Francesca Albanese ingiustamente accusata: Mattarella intervenga – FIRMIAMO LA PETIZIONE
Non ci si oppone impunemente alla forza dei Leviatani. Dopo la Francia, la Germania. E poi l’Italia. E, al seguito, lo scodinzolio dell’Alto Rappresentante dell’Unione europea, cioè di una politica estera che più bassa e servile, più feroce e più cieca rispetto alle ragioni costitutive dell’Unione non si potrebbe. Via, via, cacciatela via, Francesca Albanese. Che sia “licenziata”! Ma eccola, la logica di questo coro ignobile e anche assurdo, perché l’Onu non può “licenziare” un relatore speciale che le nazioni disunite hanno eletto a un ruolo di libera, indipendente e non remunerata inchiesta sulle violazioni (di tutti, comprese loro) del diritto internazionale nei Territori occupati della Palestina. Nella sua pochezza cieca di rabbia, cieca perfino alla contraddizione, l’ha enunciata Antonio Polito sul Corriere della sera del 12 febbraio 2026:
“Nel video dell’intervento, in realtà, sembra definire «nemico comune dell’umanità» il sistema che in Occidente ha tollerato e perfino aiutato ciò che lei ritiene essere il «genocidio dei palestinesi». Non è la prima volta che dopo aver scagliato la pietra la «pasionaria» dell’Onu nasconde la mano dietro il «wording», l’ambiguità lessicale delle sue filippiche (e stavolta forse ha perfino ragione)”.
Cioè: Albanese ha “ha ragione”, non ha detto affatto quello che le avete imputato (Israele nemico dell’umanità), ma tutt’altra cosa, e dunque quale pietra ha scagliato? Di quale ambiguità si è giovata? Quale mano ha nascosto? Non farebbe meglio, caro Polito, a dire a se stesso che si è messo a scrivere senza verificare l’accusa, e quando l’ha finalmente scoperta falsa il pezzo l’aveva già scritto, e pazienza se la pezza peggiore del buco l’ha reso assurdo oltre che ignobile? Peccato che il titolo che ancora sovrasta il video, sulla versione online del suo giornale, sia ancora una menzogna in grassetto:
Albanese su Israele: «L’Umanità ha un “nemico comune” in Israele»
Ma il suo istinto, caro Polito, si è scatenato in buona compagnia, perché lo stesso non sequitur sbavante di furia è scattato nelle pance dei decisori d’Europa – o dei suoi becchini. E altri ne seguiranno, a chiedere all’Onu di suicidarsi, “licenziando” una delle pochissime sue voci che milioni e milioni di dannati della terra hanno potuto ascoltare e capire, per il nitore, la chiarezza e il fuoco con cui denunciava tutte le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani in Palestina.
“Quando chiedi giustizia, vuoi che tutti conoscano la verità” ha detto un’altra donna d’animo nobile. Se oggi a livello globale “tutti conoscono la verità”, anche quelli che la negano o la rimuovono, in grande parte si deve a te, Francesca, che per prima l’hai documentata e presentata al mondo, quando di genocidio non parlava ancora nessuno – e di una Economia del genocidio non esisteva neppure l’idea.
Questa è la vera tragedia, che la tua voce venga soffocata. Socrate morì perché non morisse la figura ideale della verità, che dà respiro e speranza a chi non ha potere. E infatti Socrate è vivo, di una vita di cui nessuno potrà uccidere il senso. Ma un semplice funzionario dell’umanità come Albanese rischia più che la sua stessa vita. La rischia per una causa – il diritto universale – che la politica invece relativizza e quindi delegittima. È una solitudine tragica, alla quale non possiamo lasciarti, Francesca, senza renderci complici degli assassini di senso che ti vogliono zittire.
Quello che segue è la versione originale dell’articolo uscito sul “manifesto” del 13 febbraio 2026, “Quel sistema di complicità che colpisce l’Onu al cuore“. Da vedere anche “Francesca Albanese delegittimata: si usa la forza quando non si può contestare nel merito“, di Serena Poli, su il “fattoquotidiano it”.
Disunited Nations. Il paradosso dell’Onu e il futuro dell’umanità.
11 febbraio, ore 21. A Milano, all’Anteo Citylife, la sala più grande è gremita. Oltre centoventi sale lo sono, in tutta Italia, per assistere in simultanea alla proiezione del documentario Disunited Nations, girato da Christophe Cotteret per l’emittente pubblica franco-tedesca ARTE, e disponibile sul canale youtube ARTE.tv Documentary, ma solo fino al 16 marzo prossimo. Davvero un nuovo tipo di resistenza alla dismisura del male: alcune decine di migliaia di persone, unite in una sorta di immobile corteo cognitivo dalle Alpi alla Sicilia, a guardare con i loro occhi e ascoltare con le loro orecchie immagini e voci di quella “enorme frattura dell’ordine morale del mondo” (Didier Fassin, La filosofia di fronte al genocidio, Cronopio 2025) che è, indissociabile dal destino della Palestina, la crisi dell’Onu. “Colpito al cuore”, e non solo dalle inaudite sanzioni e minacce personali emesse a carico di alcuni fra i più prestigiosi rappresentanti del diritto internazionale vigente (come Karim Khan, Procuratore in capo della Corte penale internazionale, che in una scena indimenticabile del film ascolta un’intervistatrice scandire le ingiunzioni provenienti da un gruppo di membri del senato US, con a capo il Segretario di Stato Marco Rubio: “Colpisci Israele, e noi colpiremo te”). “Colpito al cuore”, l’Onu, precisamente da quel “sistema” di attiva complicità e passivo consenso tramite il quale i leader della minoranza di Stati che siedono in permanenza nel Consiglio di Sicurezza decidono il destino del mondo, contro l’immensa maggioranza dei 193 stati rappresentati all’Assemblea generale.
Quel “sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”, appunto. Le parole di Francesca Albanese – limpidissime – esprimono al meglio anche il tema del documentario, sdipanato in una sequenza di immagini, volti, parole – luminose o atroci – dei protagonisti e delle vittime della tragedia dai suoi inizi al suo indicibile compimento. “Quel sistema” è anche al centro dell’ultimo rapporto della Relatrice speciale, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, che aveva scatenato la fatwa di Marco Rubio nei suoi confronti. “Quel sistema” è lo stesso che vediamo in azione nei momenti cruciali del film, lo stesso analizzato negli ormai innumerevoli report di tutte le istituzioni che l’umanità si è data per vincolare l’arbitrio dei potenti, adeguare il controllo pubblico all’enormità dei poteri e interessi privati, estrarre tutta la verità disperata che grida vendetta al cielo dagli schermi dei nostri smartphone, e che gli algoritmi oscurano nell’infosfera.
Di queste istituzioni nate per salvare la nostra umanità dalla nostra ferocia, la più grande, l’Onu, oggi fa due cose. Muore. E mentre muore, lancia, attraverso i suoi organi di conoscenza e quelli di giurisdizione, un fiotto di luce mai visto prima sulla verità, perché non si cancelli l’evidenza di questa “rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945” (Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, 2025). E’ il “paradosso dell’Onu”, che il film insegue dal primo all’ultimo fotogramma: l’Onu che gestisce le conseguenze dei disastri politici, ma è incapace di prevenirli. L’Onu, nato con la partizione della Palestina, morirà con lei? E’ questa la domanda fondamentale che il film pone, e che crescerà nelle nostre menti: insieme col pensiero che sì, “quel sistema” che sta uccidendo il solo presidio legale della nostra fragile umanità, di questa umanità è nemico, come Francesca Albanese ha detto. E voi, ministri di una politica europea che non sappiamo se più cieca o più ferina, voi non chiedete semplicemente ai funzionari dell’umanità di dimettersi e all’Onu di suicidarsi. Chiedete a tutti noi che non abbiamo voce di dimetterci dall’esercizio della ragione, dell’indignazione e dell’umana pietà. Sarà più onesta, la vostra infamia.


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