicalmente negativa, e costituisce, mi pare, la sua seconda tesi.
    Chiamerò la tesi del crampo universalistico questa seconda tesi, che formulo con le stesse parole di Enzo:
    ENZO 2: TESI DEL CRAMPO: “bisogna sbarazzarsi di quel crampo intellettuale che è l’idea di universalità dei valori”
    La tesi del crampo configura un particolarismo assiologico, basato su un relativismo, secondo cui i valori sono sempre dipendenti da o addirittura costitutivi di una particolare cultura: in particolare, quelli che fondano i diritti umani sono parte della cultura occidentale, la “nostra”:
    “Ogni cultura e ogni epoca storica considera i propri particolare valori come se fossero quelli universali, perché entro un certo orizzonte storico certi valori appaiono ovvi, evidenti.”
    E quindi la tesi del crampo invita a prendere le distanze da
    “quella follia che ci porta a considerare i nostri valori come se fossero i valori universali che tutti devono assumere”.
    “l’Occidente è il depositario dei valori universali. L’Occidente, questa cultura particolare, è l’universalità.”
    La tesi del crampo però, come dicevamo, è ancora più specifica: il crampo dell’universalità maschera la volontà di dominio (come nella tesi ENZO 1), ma su tutto l’orbe: l’universalismo assiologico sarebbe dunque in effetti una sorta di paradossale CANCEL CULTURE, una cultura della cancellazione delle culture altre, basata su due pretese:
    a) l’Occidente è l’incarnazione della ragione umana,
    b) c’è una teleologia della storia che prevede un’uniformazione di tutte le culture a quella occidentale. (“Riconduzione delle differenze all’unità e al modello occidentale”).
    ENZO 3. L’UNIVERSALISMO E’ LA CANCEL CULTURE DELL’OCCIDENTE.
    (Si potrebbe anche chiamare questa terza tesi la TESI DELL’IMPERIALISMO CULTURALE)

    II. Applicazione: le sfide del contemporaneo

    Queste tre tesi possono applicarsi ai recenti fatti del ritiro americano dall’Afghanistan e alle polemiche giornalistiche recenti sulla questione se sia lecito o no esportare la democrazia.
    Qui la dizione stessa, “esportare la democrazia”, specie se si intende “con le armi” – sembra quasi confermare le tesi di Enzo: la tesi del mascheramento (perché la guerra non fu intentata davvero con quello scopo); la tesi del crampo (perché in effetti con la disastrosa ritirata delle forze dell’Occidente torna a vigere la “cultura” dei Talebani, che in questo caso io però mi rifiuterei di chiamare “cultura”, trattandosi di un manipolo di assassini organizzatosi intorno a un partito armato costruito su certe scuole coraniche, e finanziato com’è noto dalle più diverse potenze) e la tesi della Cancel Culture – gli americani ci hanno provato a cancellare una cultura altra, ma non ci sono riusciti.

    III.1. Critica e questioni. Sull’uso dei valori

    Ho provato a distinguere le tesi di Enzo per poterle discutere, e perché mi pare che si pongano su due piani di discorso differenti, che però Enzo, mi pare, non distingue. Questi due piani riguardano, rispettivamente:

    1) Ciò che si fa o si può fare per mezzo del riferimento ai valori;

    2) La natura stessa dei valori, o se preferite lo status dei principi che ne esplicitano il contenuto qualitativo e normativo, e dei giudizi di valore che li applicano; e quindi anche la questione del loro rapporto con la storia e le culture.

    Con questa distinzione in mente, la tesi del mascheramento ci appare evidentemente collocarsi sul primo piano: l’USO che si fa, che si può fare, del riferimento ai valori, dei principi, dei giudizi di valore.
    Allora proviamo a sgombrare il campo dagli equivoci e a mettere in luce ciò su cui Enzo e io siamo d’accordo: la tesi che la guerra in Afghanistan è stata un tentativo di esportare la democrazia somiglia molto a un uso inaccettabile del riferimento ai valori della democrazia, inclusi quelli che fondano i diritti umani. Un uso che sembra ben descritto dalla tesi del mascheramento. Una giustificazione ipocrita, incongrua, e per di più tardiva, di altri moventi.
    In primo luogo, la guerra non fu affatto decisa per esportare la democrazia, ma come risposta al terrorismo, nell’ipotesi che i Talebani proteggessero Bin Laden. E questa è la ragione per cui l’ho sempre considerata una guerra sciagurata, al pari di quella all’Irak: la risposta al terrorismo è semmai una questione di intelligence, bombardare inermi popolazioni civili sembra semplicemente criminoso e non soddisfa minimamente neppure le condizioni di una guerra “giusta” (secondo la dottrina standard, compresa quella della NATO).
    In secondo luogo, se significa imporre con la violenza dei valori, e per di più quei valori, che precisamente affermano il diritto al libero consenso, all’autodeterminazione, oltre che ovviamente alla vita, alla libertà, alla pace, sembra evidente che “imporre” quei valori è perciò stesso violarli.
    (Altra cosa, evidentemente, sarebbero le attività cooperative volte ad aiutare le popolazioni locali a sviluppare le condizioni materiali e istituzionali per la costruzione di una democrazia: ma non è questo che è in questione).

    Bene: assumo che su questo punto Enzo e io siamo d’accordo. Ma come dirlo?

    Io lo dico senza difficoltà, affermando un semplice giudizio di valore:
    E’ SBAGLIATO appellarsi ai valori democratici, diritti umani inclusi, per giustificare campagne di guerra e occupazioni, mascherandone le motivazioni di dominio o interessi particolari (es. economici etc.).
    Per SBAGLIATO in questo caso intendo ETICAMENTE INACCETTABILE o INGIUSTO: e se richiestane, esibirei le ragioni che fondano questo giudizio di (dis)valore, ragioni che ritengo virtualmente accessibili a chiunque sia disposto ad ascoltarle e prendere atto dell’evidenza .
    Del resto, di simili giudizi di valore fa uso anche Enzo quando parla di “atrocità” commesse dal colonialismo o di “interessi feroci” dei paesi imperialistici. Anche “mascherare”, “ipocrisia”, “complicità”, “sterminio” – sono evidentemente termini assiologici.

    Ma Enzo, sulla base delle sue tesi, può permettersi giudizi di valore? O cade invece in contraddizione con le sue stesse tesi? Se Enzo afferma che il ricorso a valori in certi casi maschera ipocritamente uno spietato esercizio di potere, quello che dice conta come l’espressione di una sua credenza, e come l’affermazione che questa credenza è vera. Ora, non c’è un pensiero che non sia di qualcuno: ma se lo affermo vero, non intendo che sia vero per me, ma vero in sé, fino a prova contraria: e tale che chiunque, possa, in linea di principio, accedere alle mie ragioni e riconoscerlo vero.
    Come vedete, abbiamo introdotto qui un secondo senso di “universalità dei valori”: sostenendo che mascheramento, quindi inganno e malafede, e ipocrisia, sono mali, implichiamo che ciascuno in linea di principio può vedere le ragioni per cui lo sono, o per lo meno cercarle, salvo rigettare la tesi se non le trova. Possiamo chiamare universalismo epistemico questo secondo senso di universalità dei valori.
    Enzo si trova in contraddizione o no? Dipende dalle altre sue tesi, che riguardano invece, non l’uso che si fa dell’appello ai valori, ma la stessa natura dei valori, o se preferite lo status dei principi e dei giudizi di valore.
    Ora le altre due tesi – la tesi del crampo e quella dell’imperialismo culturale – sono vigorose affermazioni di un relativismo assiologico. Enzo cita Lévi Strauss, ma possiamo anche citare la tesi dell’American Anthropological Association che nel 1947 mise in guardia la Commissione per la Dichiarazione Universale con queste parole:
    “norme e valori sono relativi alla cultura da cui derivano, e così ogni tentativo di formulare postulati che provengono da credenze o codici morali di una cultura deve adeguare a questo limite la possibilità di una dichiarazione di diritti umani” .
    Il relativismo assiologico è una forma di non-cognitivismo o scetticismo assiologico, vale a dire la tesi che principi e giudizi di valore non hanno condizioni di verità e dunque di verifica, quindi non ha senso discuterne, e men che meno affermare come vera e accessibile trans-culturalmente, o dall’interno di qualunque cultura, una tesi che comporti un giudizio di valore. Al massimo si potrà affermarla come opinione condivisa dai membri della propria cultura.
    (Ma questo pone un problema ulteriore, perché è o non è da “occidentale” che Enzo critica la cultura “occidentale” in blocco? Se sì, allora non vale la tesi relativista (perché un occidentale può criticare assiologicamente l’Occidente); se no, allora non vale lo stesso (perché un occidentale può deporre i paraocchi occidentali quando giudica).
    In ogni caso, la tesi del mascheramento e dell’ipocrisia delle giustificazioni imperialiste non era affatto affermata come culturalmente relativa ma con una pretesa di verità oggettiva, pretesa a mio avviso fondata (brutta cosa esportare la democrazia a suon di bombe!). Come perfettamente fondate sono le “denunce” degli orrori coloniali, e accessibili anche da dentro la cultura colonizzatrice).
    Dunque sì, ritengo che il relativismo assiologico implicato dalle due altre tesi di Enzo getti un’ombra di contraddizione sulla prima, più in generale sul “pensiero critico” che mi sembra difendere.

    III.2. Sulla natura dei valori. Universalismo, ragione e storia

    Le altre due tesi, quella del crampo e quella dell’imperialismo culturale attaccano l’universalismo dei valori in un terzo senso del termine: quello appunto della terza tesi. L’Occidente (noi) vuole (vogliamo) imporre a tutti i popoli i “nostri” valori. E questa è una pretesa non solo violenta (disvalore etico) ma anche assurda (disvalore epistemico) : miliardi di uomini vivono entro sistemi di valori o culture e relativi sistemi politici diversi dal “nostro”. Per mascherarne la violenza e l’assurdità i filosofi occidentali hanno identificato la cultura occidentale con la Ragione incarnata, e la storia con una teleologia che porta i popoli a “europeizzarsi” e “occidentalizzarsi”. Se capisco bene, questa invenzione culminerebbe non solo in Hegel e nei suoi epigoni, ma addirittura nei fenomenologi, in particolare Husserl.
    Bene, come si risponde a queste tesi?
    Non c’è alcun dubbio che in molti tempi i più abbiano pacificamente accettato come lecita la schiavitù, il razzismo eccetera, e in molti luoghi ancora siano di fatto pratiche accettate, così come ci sono sistemi politici ferocemente illiberali, dove il dissenso è punito con prigione o morte, le pallavoliste vengono sgozzate, le ragazze obbligate a restare ignoranti, o atrocemente mutilate, e insomma i diritti umani sono in grande misura violati.
    Ebbene, questo vuol forse dire che sono invalidati i principi normativi che li fondano? Questo si può sostenere soltanto se non li si leggono come principi normativi ma come tesi descrittive, non come verità su come le cose dovrebbero stare ma come verità su come le cose stanno, non come prescrizioni ideali ma come descrizioni fattuali. Evidentemente una peggior confusione non è immaginabile.

    NOTA 1. La portata normativa dei valori
    Poiché ci sono anche studenti ad ascoltarci, e non si nasce imparati, giova non dare nulla per scontato. La radice di questa confusione si vede bene commentando il Primo principio della DUDU,

    “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.

    In apparenza è un enunciato descrittivo. In effetti invece è normativo. Che gli umani “nascano” liberi vuol dire che nessun umano è PER NATURA soggetto al volere di altri (benché lo possa essere in determinate circostanze, infanzia, sanzioni penali) – e dunque non deve esserlo. Nessuno è per natura soggetto a un altro perché tutti hanno pari dignità. Ovviamente, che di fatto invece ci siano discriminazioni e sudditanze non è un’obiezione, ma indica il senso di una norma, che dice che le cose non stanno come dovrebbero stare, e del valore che la fonda (pari dignità). Tutti quei casi configurano altrettanti mali. E’ la parte inconfutabile della differenza fra IS e OUGHT. Non si parla di eguaglianza di fatto ma IN DIGNITA’ E DIRITTI. Si indica un dovere di tutti, un vincolo ai governi, si enuncia un dovuto a ciascuna persona.

    NOTA 2. Universalità e storia
    Ma ci fu forse una cieca oltranza da parte degli estensori della Dichiarazione, in cui ebbero peraltro un grandissimo ruolo il libanese Charles Malik, il cinese Png Chun Chan e molti altri “non occidentali, nell’imporre “codici morali provenienti dalla cultura occidentale” (pari dignità?) PER NIENTE AFFATTO, perché l’universalismo che la Dichiarazione rivendica è epistemico: nel preambolo si rinvia esplicitamente all’esperienza dolorosa e mortale che l’umanità intera ha storicamente fatto delle conseguenze delle violazioni totalitarie del principio di pari dignità, e questa esperienza STORICA, recente, insegna a chiunque non voglia accecarsi che anche la pace non può durare senza la giustizia – senza i diritti civili, politici e sociali (quindi anche la giustizia sociale ed economica) – che i principi rivendicano per tutti . Notate bene che l’universalismo di ambito normativo (per tutti) è il contenuto offerto a verifica mediante l’esperienza personale e storica a ciascuno (universalismo epistemico).
    Dunque è la conoscenza dei contenuti normativi della giustizia – di cosa sia vivere in società più giuste – che può evolvere e mutare, (crescere) con la storia, almeno per gli individui disposti a esercitare il pensiero critico (l’età dei diritti la identifichiamo con l’epoca che va dalle rivoluzioni americana e francese alla caduta del Muro di Berlino, e oltre naturalmente). Esattamente come per le verità scientifiche: non è che siccome si è creduto al flogisto o alla terra piatta, o perché in alcune zone della bassa padana ci credono ancora, che la chimica e l’astrologia sono relative.

    NOTA 3. Universalità e ragione
    Siccome di fatto cinque miliardi di umani non vivono in società democratiche e non godono dei più fondamentali diritti umani, per sostenere la sua tesi universalistica l’Occidente si sarebbe inventato, tramite i suoi filosofi, a) di essere l’incarnazione della Ragione nella storia, a partire dall’Europa; b) di essere l’inizio e la fine di una teleologia (Occidentalizzazione o europeizzazione del mondo).
    Risposta. Questo è senz’altro vero per quanto riguarda Hegel e i suoi epigoni, in particolare il marxista-stalinista Kojève e il suo ammiratore e allievo Francis Fukuyama, che infatti del tutto intempestivamente annunciò negli anni Novanta la fine della storia.
    Ma è vero anche per quanto riguarda i fenomenologi, Husserl, Scheler, Stein, Von Hildebrand, Spiegelberg, Kolnai? Tranne per il fatto che pochi conoscono gli ultimi tre, anche questa è una tesi incredibilmente popolare.
    Forse è così perché la questione sollevata, sfrondata dagli equivoci, è seria. Certamente dobbiamo ammettere una pluralità di “culture”. Certamente possiamo vedere a fondamento di queste culture – non diversi valori (ogni cultura ha un posto per i valori edonici, ad esempio gastronomici, i valori vitali come la salute e il benessere, i valori funzionali come l’efficienza degli strumenti e degli artefatti, i valori civili – giuridici e morali, i valori culturali – estetici, epistemici, religiosi – i valori politici) ma diversi ordinamenti di priorità di valori (ethe, plurale di ethos), che corrispondono anche a diversi beni (modi di realizzare i valori), diverse istituzioni e relazioni (fra individui e comunità, fra governanti e governati, fra religione e politica etc.)
    Allora: Questo pluralismo implica necessariamente un relativismo, e quindi uno scetticismo assiologico, e quindi semmai la maschera del falso universalismo l’imperialismo culturale?
    NO. Ci sono senz’altro “filosofi” che hanno mitizzato la ragione (logos). Ma se per ragione intendiamo ciò che intendeva Socrate, cioè la (libera) disponibiltà a dare e cercare evidenze (ragioni) per la giustezza di ciò che si fa o di ciò che si dice, allora esercizio di ragione o pensiero critico è precisamente in primo luogo mettere in questione l’eredità culturale, la tradizione, l’ethos in cui si è cresciuti: è bucare gli ethe dati verso l’infinita fonte di informazione che è la realtà, comprese le guerre, la schiavitù, i costumi dati.
    Per un filosofo socratico, nessuna possibilità di indagine, in particolare sulla giustezza delle pratiche in vigore , in tutti i diversi sensi di giustezza (giustizia, verità, opportunità, efficacia, utilità, bellezza etc,) è preclusa alla mente di una persona, che oltre ad essere greca o turca è un agente ragionevole, sensibile e volontario, o può provare a diventarlo. A meno che Enzo non consideri la sua sicilianità come esaustiva della sua personalità, e costringa me nei limiti della mia milanesità.
    L’’ipotesi che anche in materia di valori viga un universalismo epistemico è l’ipotesi che una donna afgana non sia solo afgana ma anche una donna, con una personalità che vuol fiorire, amare, capire. In quest’ipotesi la sua cultura non l’avrà certo resa incapace di soffrire: la schiavitù, la discriminazione, l’ignoranza forzosa, la proibizione di espressione e movimento.
    Dacia Maraini ce lo ha ricordato con parole semplicissime. Se il pensiero non ha padrone (culturale) – figuriamoci la sofferenza. Cioè la cognizione del male, del disvalore.
    E se conosci cosa sia la privazione dell’habeas corpus, arrivi a capire che ci sono cose che NESSUNA CULTURA, NESSUN ETHOS, NESSUNA IDENTITA’ O RADICE può impunemente negare a qualcuno. Ci sono cose che sono dovute a chiunque. Ecco come l’universalismo epistemico, cioè la sofferenza ribelle, fonda l’universalismo dell’ambito normativo, l’universalità dei diritti UMANI. L’imperialismo culturale (universalismo III) qui non c’entra niente.
    Dunque il pluralismo delle culture non implica affatto il relativismo, se dall’interno di ogni cultura è possibile sperimentare che CI SONO VINCOLI che in quella stessa cultura debbono essere rispettati, pur nella sua diversità dalle altre – perché tragedie e orrori non si perpetuino senza fine per l’umanità tutta. La Dichiarazione del ’48 ha inaugurato un sistema di vincoli normativi, poi affinato da molte altre simili carte, organizzazioni internazionali e altre istituzioni, che spetta a tutti noi riconoscere e sostenere – o abbandonare invece al sovranismo delle nazioni. Come fa in Europa il ministro polacco che sputa sui fondamenti del diritto (europeo e) internazionale.

    IV. CODA STORICO-FILOSOFICA.

    In uno splendido saggio del ’23, Tipi formali di cultura – e in molti altri fino alla morte, Husserl ha sostenuto esattamente queste tesi, comparando fra l’altro una discussione razionale sui fatti a una discussione razionale sui valori. Due discutano, hanno davanti le cose stesse, le vedono da diversi punti di vista. Ma i punti di vista si possono trasporre, io accedo al tuo, tu al mio. La discussione può essere lunga: ma ha senso, ed è vera ricerca. Alla fine uno di noi due forse si renderà conto che teneva al suo punto di vista non perché fosse più veridico ma perché ci era abituato fin da piccolo, e gli era caro. Con una sofferta consapevolezza di quanto sia “sradicante” il passaggio alla maggiore età: dalle care certezze della comunità d’appartenenza all’autonomia del pensiero adulto, quando uno scopre il “minor valore” delle motivazioni cui aderiva con tutto il cuore, ma che non sono giuste.

    Ecco come Husserl ribadisce il concetto dello sradicamento:

    “Il pensiero non è giusto perché io o noi, per come siamo, non possiamo non pensare in questo modo; semmai, solo se un pensiero è giusto, è giusto anche il nostro pensare, e noi stessi siamo giusti” .

    Insiste, dunque, spietato:

    “E non importa che piaccia o meno a me o ai miei compagni, che ci colpisca tutti “alla radice”: la radice non serve” .

    Come avviene dunque che si possa leggere Husserl al contrario di ciò che è, come un eurocentrico imperialista dei “nostri” valori, simile a Fukuyama nel decretare vicina la fine della storia? In effetti, già Heidegger lo accusava nei Quaderni Neri di rappresentare egregiamente l’ebreo sradicatore, la macchinazione “moderna” della “ragione” contro il sangue e la terra, e il popolo tedesco!

    I logici hanno un semplice strumento per svelare l’equivoco. Distinguono fra affermazioni de re e affermazioni de dicto. Se dico che la filosofia è nata in Grecia con Socrate, posso intenderlo de re: è per definizione filosofia, cioè esercizio di ragione, la cosa che è nata in quel posto reale del mondo, la Grecia. Vale a dire: c’è un nesso essenziale fra la realtà geografico-storica Grecia (Europa, Occidente etc.) e la filosofia, che quindi, per definizione, altrove può essere semmai solo importata). Questa lettura produce l’assurdità insieme relativistica e imperialistica che Enzo attribuisce perfino a Husserl.
    Meno male che c’è la lettura de dicto, che suonerebbe all’incirca: c’è una forma di vita subordinata alla ricerca di buone ragioni, ragioni alle quali chiunque possa accedere, che dovunque si diffonda ci rende consapevoli della differenza fra le nostre certezze e la verità (uso una frase finale di Enzo, sorprendente per il suo contrasto con la tesi del crampo: “l’Occidente come coscienza della differenza tra il proprio mondo e la verità”). Questa forma di vita, che chiamiamo filosofia, per quanto sappiamo nacque in un posto detto Grecia, ma non c’è alcuna ragione per cui non avrebbe potuto nascere altrove, e può ben darsi (Amartya Sen e molti altri lo sostengono) che anche altrove sia nato. Dovunque ve ne sia memoria (ahimé, non nell’Europa di Hitler) resta per noi un compito (TELOS) da assumerci sempre di nuovo: e allora l’Europa sarà per noi, come qualunque altro posto del mondo dove riviva questo compito sarà per altri, la patria che (nel senso già visto) rinuncia alle radici.

    Non aveva mica torto Heidegger a chiamare Husserl l’ebreo errante, sradicatore!

  3. Vincenzo Costa
    domenica, 24 Ottobre, 2021 at 13:44

    grazie Roberta

  4. Stefano Cardini
    lunedì, 25 Ottobre, 2021 at 08:03

    Propongo di tenere sullo sfondo alcuni stralci del libro di Matteo Nucci, 𝐴𝑐ℎ𝑖𝑙𝑙𝑒 𝑒 𝑂𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒𝑜. 𝐿𝑎 𝑓𝑒𝑟𝑜𝑐𝑖𝑎 𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑔𝑎𝑛𝑛𝑜, Einaudi, 2020.

    𝐿𝑒 𝑟𝑒𝑔𝑜𝑙𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑜𝑠𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑣𝑒𝑑𝑜𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑛𝑖𝑒𝑟𝑜 𝑠𝑖𝑎 𝑖𝑛𝑣𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑛𝑜𝑚𝑒, 𝑛𝑒́ 𝑑𝑎 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑎, 𝑛𝑒́ 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑡𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜. 𝐷𝑒𝑙 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑒 𝑒𝑟𝑜𝑒, 𝑖 𝐹𝑒𝑎𝑐𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎, 𝑑𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑂𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒𝑜 𝑠𝑖𝑒𝑑𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑎 𝑜𝑛𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑡𝑎𝑣𝑜𝑙𝑎. […] 𝐺𝑜𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒𝑐𝑖𝑝𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑠𝑖 𝑖𝑛 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑜𝑠𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀, 𝑠𝑎𝑐𝑟𝑎 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑜𝑓𝑓𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑖, 𝑖𝑛 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.

    […]

    Gli eroi antichi in effetti ci dicono proprio questo. Noi esseri umani effimeri, poiché non abbiamo potere sul risultato delle nostre azioni, possiamo solo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per inseguire il sogno a cui ci siamo consegnati e realizzarci. Il tempo è quello che è, Non lo decideremo noi. E il tempo che abbiamo in questa vita è certamente l’unico di cui sappiamo qualcosa. Dunque, effimeri come siamo, lanciamoci. Ognuno nel modo che gli è proprio.

    […]

    Solo ciò che è effimero è eterno.

    […]

    Come viviamo il tempo che ci è dato, noi effimeri, noi esseri umani condannati a vite che hanno un tempo limitato? I due grandi eroi sono modelli di scelte contrapposte. Due scelte che costituiscono un paradigma, Chi da una parte. Chi dall’altra. Achille è sempre gettato nel presente. Odisseo è proiettato nel futuro. Achille pensa e dice solo cose che hanno a che fare con il momento che sta vivendo. Odisseo guarda perennemente oltre. Per questo Achille è schietto, spontaneo e impulsivo. Mentre Odisseo è prudente, attento, cauto e ingannevole. Il ragazzo biondo infatti divora la vita nel momento in cui la vive. Odisseo immagina il modo per divorarla quando arriverà. – pp. 104-106 e 135-136

    Esiste un destino? Se esiste, la breve vita di Achille è una certezza su cui sì torna dall’inizio alla fine del poema. E tuttavia è una certezza a cui Achille non può consegnarsi. Altrimenti non vivrebbe. Altrimenti non immaginerebbe di tornarsene a casa a riabbracciare i suoi cari. Né si scatenerebbe in battaglia quando tutto improvvisamente cambia con la morte del più caro amico, una morte di cui sembrava che nessun vaticinio avesse dato notizia.

    Non possiamo vivere la nostra vita – breve o lunga che sia – immaginandone già il termine. Ma possiamo vivere ogni giorno con la pienezza di cui siamo capaci. Inutile e dannoso conoscere in anticipo quel che dovrà accadere. Ci è dato di vivere e basta. – pp. 151-152

    Ma nient’altro significa eroe se non «essere umano pienamente realizzato». E in nessun modo essere umano può dirsi invincibile o infallibile, come siamo tentati di fare in tempi in cui la vittoria è diventata un totem sportivo e la paura del fallimento è diventata l’ombra che spegne sul nascere i sogni di chi desidera realizzarsi. Non esiste eroe fra quelli immaginati dai miti greci che possa incarnare quell’idea di assoluta e perfetta invincibilità. Esistono soltanto uomini che soffrono fino al limite delle proprie forze la dannazione più grande della loro natura: la mortalità.

    Potremmo arrivare a dire che eroismo significa esattamente questo: vivere fino in fondo la propria condizione mortale, combatterla tutta la vita, immergersi in un corpo a corpo costante con la propria finitezza al punto da comprenderla così profondamente che una sola è la conseguenza sotto gli occhi di tutti: l’essere umano mortale davvero realizzato è superiore a tutti gli dèi immortali. – pp. 78-79

    La fragilità degli eroi. Perché non esiste uomo realizzato che non si sia con le proprie debolezze. Al punto che si potrebbe stabilire una legge che agli appassionati di supereroi e agli illusi dell’invincibilità degli antichi personaggi mitici potrebbe risultare completamente indigesta. Solo chi conosce le proprie debolezze può dirsi uomo. Solo chi è davvero pronto alla sconfitta può ambire all’espressione completa della propria umanità: l’eroismo. – pag. 87

    Perdendo gli occhi sul «mare infecondo», ogni mattina sogna il ritorno, sogna l’isola da cui è partito quasi vent’anni prima, desidera ritrovare la moglie e scoprire come è diventato il figlio Telemaco e forse anche su padre, ammesso che sia ancora vivo. Omero non ci nega particolari su questo desiderio straziante. Mentre Calipso convince Odisseo che l’ora della sua partenza è arrivata e non si tratta di un inganno da cui difendersi, scopriamo la grande scommessa a cui si è immolato l’eroe. Ogni giorno egli infatti si è costretto a rifiutare la proposta più dolce che possa essere fatta a un mortale: l’immortalità. Ogni giorno, piangendo davanti al mare, ha tenuto lontane da sé le Sirene che lo invitavano a vivere per sempre con una donna di bellezza incomparabile, nell’isola rigogliosa e paradisiaca che ha nome Ogigia. Odisseo riconosce a Calipso una bellezza di gran lunga superiore a quella di Penelope, riconosce che non c’è confronto fra mortali e immortali e che forse un altro naufragio lo aspetta sul mare, e tuttavia egli vuole «vedere il ritorno». – pag. 90

    E la verità è che per Odisseo il presente non c’è. Esiste solo il futuro. – pag. 176

  5. martedì, 26 Ottobre, 2021 at 11:05

    L’ospitalità antica: esempio di universalismo? Massì forse: in senso “epistemico” senz’altro (“”Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”). Per il resto delle connessioni alla nostra discussione di ieri mi serve un aiutino….

    Ma siccome Enzo e e Stefano ricordano battute di piana su Husserl “uomo di destra”, e siccome il tema è gaio e irrilevante, come abbiamo detto, ma potrebbe includere gravi fraintendimenti su certe posizioni antropologiche di Husserl e/o di Levy-Bruhl suo corrispondente, perché non condividrete dati e spunti in proposito? Del tutto a latere rispetto ai temi che abbiamo affrontato (fra cui, implicitamente, la differenza fra il filosofo e il sofista: se il filosofo dice castronerie, è sempre possibile combatterle con le sue stesse armi, conme nel caso della battutre antisemite (per la verità ce ne sono molte di più anticattoliche) di Kant) – sarebbe interessante approfondire le ragioni di quello che io credo essere un grande equivoco, di cui avevo discusso anche con Piana, sul modo assurdo e irresponsabile con cui la scuola di Paci aveva, inizialemnete, preso tanto sottogamba uno dei due pilastri del pensiero di Husserl: l’etica.

  6. Stefano Cardini
    venerdì, 12 Novembre, 2021 at 17:51

    Cara Roberta, perdonami, ma leggo soltanto ora il tuo commento al mio. Le mie erano solo suggestioni classiche propedeutiche all’incontro tra te e Vincenzo senza alcuna particolare pretesa, offerte sulla scia di una lettura occasionale. Giacché sollevi delle perplessità, tuttavia, provo a chiarire. Intanto, il tema del nesso tra universalismo e pietas antica, ossia il dovere di indicare la corretta via – e non semplicemente, potremmo oggi dire, dare un foglio di via… – allo straniero, di dissetarlo e di offrirgli degna sepoltura, in quest’ultimo caso ancorché si trattasse di un nemico e non solamente di un ospite. In questi giorni lungo i confini degli Stati europei sembrano venire in questione proprio tali doveri, il non rispetto dei quali era ritenuto dagli antichi un gesto di hybris, ossia un’offesa intollerabile rivolta agli dei. Alcuni potrebbero ritenere che sia a causa del fatto che i confini nazionali non siano, in fondo, che un retaggio storico da superare in nome di una comunità umana più orientata a valori universali e quindi sovranazionali. Altri, all’opposto, che una comunità, anche se orientata a valori universalmente umani, una volta privata di presidiabili confini storicamente consolidati e riconosciuti, diventi un’utopia pericolosamente destabilizzante e talvolta ipocrita. Tra le due opzioni, esiste un ampio spazio di discussione, che tuttavia credo non possa prescindere da un’attestabile ricognizione storica di come siamo arrivati, in quanto Stati “europei” aderenti all’Unione Europea, a dover pretendere (o fingere di pretendere) dagli Stati, oppure all’opposto rifiutare, il dovere di soccorso e accoglienza di masse di esseri umani che da tempo sappiamo non avrebbero potuto che migrare dalle nostre parti se qualcosa negli squilibri ambientali, economici, politici, sociali del mondo non fosse cambiato. Tale dovere è il correlato di un diritto sancito da un ordinamento giuridico in senso moderno, come da un certo punto di vista potrebbe essere ritenuta la Dichiarazione universale dei diritti umani approvata e proclamata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite o – forse ancora più consistentemente – un ordinamento nazionale o sovranazionale che dichiari di volerne recepire e attuare i propositi? Oppure qualcosa di eticamente dovuto in un senso più profondo, se necessario? Non lo so. Mi pare, però, dal tono del tuo commento, che tu lo svaluti un poco, laddove io tendo a vedervi un fondamento etico imprescindibile (e oggi da più parti minacciato) di qualunque orientamento verso il più universale dei valori che suppongo entrambi vorremmo vedere praticamente riconosciuti, oltre che professati, dagli esseri umani verso altri esseri umani: un vivere e morire dignitosamente. Ma mi chiedo, allora: extra questa Unione Europea nulla salus? Vogliamo davvero decidere della vita e della morte di queste persone sulla base di una pretesa di subordinazione ideale di ordinamenti nazionali reali a trattati sovranazionali reali quali sono anche i trattati dell’Unione Europea attualmente in vigore? Siamo sicuri di voler davvero accettare come decisivo questo terreno di confronto e scontro, il terreno cioè che in fondo ci viene prospettato proprio da alcuni di quegli Stati che tu chiami “sovranisti”? È un interrogativo che sollevo, davvero, non una domanda retorica. Tra gli stralci che ho riportato, come avrai visto, molti riguardano gli eroi omerici Achille e Odisseo. Perché richiamarli in una discussione che riguarda “valori universali e storia”, ti devi essere chiesta. Tendenzialmente i valori, se ambiscono a essere affermati come universali, rivendicano una sorta di idealità atemporale, che li fa vedere non soltanto qui e ora. E questo benché la loro cognizione teorica ed eventuale affermazione pratica si debba svolgere nel tempo. Achille è eroe che non attende: alla forza contrappone immediatamente la forza, sanando la ferita passata nel presente, un presente che si chiude definitivamente sul passato di cui si è vendicato. Odisseo sa attendere, invece: lavora per il futuro, secondo una strategia che riapre sempre il presente attuale a uno nuovo, mai definitivamente riconciliabile con il passato oltre che capace di non cedere, o addirittura incapace di cedere, alle lusinghe dell’ora. Nella sua brutalità, Achille è figura nitida e rotonda, incapace di infingimenti: appare quello che è nella sua furia vendicatrice. Odisseo è al contrario maestro di inganni: non è mai definitivamente ciò che appare, progettando e riprogettando costantemente la sua vita in una sorta di inestinguibile e paradossale nostalgia di futuro. Achille nella sua hybris, avrebbe negato proprio la pietas dovuta al nemico, come è noto. Mentre di tale pietas Odisseo avrebbe subdolamente approfittato per sconfiggere i suoi, come è altrettanto noto. Ho pensato che entrambi questi tipi di hybris “valorosamente eroica” potessero essere richiamati, nel loro per certi versi opposto rapporto con il tempo dell’azione, per riflettere sul modo in cui ciò che appare di volta in volta meritevole di essere desiderato e deliberatamente voluto viene formandosi concretamente nella storia, ancora prima che il problema di una sua giustificazione filosofica o ancor meno giuridica, propriamente, venga in discorso. In merito, infine, alla questione se Husserl fosse più o meno “di destra” o “eurocentrico” o “razzista”, posso soltanto menzionare come la questione, se non ricordo male, sia evocata da Piana nel suo libro sulla Crisi, offrendole una cornice storica che non “giustifica” ma credo rilevi abbastanza bene i limiti ideologici e l’afflato retorico in cui anche Husserl talvolta scade. Per esempio, il riferimento ad alcune pagine husserliane, si può parlare di “eurocentrismo” con venature di quello che oggi chiameremmo “razzismo culturale”? Mi pare di sì. Eravamo nel bel mezzo della guerra dei trent’anni del XX secolo, in piena epoca tardo-coloniale, tre quarti dell’Europa si trovava o cadeva progressivamente sotto una forma di regime di dominio dittatoriale. E forse il filosofo, non meno di Moritz Schlick e molti altri, non si stava rendendo adeguatamente conto di che cosa stava accadendo. I suoi perché giravano un po’ a vuoto, mentre il suo conservatorismo di fondo lo rendeva forse un interprete meno perspicace di altri nel comprendere i sommovimenti economici, sociali, politici in atto, che non potevano trovare una spiegazione (e men che meno una soluzione) esclusiva soltanto nella denuncia del tradimento della supposta o auspicata missione o aspirazione “civilizzatrice” dell’Europa e della “crisi dei fondamenti delle scienze”, comunque ideologicamente trionfanti nelle democrazie come nei regimi delle neonate società di massa – società, non si dimentichi, per lo più ancora brutalmente classiste ed elitarie. Non so perché metti in relazione il riconoscimento di questa eventuale evidenza storica con la svalutazione o sottovalutazione dell’etica nel suo pensiero. Io penso che anche – e a volte soprattutto – dalle pagine più discutibili o ambigue degli autori si abbia spesso da imparare. Anche in merito agli autori.

  7. domenica, 14 Novembre, 2021 at 00:22

    Tutto molto stimolante comprese le domande, cui debbo pensare – perché certamente non ho mai inteso affermare che l’incarnazione normativa, quindi il pur debole livello di positività della Dichiarazione del ’48, o della Carta dei Diritti dell’UE, sia l’aspetto fondamentale dei principi in esse proclamati, che sono principi perfettamente ideali prima di tutto, tanto è vero che come tu dici la realtà grida vendetta al cielo in loro nome.

  8. domenica, 14 Novembre, 2021 at 00:25

    Quanto all’eurocentrismo, ho argomentato un NO deciso in base alla distinzione fra de dicto e de re che trovate sopra e nessuno mi ha risposto nel merito dell’argomento, dunque mi tengo il mio NO fino a prova contraria, e non è affatto una questione minore, è il centro stesso della mia lettura sulla differenza fra reale e ideale e sul ruolo che ha nel pensiero husserliano l’IDEA di Europa – basta leggere l’inizio dei saggi Kaizo su quanto l’Europa reale faccia schifo agli occhi di Husserl, quanto la guerra abbia dimostrato la sua lontananza dalle sue vette ideali – Kant e l’Illuminismo, per Husserl – per capire cosa voglio dire. Quanto alla retorica, Piana stesso ha rivisto quella lettura nel saggio che ha scritto su Il dono dei vincoli.

  9. domenica, 14 Novembre, 2021 at 00:27

    Quanto a Husserl di destra o di sinistra invece qualcosa ho da dire, e con franchezza, magari anche a Enzo Costa. L’effetto sconfortante della battuta che fece Enzo (“Husserl era di destra, in fondo, ma sì, era un po’ scemo (in politica)”) è semplicemente pari a quello che ebbe su di me qualche giorno dopo, in una conversazione con Galli della Loggia, il vertiginoso anticlimax con cui fece scendere precipitosamente al livello di esistenza di un Pacciardi o un Craxi le idee che mi sforzavo di esporre a proposito di un Silone e uno Spinelli. Qui più che di destra e sinistra è proprio questione di alto e basso, di idee e bassa cucina.

  10. domenica, 14 Novembre, 2021 at 00:28

    INFINE QUANTO ALLA SCIOCCHEZZA DELLA FAKE NEWS a proposito di Husserl che avrebbe “finanziato” (??????) il putsch: non solo trovo ridicola l’ipotesi che Husserl abbia finanziato un antisemita fascista proprio negli anni in cui si rendeva conto del sorgere dell´antisemitismo. Trovo il presentarla come un fatto, scoperto peraltro da un Maestro che tutti onoriamo, di fronte agli studenti e senza alcuna verifica, DEONTOLOGICAMENTE inaccettabile, oltre che sintomatico di un’insensibilità storica e culturale sorprendente, che davvero sembra IGNORARE completamente la produzione husserliana degli anni ’20, il carteggio con Albert Schweitzer, le pagine husserliane sulla grandezza dell’Illuminismo…

    RINGRAZIO COMUNQUE EMANUELE CAMINADA DI AVER CHIARITO L’EQUIVOCO. C’è, a quanto pare, un riferimento a W. Kapp nel Briefwechsel, vol. 8, p. 185. Si tratta però non di Wolfgang, ma di un tale Wilhelm, prof. di teologia di Strasburgo, che venne accolto in facoltá a Friburgo in quegli anni e la cui domanda di integrazione venne sostenuta in facoltá anche da Husserl. Se mai Piana ha visto un W. Kapp forse e´ questo, e forse – a parziale spiegazione dell’equivoco – questo Kapp era nazionalista. Ce ne passa, dall’essere un velleitario dittatore.

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