Uno spettro s’aggira per l’Unione Europea: la dissoluzione. Ciò che è vivo e ciò che è morto del Manifesto di Ventotene nella traiettoria bellica europea sancita da Readiness 2030

giovedì, 20 Agosto, 2026
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«Uno spettro s’aggira per l’Europa». Quando Marx ed Engels scrivono queste parole hanno ventinove e ventisette anni. È il 1848, ma il focolaio della rivoluzione che immaginano non è Mosca. È Parigi, capitale politica delle rivoluzioni europee; e la sua auspicata irradiazione guarda soprattutto alla Germania. Il Manifesto del partito comunista viene pubblicato per la prima volta a Londra, capitale del Paese nel quale il capitalismo industriale ha raggiunto il maggiore sviluppo e dove, paradossalmente, una rivoluzione politica appare assai meno imminente.[1]

La Russia occupa allora quasi il posto opposto. È l’impero di Nicola I, una delle grandi potenze della controrivoluzione. Nel 1849 le truppe zariste interverranno contro la rivoluzione ungherese. Che meno di settant’anni dopo proprio la Russia sarebbe diventata il primo stato governato da rivoluzionari che si proclamavano eredi di Marx appartiene alle ironie della storia, non alle profezie. Luciano Canfora ha recentemente insistito proprio sulle «due nascite» del comunismo: quella europea del 1848 e quella russa del 1917.[2]

Vale la pena ricordarlo perché pochi testi sono stati sottratti alla propria contingenza quanto quello di Marx ed Engels. Per alcuni è diventato catechismo, per altri profezia di una catastrofe “comunista” artatamente rievocata.

Qualcosa di simile è accaduto al Manifesto di Ventotene. Anche Spinelli e Rossi sono stati letti retrospettivamente attraverso ciò che sarebbe venuto dopo. Ma nel 1941 non descrivevano l’Unione Europea del XXI secolo più di quanto Marx ed Engels nel 1848 descrivessero l’Unione Sovietica. Restituire Ventotene alla storia prima di chiedergli di spiegare il presente è forse il modo migliore per capire che cosa ne sia rimasto vivo e che cosa sia morto. E intendo, vivo o morto, nel bene e nel male.

Quasi due secoli dopo Marx, infatti, un altro spettro sembra aggirarsi per l’Unione Europea. Il movimento si è rovesciato: quello del 1848 annunciava la possibilità di un ordine ancora inesistente; quello contemporaneo nasce dalla paura che l’ordine esistente non riesca più a riprodursi.

Non è lo spettro della rivoluzione. È quello della dissoluzione.

Spinelli, “schmittiano” senza Schmitt

Il Manifesto di Ventotene non era soltanto un appello al superamento della sovranità nazionale. La «rivoluzione europea» avrebbe dovuto avere un contenuto socialista. Grandi concentrazioni economiche, banche, monopoli e industrie strategiche dovevano poter essere sottoposti al controllo collettivo; proprietà e successione andavano riformate per ridurre le disuguaglianze.

È una parte di Ventotene difficilmente riconoscibile nella genealogia attraverso cui l’Unione racconta oggi se stessa.

È sopravvissuta invece l’intuizione politica fondamentale di Spinelli: il federalismo non consiste nel mettere d’accordo gli Stati, ma nel trasferire alcune funzioni decisive della sovranità a un nuovo potere europeo dai contorni tutt’altro che definiti. Il problema è che una federazione presuppone un soggetto politico federatore. Le istituzioni possono essere create per trattato, un popolo no.

Nel Diario europeo, nell’aprile 1953, Spinelli arriva a considerare la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica necessaria alla nascita dell’Europa e contempla perfino la possibilità che uno scontro futuro con l’Urss contribuisca a dare agli europei coscienza della propria unità.

È qui che compare, con una formula provocatoria ma non troppo, uno Spinelli “schmittiano” senza Schmitt.

Non occorre affatto postulare una filiazione intellettuale da Carl Schmitt, che a chi scrive non risulta e che appare anzi improbabile. Ma è proprio l’improbabilità della filiazione a rendere significativa l’affinità. Il liberale, socialista e antifascista Spinelli e il giurista compromesso con il nazismo Schmitt, arrivano da percorsi opposti davanti allo stesso problema: le istituzioni non bastano a fare un popolo. Il “noi” politico acquista consistenza distinguendosi da un “loro”.

Per Schmitt quella distinzione raggiunge la sua intensità propriamente politica quando contiene la possibilità reale del conflitto armato; nello Spinelli del 1953 la guerra contro l’Urss può diventare addirittura il passaggio attraverso cui gli europei acquistano coscienza della propria unità. Ma qui l’affinità comincia anche a rovesciarsi. Per lo Schmitt dello ius publicum Europaeum la guerra limitata presuppone che il nemico resti justus hostis: avversario politico, né criminale né nemico dell’umanità. Quando invece il conflitto viene combattuto in nome della civiltà, dei valori supposti universali o dell’umanità, il nemico tende a essere espulso dall’ordine comune che rendeva possibile limitarne la guerra. La vecchia e oscillante collocazione della Russia – Europa orientale o alterità dell’Europa? cristianità ortodossa o Oriente? – diventa allora decisiva. Il nemico che dovrebbe tracciare il confine dell’Europa può essere definito soltanto decidendo prima dove finisca l’Europa stessa. Il problema, dunque, non è soltanto se il nemico possa fare gli europei. È se il tentativo di trasformare la Russia da hostis politico in alterità di civiltà produca bellum all’esterno e stasis all’interno.

È utile allora ricordare che Spinelli disponeva di un “nemico” sedimentato in una lunghissima tradizione europea.

La Russia era stata alternativamente Europa e non-Europa, potenza cristiana e alterità ortodossa, Oriente da civilizzare e gigante capace di minacciare chi pretendeva di civilizzarlo. Per una parte del liberalismo ottocentesco era il gendarme della controrivoluzione. Per il pensiero rivoluzionario la sua arretratezza poteva invece trasformarla nel ventre molle dell’ordine europeo, il luogo in cui la contraddizione sarebbe esplosa per prima. Nel 1917 avviene un rovesciamento quasi perfetto: il gendarme diventa focolaio.

Cambiano regime, ideologia e funzione sociale. Sopravvive la posizione della Russia come luogo contemporaneamente interno ed esterno all’Europa dal quale può provenire una minaccia all’ordine europeo. Gendarme, focolaio, nemico: tre Russie diverse possono occupare lo stesso spazio dell’immaginario politico. Si tratta di una storia che proviene da lontano, da due genealogie russofobiche trasversali alle categorie oggi malconce di “destra” e “sinistra”. Ma questa geografia mentale non fu mai incontrastata. Alla tradizione che collocava la Russia ai margini della civilisation europea se ne affiancò un’altra che continuava a considerarla una potenza europea, diversa per istituzioni e sviluppo ma interna al medesimo sistema storico. L’oscillazione attraversa l’Ottocento e sopravvive alla rivoluzione bolscevica. Nel Novecento riemerge nella politica di de Gaulle verso una Europa «dall’Atlantico agli Urali», nella Ostpolitik di Brandt e Bahr e infine, dall’altra parte della cortina, nella «casa comune europea» di Gorbačëv. L’alternativa storica non è stata dunque soltanto fra contenere o combattere la Russia, ma fra costruire l’Europa delimitandola contro la Russia oppure costruire un ordine europeo nel quale la Russia avesse un posto.

1954: la difesa mancata

Il primo grande passaggio mancato dell’integrazione dell’Unione Europea riguarda proprio la forza.

La Comunità europea di difesa avrebbe dovuto integrare le forze dei sei paesi della CECA in una struttura militare sovranazionale. Ma la difesa portò immediatamente con sé la domanda politica: chi avrebbe comandato quell’esercito? Tra il 1952 e il 1953 un’assemblea ad hoc elaborò perciò il progetto di una Comunità politica europea, dotata di istituzioni sovranazionali e di un parlamento bicamerale. Quando nell’agosto 1954 l’Assemblea nazionale francese bloccò la ratifica della CED, cadde anche il progetto politico che avrebbe dovuto accompagnarla.[3]

È una cesura decisiva.

L’integrazione europea continuerà evitando proprio la questione che Spinelli considerava essenziale: chi dispone della forza e in nome di chi? Al posto del salto politico-militare verranno il mercato comune, la politica agricola, la concorrenza e, molto più tardi, la moneta. La difesa dell’Europa occidentale resterà essenzialmente atlantica, mentre l’integrazione comunitaria procederà soprattutto attraverso il metodo funzionalista idealmente associato a Jean Monnet (1888-1979) funzionario, uomo d’affari e stratega politico francese, mai eletto a una carica politica nazionale, ma uno dei principali artefici dell’integrazione europea del dopoguerra. Durante le due guerre mondiali Monnet lavorò al coordinamento economico e logistico interalleato; ebbe incarichi nella Società delle Nazioni, operò nella finanza internazionale e, durante la seconda guerra mondiale, partecipò alla pianificazione economica alleata. Nel dopoguerra guidò il Commissariat général du Plan francese. Il passaggio decisivo arriva nel 1950. Monnet e i suoi collaboratori elaborarono il nucleo del Piano Schuman, ministro degli Esteri francese: mettere la produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto un’Alta Autorità comune, aperta agli altri paesi europei. Da qui nacque nel 1951 la CECA, di cui Monnet divenne nel 1952 il primo presidente dell’Alta Autorità, antenata istituzionale della Commissione euro.

Fu il metodo funzionalista di Monnet a consentire all’Europa di avanzare senza rispondere a Spinelli. Ma ogni avanzamento rende la domanda di Spinelli più difficile da eludere. Quanto potere può essere trasferito a istituzioni sovranazionali prima che diventi inevitabile stabilire chi sia il soggetto politico in nome del quale esse lo esercitano? La CEE costruisce progressivamente il mercato. La Corte di giustizia trasforma i trattati in qualcosa di più profondo di normali accordi internazionali: un ordinamento sovranazionale capace di incidere direttamente sugli stati e sui cittadini.

Poi arriva Maastricht. Con l’euro una delle funzioni simbolicamente e materialmente più forti della sovranità – la moneta – viene trasferita a un’istituzione europea. Ma la sequenza è quasi inversa rispetto alla formazione dello stato moderno. Non:

popolo → costituzione → Stato → moneta → esercito.

Bensì:

mercato → ordinamento → moneta → costituzione? → popolo? → difesa?

La costruzione europea riesce dove può procedere attraverso istituzioni, diritto e interdipendenza. Si inceppa davanti alle due domande più radicalmente politiche: chi è il sovrano? Chi dispone della forza?

La seconda era rimasta sospesa dal 1954.

La prima esplode nel 2005.

2005: la costituzione mancata

È forse l’episodio più rimosso dal racconto contemporaneo dell’Europa. Nel 2004 i governi firmano il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa. Il titolo stesso segnala il salto: l’ordinamento tenta finalmente di nominarsi costituzione. Nel 2005 gli elettori francesi e olandesi lo respingono. Non esiste un unico significato di quei voti. Nel rifiuto convivono sinistra sociale, nazionalismo, critica al modello economico dell’Unione, protesta contro i governi, timori per l’allargamento. Ma proprio questa molteplicità rivela il problema: non esiste un popolo europeo al quale sottoporre la costituzione. Esistono popoli nazionali chiamati a pronunciarsi su di essa. Dopo i referendum, il processo non riparte semplicemente: cambia natura. Segue un «periodo di riflessione» e nel 2007 gli stati abbandonano formalmente il progetto di un trattato costituzionale. Molte delle sue innovazioni istituzionali vengono tuttavia recuperate nel Trattato di Lisbona, firmato nello stesso anno ed entrato in vigore nel 2009. Scompaiono invece la parola “Costituzione”, la terminologia più esplicitamente statuale e la codificazione dei simboli dell’Unione. Non viene abbandonato gran parte del contenuto dell’integrazione; viene abbandonata la pretesa di rappresentarlo come un momento costituzionale europeo.

La moneta esiste.

La costituzione no.

L’esercito no.

2022: riappare la casella vuota

L’invasione russa dell’Ucraina non è, secondo i trattati, un’aggressione armata contro l’Unione. L’Ucraina non è membro dell’UE e non è membro della NATO: non scattano né l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione né l’articolo 5 dell’Alleanza atlantica.

La guerra fa però emergere con violenza la casella lasciata vuota nel 1954.

Dopo settant’anni d’integrazione l’Europa dispone di una moneta comune ma non di una difesa comune equivalente; di un ordinamento sovranazionale ma non di un’autorità politica europea che possa autonomamente decidere della guerra e della pace. I trattati sono molto chiari. Le capacità militari impiegate dall’Unione sono fornite dagli Stati membri; una vera “difesa comune” richiederebbe una decisione unanime del Consiglio europeo e le successive decisioni degli stati secondo le rispettive norme costituzionali. Per i membri della NATO, quest’ultima rimane inoltre il fondamento della difesa collettiva.[4]

La guerra ucraina non crea dunque semplicemente un problema europeo di sicurezza. Rivela il problema politico della difesa europea. Eppure il Consiglio europeo definisce ormai la guerra russa e le sue conseguenze una «sfida esistenziale per l’Unione Europea» e collega quella diagnosi alla necessità di raggiungere la defence readiness entro il 2030.[5]

Non è un automatismo giuridico. È una qualificazione politica.

Dalla difesa al principio dell’ordinamento

È qui che l’attuale traiettoria può diventare qualitativamente nuova.

La difesa non riguarda ormai soltanto eserciti e armamenti. Connette industria, ricerca scientifica, tecnologie duali, energia, infrastrutture, bilanci pubblici, debito, finanza e procurement. Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro di capacità aggiuntiva di spesa, dei quali 150 miliardi attraverso SAFE, finanziato sui mercati e destinato a prestiti agli stati.[6]

La difesa comincia dunque come principio di coordinamento.

La domanda è se possa diventare il principio dell’ordinamento.

Mercato, concorrenza e stabilità monetaria hanno costituito potenti principi organizzatori dell’integrazione. La sicurezza introduce una logica diversa. Non risponde soltanto alla domanda «come organizzare l’Europa?», ma a quella più radicale: «come preservare l’Europa?»

Il fallimento costituzionale aveva lasciato sospesa una domanda: chi vuole questo ordinamento?

La sicurezza può sostituirla con un’altra: che cosa è necessario fare perché questo ordinamento sopravviva?

È il passaggio dalla volontà alla necessità.

L’esercito senza popolo

Ma qui compare una contraddizione che separa radicalmente l’Europa contemporanea da quella di Spinelli.

Lo Spinelli della CED appartiene ancora all’età degli eserciti di massa. La coscrizione aveva legato per più di un secolo cittadinanza, nazione e guerra. Lo stato chiamava il cittadino alle armi e, proprio attraverso quell’obbligo terribile, affermava che la patria apparteneva anche a lui.

L’Europa che dovrebbe essere forgiata «nel ferro e nel fuoco» appartiene invece all’età degli eserciti prevalentemente professionali, almeno in molti dei suoi maggiori Paesi. Altrove la coscrizione è sopravvissuta o è tornata. Non esiste neppure sotto questo profilo un modello europeo.

La differenza non è tecnica. È costituzionale.

L’esercito di cittadini presuppone un popolo. L’esercito professionale presuppone anzitutto una catena di comando, una fonte di finanziamento e un’autorità alla quale obbedire. Chi sarebbe il datore di lavoro del futuro soldato europeo? A chi presterebbe giuramento? Chi potrebbe ordinargli di combattere? Davanti a quale parlamento risponderebbe chi impartisce quell’ordine?

L’attuale ordinamento non risponde creando un esercito dell’Unione. Risponde attraverso capacità nazionali messe a disposizione dell’UE.[4]

Ed emerge un paradosso: l’Europa può integrare industria, procurement, standard, ricerca e mobilità militare senza avere ancora stabilito chi dispone degli uomini armati.

Una moneta può essere amministrata da una banca centrale. Un programma industriale può essere finanziato sui mercati. Uno standard militare può essere armonizzato. Ma ordinare a uomini di uccidere e rischiare di morire pone una questione di legittimità che l’integrazione funzionale difficilmente può eludere.

Chi combatterà, e da chi imparerà?

La professionalizzazione introduce poi una domanda più prosaica: dove trovare i soldati?

Un’Europa demograficamente anziana che volesse trasformare la propria capacità militare in quella di una potenza continentale dovrebbe scegliere fra coscrizione, aumento degli organici professionali, riserve, reclutamento di cittadini di altri stati, apertura a residenti stranieri, ricorso crescente a personale contrattualizzato per determinate funzioni.

Chiamarli tutti “mercenari” sarebbe giuridicamente improprio. Ma esiste un problema politico di mercato del lavoro militare. Chi combatterà per l’Europa se combattere non è più un obbligo generalizzato della cittadinanza? Una leva propriamente europea presupporrebbe quasi esattamente quel popolo europeo che dovrebbe contribuire a produrre. Un esercito interamente professionale separerebbe invece ulteriormente cittadinanza e guerra: combatterebbe una minoranza specializzata, mentre la maggioranza parteciperebbe al conflitto soprattutto come contribuente.

L’antica formula della nazione in armi verrebbe rovesciata:

non più il popolo che diventa esercito, ma l’ordinamento che possiede un esercito.

E c’è una seconda domanda: da chi imparerebbe a combattere?

Per decenni dottrina, interoperabilità, addestramento e cultura strategica di gran parte delle forze armate europee si sono sviluppati nella NATO. Gli stessi trattati dell’Unione riconoscono che, per gli stati che ne fanno parte, l’Alleanza rimane il fondamento della difesa collettiva.[4] Ancora nel 2026 il Consiglio europeo insiste sul carattere complementare della crescita militare europea rispetto alla NATO.[5]

Può un esercito contribuire a costituire un sovrano europeo se la sua grammatica militare e le sue strutture d’interoperabilità sono maturate dentro un sistema atlantico il cui centro politico non è europeo?

Non è una domanda contro la NATO. È una domanda sulla localizzazione della sovranità.

Chi paga?

A questo punto ritorna ciò che sembrava morto di Ventotene: la questione sociale.

La difesa, quando tende a diventare principio dell’ordinamento, diventa inevitabilmente politica distributiva.

Gli stati europei hanno debiti, capacità fiscali, industrie militari, sistemi di welfare, geografie e percezioni della minaccia profondamente differenti. Per Estonia o Polonia la Russia occupa comprensibilmente una posizione strategica diversa da quella che occupa per Portogallo o Spagna. Alcuni Paesi dispongono di grandi industrie militari; altri compreranno soprattutto ciò che i primi producono.

Ogni aumento strutturale della spesa militare entra inoltre in rapporto con pensioni, sanità, istruzione, infrastrutture, salari, fiscalità.

Le domande diventano inevitabili:

chi paga? Chi beneficia? Chi decide?

La difesa non cancella il conflitto sociale. Lo europeizza.

Ma europeizzare il conflitto senza avere costruito una corrispondente solidarietà politica può produrre l’effetto contrario a quello immaginato da Spinelli.

Il nemico può fare anche i nazionalisti

La distinzione abituale tra «federalisti» e «sovranisti» dice troppo poco. Le organizzazioni politiche che contestano oggi l’assetto dell’Unione non chiedono necessariamente soltanto “meno Europa” come piace affermare a chi grida “più Europa”. Contestano a quale scala debba costituirsi il soggetto politico e chi abbia diritto di pronunciare il “noi”.

Lo schema spinelliano potrebbe essere:

nemico continentale → solidarietà continentale → popolo europeo → federazione.

Ma la stessa dinamica può rovesciarsi:

riarmo → costi asimmetrici → conflitto distributivo → conflitto tra stati → nazionalizzazione → nazionalismo.

Il nemico non produce necessariamente gli europei.

Può produrre nazionalisti.

E le nuove destre non individuano neppure tutte lo stesso nemico. Per alcune è la Russia; per altre l’immigrazione, l’Islam, il globalismo, le élite liberali o le stesse istituzioni europee. Alcune sono rigidamente atlantiste, altre no.

Schmitt si sdoppia.

Da una parte la logica del nemico può essere utilizzata per produrre il soggetto europeo. Dall’altra può essere restituita alla nazione e impiegata contro il processo federativo.

Il tentativo di costruire l’Europa attraverso l’intensificazione del politico può così alimentare precisamente le forze che vogliono disarticolarla.

Ciò che è vivo e ciò che è morto

La parabola dell’integrazione appare allora meno lineare della sua narrazione celebrativa.

1954: falliscono insieme difesa e comunità politica.

1957-1992: riescono mercato e integrazione funzionale.

Dagli anni Sessanta: si consolida l’ordinamento sovranazionale.

1992-2002: riesce la moneta.

2005: fallisce la costituzione.

2007-2009: Lisbona conserva e approfondisce l’ordinamento rinunciando al momento costituzionale.

Dal 2022: la guerra riapre la questione lasciata irrisolta nel 1954: forza, comando, capacità fiscale e potere politico.

Di Ventotene è viva la critica dell’insufficienza della scala nazionale. È viva l’idea che l’Europa debba diventare soggetto per non essere oggetto delle grandi potenze. È vivo il problema del trasferimento della sovranità. E sembra tornare persino l’intuizione più estrema dello Spinelli del 1953: la pressione del nemico come possibile principio costitutivo dell’unità europea.

Molto meno riconoscibile è il progetto di trasformazione sociale che accompagnava quella federazione.

Sopravvive il nemico, scompare la rivoluzione.

Ma scompare anche qualcosa che Spinelli poteva ancora dare per acquisito: l’esercito come popolo mobilitato.

L’Europa potrebbe quindi trovarsi davanti a un paradosso nuovo. Costruire l’apparato militare senza costruire il popolo. Professionalizzare chi combatte e socializzare chi paga. Integrare l’industria della difesa senza sapere ancora quale sovrano debba disporre della forza che essa produce.

E se i costi di questa integrazione saranno distribuiti in modo asimmetrico, la sequenza può invertirsi.

La paura della dissoluzione produce integrazione. L’integrazione militare produce costi e benefici diseguali. Le disuguaglianze producono conflitto. Il conflitto può essere nazionalizzato. E la nazionalizzazione può produrre precisamente la dissoluzione che il processo avrebbe dovuto scongiurare.

Lo spettro, dunque, non è la Russia.

È la dissoluzione.

Nel 1848 lo spettro annunciava dal cuore dell’Europa occidentale la possibilità di un ordine nuovo, mentre la Russia ne rappresentava uno dei guardiani reazionari. Nel 1917 il gendarme diventò focolaio e come tale fu aggredito in forze: tra il 1918 e il 1922 intervennero militarmente contro il potere bolscevico Giappone (oltre 70.000 uomini), Gran Bretagna, Francia, Usa (circa 13.000), Grecia (oltre 20.000), Canada, Italia e altri, oltre alla Legione cecoslovacca. Le stime complessive oscillano intorno a 180-200.000 uomini, ma non simultaneamente. Il grosso della guerra antibolscevica fu tuttavia combattuto dalle armate bianche russe, sostenute dagli Alleati con armi, denaro e logistica… Nel 1953 Spinelli poté immaginare quel focolaio trasformato in nemico capace di “fare gli europei”. Oggi il focolaio è scomparso, ma il nemico è rimasto.

È forse questo il paradosso più profondo di ciò che è vivo e ciò che è morto di Ventotene: scomparsa la rivoluzione sociale che avrebbe dovuto dare contenuto alla federazione, sopravvive la possibilità che sia il conflitto a darle forma politica.

Spinelli aveva intuito che il nemico poteva fare gli europei. Ma apparteneva ancora a un’epoca nella quale fare la guerra significava mobilitare il popolo.

L’Europa oggi potrebbe scoprire il paradosso opposto: armare l’ordinamento senza riuscire a costituire il popolo.

NOTE

1. Marx ed Engels furono incaricati dalla Lega dei comunisti riunita a Londra nel novembre 1847 di redigerne il programma; secondo la cronologia tradizionale, il manoscritto fu inviato a Londra e pubblicato in tedesco poche settimane prima della rivoluzione francese del febbraio 1848. Gli stessi Marx ed Engels, nella prefazione del 1872, ricordano questa cronologia.

2. Luciano Canfora, Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli, 2026. Il volume analizza quelle che chiama le «due nascite» del comunismo nel 1848 di Marx e nel 1917 di Lenin. L’incarico a Marx ed Engels di redigere il programma della Lega dei comunisti risale al congresso londinese del novembre-dicembre 1847. La tradizione successiva ha collocato la redazione tra la fine del 1847 e il gennaio 1848 e la pubblicazione londinese nel febbraio 1848. Canfora sottopone questa cronologia a una nuova analisi documentale, insistendo sulla necessità di collocare la composizione effettiva del Manifesto nel vivo della congiuntura rivoluzionaria del 1848 e discutendo criticamente le testimonianze retrospettive sulla sua datazione.

3. L’Assemblea ad hoc istituita nel settembre 1952 elaborò il progetto di Comunità politica europea. Il rifiuto francese di ratificare la CED nell’agosto 1954 determinò anche l’abbandono di quel progetto costituzionale-politico.

4. Art. 42 TUE. Le capacità operative della politica di sicurezza e difesa comune sono fornite dagli Stati membri; il passaggio a una difesa comune richiede una decisione unanime del Consiglio europeo e l’adozione da parte degli Stati secondo le rispettive norme costituzionali. Lo stesso articolo stabilisce che per gli Stati membri della NATO quest’ultima resta il fondamento della difesa collettiva. La clausola di assistenza reciproca dell’art. 42.7 riguarda l’aggressione armata subita da uno Stato membro sul proprio territorio.

5. Nelle conclusioni del giugno 2026 il Consiglio europeo definisce la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina una «sfida esistenziale per l’Unione europea», chiede di potenziare decisamente la prontezza alla difesa entro il 2030 e ribadisce contemporaneamente la complementarità con la NATO.

6. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede una capacità potenziale di mobilitazione nell’ordine degli 800 miliardi di euro: quasi 650 miliardi attraverso maggiore spazio fiscale nazionale e 150 miliardi mediante SAFE, raccolti sui mercati e prestati agli Stati per investimenti nel settore della difesa.

Bibliografia essenziale

Testi e fonti

  • Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, 1848.
  • Karl Marx, The Secret Diplomatic History of the Eighteenth Century, 1856-1857; e scritti sulla Russia e sulla Guerra di Crimea.
  • Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Il Manifesto di Ventotene, 1941.
  • Altiero Spinelli, Diario europeo 1948-1969, il Mulino, 1989.
  • Altiero Spinelli, L’Europa non cade dal cielo, il Mulino.
  • Carl Schmitt, Il concetto di “politico”, 1932.

Russia e costruzione dell’alterità europea

  • Joseph de Maistre, Les Soirées de Saint-Pétersbourg, 1821; e scritti e corrispondenza sulla Russia.
  • Astolphe de Custine, La Russie en 1839, 1843.
  • Jules Michelet, Légendes démocratiques du Nord, 1854.
  • Larry Wolff, Inventing Eastern Europe. The Map of Civilization on the Mind of the Enlightenment, Stanford University Press, 1994.
  • Martin Malia, Russia under Western Eyes. From the Bronze Horseman to the Lenin Mausoleum, Harvard University Press, 1999.
  • Iver B. Neumann, Uses of the Other. “The East” in European Identity Formation, University of Minnesota Press, 1999.

Russia e integrazione continentale

  • Charles de Gaulle, Mémoires d’espoir, Plon, 1970-1971; e discorsi sulla politica europea e sull’Europa «dall’Atlantico agli Urali».
  • Egon Bahr, Wandel durch Annäherung, discorso all’Evangelische Akademie di Tutzing, 15 luglio 1963; e scritti sulla Ostpolitik.
  • Michail Gorbačëv, Perestroika. New Thinking for Our Country and the World, Harper & Row, 1987; e interventi sulla «casa comune europea».

Comunismo, federalismo e costruzione europea

  • Luciano Canfora, Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli, 2026.
  • Alan S. Milward, The European Rescue of the Nation-State, Routledge, 1992.
  • Perry Anderson, The New Old World, Verso, 2009.
  • Luuk van Middelaar, The Passage to Europe. How a Continent Became a Union, Yale University Press, 2013.

 

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