
Questo articolo (“manifesto” 30 luglio 2026) è una risposta a Vito Mancuso e alle sue posizioni sul riarmo, argomentate su “La Stampa” 22 luglio e 28 luglio. Il testo pubblicato sul “manifesto” conteneva un refuso che compromette gravemente la comprensione (“disarmo” in luogo di RIARMO). Riproduciamo qui una versione corretta, con la correzione enfatizzata.
C’è qualcosa di misterioso nell’ostentata soddisfazione con cui alcuni, e non pochi, intellettuali pubblici e accademici, trasversalmente disposti rispetto alle simpatie politiche, giustificano, sovente con lo scherno riservato dagli esprits forts alle anime belle, il riarmo italiano ed europeo. Così com’è: libero e sparso, totalmente alieno da ogni cessione di sovranità nazionale a una vera federazione europea, spudoratamente deciso a sacrificare green deal e welfare a una “necessità” che assume aspetti surreali, come la calata dell’orso russo alle porte di Roma. C’è chi parla di “aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra” (Natalie Tocci), e chi invoca il plauso per i “giovani pronti a uccidere e a morire” (Matteo Scurati). Non in astratto, ma in presenza della violazione su larghissima scala e dell’ostentato ripudio, da parte di molti governi occidentali, dei principi di civiltà enunciati nelle costituzioni rigide delle democrazie, nelle Carte del costituzionalismo globale, e nelle istituzioni di diritto internazionale che la seconda metà del Novecento ha prodotto. In presenza della militarizzazione delle scuole, con l’elogio delle armi, la loro esibizione, l’educazione dei bambini alla difesa della Nazione, e l’onnipresente insinuazione nelle menti della formula-guida dei macellai della storia: si vis pacem, para bellum.
Ecco perché, caro Vito, ero anche io fra quelli che il tuo articolo del 22 luglio scorso sulla necessità di questo riarmo, in forma di lezione al Papa pacifista che prega per il disarmo, ha veramente sconcertato. Ora tu rispondi ai tuoi critici provando a chiarire: essere per il riarmo non significa giustificare la guerra (La Stampa, 28 luglio). Proponi un’alternativa secca a tre corni, in risposta alla domanda: “Come si mantiene la pace?”. “1) Stabilendo delle tregue perché la guerra è permanente e insuperabile; 2) Abolendo le guerre e proclamando il disarmo; 3) Non attaccando nessuno ma rimanendo pronti a difendersi se ingiustamente attaccati”.
Non è la semplificazione che mi ha colpita, corredata del resto, per ogni alternativa, da ricche bibliografie. Anzi, mi sono sorpresa della quiete cardinalizia con cui enunciavi le alternative e la tua opzione, ovviamente la terza. Approfondendo questo stupore ho trovato quasi tutto quello che vorrei obiettarti, in amicizia e in pace. Aldo Capitini, che compare nella tua bibliografia della seconda opzione, mi ha aiutato a chiarire a me stessa quello stupore. In ogni punto del reale, in ogni evento – scrive Capitini ne La compresenza dei morti e dei viventi – c’è un dramma. E’ il dramma “dello sforzo…verso la sola vitalità” – cui si oppone qualcosa che “investe la vitalità per trasformarla e avviarla ad essere una realtà liberata”. Capitini, al contrario di te, non ha sempre un linguaggio chiaro: ma questo dramma oggi è più di sempre sotto i nostri occhi: e ogni parola che diciamo assume un senso o quello opposto in funzione di questo dramma. Tu stesso altrove, commentando il vangelo di Giovanni con Giacomo Leopardi, lo hai visto come il conflitto fra “il mondo”, questo “spregiatore di sentimenti alti” e di anime belle, e ciò che sta “di contro” al mondo. Fra il reale e l’ideale – è un’altra semplificazione, perché l’ideale motiva le menti e i cuori di molti che stanno nel mondo reale, dove i fatti sono tutti, all’incirca, dei beni e dei mali. Sono genocidi e assassini di massa, sono intere generazioni che perdono la vita a vent’anni, sono Hiroshima che i giornali del tempo giustificarono o addirittura esaltarono. In questa prospettiva chi ascolta soltanto le ragioni dei fatti è un cinico solo se crede che siano ragioni neutre. Se non lo crede, può ben essere un idealista. Ci sono mali che nessuno potrà dire “necessari” – sono tutti prodotti da mani umane, dalla minima connivenza fino alla decisione letale. Fra questi è senza alcun dubbio la guerra, ogni guerra.
Ecco Vito, questa è la prima cosa che volevo dirti: tu che hai tanto studiato l’Apocalisse, non ti sei accorto che è in corso? Siamo al Sesto Sigillo, quando il cielo si ritira dalla terra riavvolgendosi su se stesso come il rotolo della legge. E in un mondo che resta senza cielo e senza legge, tu predichi il riarmo necessario? La tua cardinalizia alternativa a tre corni, Vito, mi nasconde questa verità teorica e pratica, che non saprei formulare meglio di Albert Camus: “La pace è la sola battaglia per la quale valga la pena di combattere. Non è più una preghiera, è un ordine che deve salire dai popoli verso i governanti, l’ordine di scegliere definitivamente tra l’inferno e la ragione”


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