Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale

venerdì, 5 Giugno, 2026
By

Riprendiamo qui la recensione al libro di Luigi Daniele Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale (Laterza, pp. 176, euro 17), uscito su “il manifesto” 4 giugno 2026 (scarica qui la pagina) col titolo:

Una pervasiva violenza destituente

È stato scritto che quello in atto a Gaza (e in Libano) «non è un conflitto mediorientale in più ma una tragedia universale. Il laboratorio di un mondo post-Onu, post-Convenzioni di Ginevra, post-Dichiarazione dei diritti umani. Di un mondo feroce» (Jean-Pierre Filiu).

Chiunque non distolga lo sguardo dal nostro presente sente che questo è vero, e che in questa tragedia siamo tutti immersi fino ai capelli. Il nuovo libro di Luigi Daniele, Il diritto del più forte – La distruzione dell’ordine internazionale (Laterza, pp. 176, euro 17) ci mostra due cose: che lo è, dispiegando l’intera tragedia nel linguaggio asciutto e inesorabile dei fatti, e perché lo è, illuminando il laboratorio di questo mondo feroce con la chiarezza logica ed etica e l’affilata precisione del linguaggio giuridico. Il linguaggio, cioè, in cui avevamo scritto le carte di ciò che è dovuto agli umani, anche se non ci fosse Dio – dopo la voragine di morte in cui lo avevamo sprofondato nella prima metà del secolo scorso.

ERANO LE CARTE di un’umanità nuova, le radici di carta e pensiero di un mondo che voleva rinascere da quella voragine, rinunciando alle radici di sangue e di terra, alla violenza dei Leviatani, al regno senza fini della guerra. E mentre quelle carte bruciano, questo libro le riscrive virtualmente nell’anima di ognuno – anche il più ignaro – con una semplicità pari alla serietà di ciò che è in gioco: la fine del diritto universale, non solo del diritto internazionale. Il ritorno dell’umanità allo stato tribale – nella coscienza, nella cultura, nella politica. Nel momento stesso in cui il suo potere tecnologico di autodistruzione è al culmine.

Esperto di diritto penale internazionale intervistato dai media globali, coautore di giuristi e storici del calibro di Richard Falk e Raz Segal, collaboratore di Francesca Albanese nella redazione dei suoi rapporti, attivamente impegnato nella battaglia legale per il riconoscimento delle responsabilità dei crimini ancora in corso a Gaza (e in Libano) contro la popolazione civile, Luigi Daniele unisce la documentazione più esatta e sconvolgente alla visuale giuridica e storica più ampia sull’indicibile che si consuma in Palestina. «Ho iniziato a scrivere queste pagine mentre da Gaza giungevano immagini raccapriccianti…». Non hanno smesso di arrivarne, ogni giorno. Ma chi leggerà questo libro sentirà il dolore, l’impotenza, lo sdegno trasformarsi, pagina dopo pagina, in un’esperienza di significato. Credo che trasformare esperienze di realtà in esperienze di significato sia il compito proprio della filosofia quando fa il suo mestiere: ma qui il pensiero giuridico prosegue quello filosofico con altri mezzi, più potenti e più precisi.

TUTTI ABBIAMO SENTITO, nei quasi tre anni trascorsi dal 7 ottobre 2023, che qualcosa di enorme stava accadendo in Palestina: uno di quei punti di svolta della storia in cui il cielo si riavvolge su se stesso come il rotolo della legge, e l’umanità si ritrova al bivio fra l’autodistruzione e un rinnovamento profondo delle sue forme di convivenza. Si è parlato di un’«enorme frattura nell’ordine morale del mondo» che il nostro consenso all’annientamento di Gaza ha creato (Didier Fassin) o di una «rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945» (Pankaj Mishra).

IL LIBRO di Luigi Daniele articola questo sentimento, queste sentenze, in sei brevi capitoli ciascuno dei quali descrive una tappa dell’assalto ai capisaldi della civiltà giuridica moderna. Delineando una vera e propria mappa delle scoperte morali e delle conquiste legali dell’umanità moderna, per mostrarcele, una a una, smantellate dalla «violenza destituente» che ci sta facendo scivolare in questa nostra «postmoderna età del bronzo della dottrina dello stato e della guerra».

«Violenza destituente» è il termine con cui Daniele descrive questo fenomeno pervasivo del nostro tempo, che, dai luoghi di sterminio, si irradia nella sfera pubblica internazionale, nella vita politica dell’intero Occidente, nel linguaggio di una sconcertante maggioranza dei suoi media, nelle sue viscere social, fino a distruggere gli stessi fondamenti normativi delle sue democrazie. A partire dai doppi standard (ciò che è criminale in Ucraina è solo legittima difesa in Palestina) che stanno distruggendo l’anima e la credibilità, anzi più precisamente, la stessa idea del diritto, la sua essenza. Ex iniuria ius non oritur: il principio che non si può legalizzare l’ingiustizia o vale per tutti, o non vale più. I doppi standard, è vero, hanno sempre segnato le politiche degli stati: ma il fatto che la Palestina sia diventata «il rovescio coloniale dell’Ucraina» ha segnato «il divorzio definitivo delle classi dirigenti dell’Europa da ogni residua cultura dell’eguaglianza formale di fronte alla legge».

È quello che accade quando si smantellano i vincoli posti nei secoli alla guerra, sia per «umanizzarla» (jus in bello) sia per limitarne la legittimità (jus ad bellum). Mentre documenta le violazioni dei due tipi, questo libro illumina le grandi linee del confronto fra la ragione umana e la guerra: da un lato la delimitazione di ciò che è legittimo, a partire dalla definizione stessa della guerra come conflitto armato fra stati e dalla distinzione fra militari e civili; dall’altro la tendenza delegittimare la guerra stessa, che raggiunge il culmine nella messa fuori legge delle guerre d’aggressione nella Carta dell’Onu.

NON È SOLO la distruzione dell’ordine internazionale esistente, quella in atto oggi. È la destituzione del diritto universale moderno. Che, con Alberico Gentili e Ugo Grozio, aveva spogliato di ogni legittimazione teocratica l’esercizio del potere sovrano, per riscoprirne i limiti inviolabili e i vincoli di legittimità nella giurisdizione della ragione umana. Che, con Rousseau e Kant, aveva distinto la forza dalla norma, la coazione dal dovere, e dimostrato «l’impossibilità logica di far derivare il diritto dalla forza». Che, con l’Illuminismo, si era fatta ragione istituente, o capace di design istituzionale. Che, individuando la fonte ultima di legittimità dei governi nel consenso dei governati, nella loro eguaglianza di fronte alla legge, nel governo della legge e nella separazione dei poteri, aveva fondato le nostre democrazie. «La concezione illuministico-liberale della guerra emerge dallo stesso processo storico e teorico in cui si pongono le premesse dello stato di diritto e della democrazia».

Emerge infine – grandissima – la figura di Raphael Lemkin, il padre del concetto di genocidio: il cui pensiero scopre il non detto dietro il feroce richiamo dei dirigenti israeliani al grido biblico di Giosuè contro Amalek, le case, le donne e i figli e le bestie tutte. «Il nemico non è il nemico, ma l’intera società che lo sorregge». Genocidio, lungi dal designare l’eccezione alla regola della civiltà occidentale, designa il destino segnato dei popoli, ovunque lasciamo che sia negata, con la pari dignità delle persone, la giurisdizione universale della ragione – questa «piattaforma politica costituente».

Tags: , , , , , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*