L’articolo di Massimo Nava sul Corriere della Sera 29 agosto 2026, La guerra e il piano inclinato è in effetti per certi aspetti sorprendente, per i tabù che rompe, come ben chiarisce il commento di Giacomo Costa. Curioso che Nava non ne deduca affatto, come Costa, che è ancora alla portata dell’Europa – e di quel suo pezzo che, per la parte occidentale, è la Russia – di fermare lo scivolamento verso il baratro con un trattato sulla sicurezza, comprensivo anche delle ragioni della Russia. Ma al contrario che, siccome ormai siamo sulla china, non ci resta che assumerlo e prepararci a combattere. Ma non è strana questa conclusione? Con una sola frase raddrizza l’articolo per rimetterlo in linea con il suo giornale. E perché mai dovrebbero essere “populisti” tutti quelli che sono avversi alla deriva bellicista? (NDR)
Mio riassunto: per il Corriere della Sera, l’articolo presenta diverse novità. La tesi fondo, enunciata nelle prime righe, è ci siamo messi (come europei occidentali) su un piano inclinato verso lo scontro totale con la Russia, e che lo scontro non è dovuto solo all’atteggiamento minaccioso dei russi. I paesi europei sono passati dal sostegno morale e finanziario all’Ucraina, comprensivo dell’invio di armamenti difensivi e supporto logistico, ad una vera e propria alleanza e collaborazione militare. Questa è diventata una vera partnership che va dall’invio di missili a lungo raggio alla collaborazione progettuale e produttiva nel campo dei droni. Che cosa manca, si chiede Nava, a una dichiarazione di guerra? Vi sarebbero, secondo Nava, delle ragioni morali per proseguire nella strada dell’intervento militare, il fatto che l’Ucraina è il paese attaccato, e delle ragioni politiche: l’Ucraina è diventato il nostro baluardo contro l’aggressività russa, sostituendosi in questa funzione agli Usa. Queste ragioni sono state recentemente rafforzate dall’eventualità che l’Ucraina, grazie al sorprendente progresso tecnologico realizzato, possa vincere la guerra. Gli europei occidentali ne avrebbero tratto ragioni per rafforzare ulteriormente le forniture militari e la collaborazione strategica. Ci sarebbero, suggerisce Nava, ragioni per considerare anche il punto di vista russo. Forse si sarebbe ancora in tempo per “riflettere sulla genesi di un conflitto di natura nazionalistica cominciato nel 2012 (e non del 2022) di ricordare che anche la Russia si è sentita minacciata dall’espansionismo della Nato.” Tuttavia, forse ormai è troppo tardi. Le conseguenze dell’attuale gestione del conflitto da parte dei governi europei sono ineludibili: primo, la fine dei rapporti civili con la Russia; secondo, l’integrazione militare e politica dell’Ucraina nella Ue; terzo, il coinvolgimento diretto, aperto, dei paesi dell’Europa Occidentale nella guerra. Infatti non ci si può aspettare che la Russia sopporti ancora a lungo la loro partecipazione al conflitto senza risponderne. “Meglio quindi prenderne atto e prepararsi al peggio”, conclude inopinatamente Nava.
Mie osservazioni. Si potrebbe leggere l’esposizione di Nava come un’illustrazione del pericolo dell’estrema rigidità ideologica (o incredibile pretestuosità) che fonda le “ragioni etiche e politiche” che hanno spinto e spingono prima gli Usa, poi i paesi dell’Europa Occidentale, a sostenere l’Ucraina in una guerra in cui agisce come proxy. Quanto è vera la storia dell’incontenibile, irrefrenabile aggressività della Russia? Qui Nava accenna al fatto che anche la Russia aveva ed ha un problema di sicurezza. E osa addirittura infrangere un altro tabù, secondo cui l’aggressione russa del Febbraio 2022 non ha alcuna preistoria. Quanto a lungo abbiamo lasciato risuonare il refrain dell’aggredito e dell’aggressore? Dovrebbe perciò essere alla portata di tutti i paesi coinvolti, compresa la Russia, impegnarsi in un bel trattato per la sicurezza europea.
Tags: Giacomo Costa, Massimo Nava
Commenti recenti