D’Autunno, sui banchi, a scuola

venerdì, settembre 11, 2009
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Che cosa, meglio delle parole del nostro Ungaretti, si sta come d’Autunno sugli alberi le foglie, per descrivere la condizione oggi di tanti insegnanti e operatori della scuola italiana? Ancora di più che in passato domina nella scuola l’incertezza, la precarietà, l’incapacità di pre-vedere un futuro, e la precarietà di chi lavora nella scuola è solo un aspetto del problema. Non sembra affatto banale ricordare come la scuola sia lo specchio forse più fedele della nostra società. Lo è in quanto crocevia di culture e mode, saperi, educazione, avviamento alle professioni, speranze e difficoltà delle famiglie, di passaggi cruciali di giovanissimi e adolescenti, luogo in cui tutti abbiamo trascorso i nostri anni più straordinari. Come rilevano i molti ricercatori che hanno collaborato alla stesura del testo che segnalo, Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Laterza, 2009, a cura della Fondazione Giovanni Agnelli, l’ambiente sociale in cui la scuola è chiamata ancora una volta a riorganizzarsi – nella secondaria siamo al ventisettesimo tentativo, ipotetico o attuato, di riforma nella storia della Repubblica – è contraddistinto da legami mutevoli sempre più fragili; le situazioni in cui agiscono gli uomini sembrano modificarsi prima che le loro modalità di azione riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Tradotto può stare a significare che l’accanimento riformistico – che mirava il più delle volte solo a porre riparo a guasti di precedenti riforme – ha finito per produrre tali appesantimenti procedurali e metodologici – scaricati in genere sui singoli docenti – che spesso nel momento in cui iniziavano a trovare un primo momento attuativo venivano sconfessati. E’ la società liquida di Zygmunt Bauman? Quella dove le capacità di predeterminare le tappe successive, individuali e collettive, di una storia orientata a una meta, sono scomparse? In questo testo che svolge una serie di indagini socio-statistiche e culturali rigorose aggiornate di dati scientifici sulla attuale scuola italiana, non emerge un ritratto della nostra scuola come anomalia nel panorama internazionale, bensì anomalo questo susseguirsi continuo di tentativi di riordino. Presumibilmente la “struttura” dei sistemi scolastici sarà destinata a scomparire in tempi non lunghi. La scuola sta perdendo il monopolio dell’istruzione perché sono ormai molteplici gli ambiti e le agenzie dai quali gli individui e le comunità apprendono. Questo spiegherebbe tante cose, a partire dall’identità in crisi dei docenti, delle discipline insegnate, delle metodologie, degli indirizzi, degli assi culturali, e la conseguente sempre maggiore disaffezione allo studio degli studenti. Di che cosa abbiamo bisogno? Uno dei punti di forza del testo sta nel delineare criticamente i sei scenari possibili della scuola prospettati dall’OCSE. La scuola è un sistema organizzato complesso situato all’interno di altri sistemi complessi che dovrà saper far coagulare intorno allo studente strumenti e metodologie informative accessibili in qualsiasi momento. Forse bisognerebbe aggiungere che la scuola domani non potrà limitarsi a rendere disponibili strumenti e saperi – un aspetto sotto il quale non può dirsi inadempiente nemmeno oggi – ma anche a progettare saperi, strumenti e a farne l’applicazione e l’utilizzo più adeguati rispetto alla realtà sociale e all’ambiente. E’ un dato che molti studenti, oggi più che in passato, mostrano dai test quozienti intellettivi molto elevati, salvo però fare un cattivo uso della loro intelligenza. E’ come se mancasse un’intelligenza della responsabilità morale dell’agire, del decidere, del fare e dare attuazione a scelte sulla base di ragioni, motivi e scopi. La tanto auspicata formazione al sapere e al saper fare è un’educazione alla responsabilità. Da questa prospettiva, la scuola oltre ad essere un luogo di trasmissione di saperi manterrebbe anche la sua vocazione educatrice in vista dello sviluppo della persona e della sua maturità. In una società che sembra ormai capace di produrre solo un immaginario della propria fine (catastrofica), il compito di pensare e riconquistare operativamente il futuro della società sembra attingere direttamente alla nostra dignità morale di persone che per esistere devono saper progettare e pensare i loro atti insieme alle loro conseguenze.

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