Islam e identità nazionale (di Gian Enrico Rusconi)

mercoledì, ottobre 21, 2009
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Sulla polemica innescata dalle dichiarazioni del viceministro Adolfo Urso sull’inserimento dell’ora di religione islamica nella scuola, il 20 ottobre 2009 è intervenuto su La Stampa Gian Enrico Rusconi.

Ecco incipit e link all’articolo. Vale la pena di leggerlo.

«Le incertezze tra gli uomini di Chiesa a proposito dell’ipotesi dell’insegnamento della religione islamica nelle scuole rivelano le incongruenze in cui si trova la gerarchia ecclesiastica in tema d’insegnamento religioso. Ma l’intervento perentorio del cardinale Bagnasco che definisce l’ora di religione, quale oggi è praticata in Italia, «non una catechesi confessionale ma una disciplina di cultura» trasforma l’incongruenza in contraddizione.

Infatti se fosse vero quello che afferma il cardinale, allora l’ora di religione sarebbe un’espressione di cultura e di etica civile nazionale (addirittura con il richiamo al Concordato). I vescovi italiani, da cui dipendono gli insegnanti di religione, ne sarebbero i garanti. Di conseguenza gli islamici non potrebbero avanzare una rivendicazione analoga perché introdurrebbero nella scuola una cultura estranea alla scuola stessa. Con questo ragionamento si mostra in modo maldestro che la religione a scuola viene usata – impropriamente – come identikit o surrogato della cultura nazionale (continua)».

Leggi l’intero articolo di Gian Enrico Rusconi sul sito de La Stampa: Islam e identità nazionale.

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2 commenti a Islam e identità nazionale (di Gian Enrico Rusconi)

  1. Roberta De Monticelli
    mercoledì, ottobre 21, 2009 at 23:45

    Vorrei lasciare questo commento (corrisponde all’incirca a ciò che ho espresso in una discussione radiofonica con Lettieri e Mancuso che andrà in onda per Uomini e profeti).

    C’è un libro che consiglio a tutti i nostri ascoltatori: La fede pensata – Padre Ciolini nella Chiesa fiorentina, Le Lettere, Firenze 2009. E’ a cura di Marco Vannini, e raccoglie scritti – teologici, filosofici e omiletici di Padre Ciolini, inventore e animatore di quei Convegni di Santo Spirito, tenuti nell’omonima splendida cornice del complesso di Santo Spirito a Firenze, che per quasi venticinque anni hanno acceso la fiammella di una riflessione spirituale e culturale di grande qualità, e anche di grande successo fra il pubblico fiorentino. Una delle poche iniziative di questo livello e di questa liberalità, partite dall’interno della chiesa cattolica – in realtà dall’interno della solitudine e del coraggio di un uomo di fede e di spirito, che era solo un semplice frate, e un insegnante di religione al liceo Michelangiolo. Un’iniziativa paragonabile, per la levatura degli invitati e il calore, la quantità e l’assiduità del pubblico, alla serie delle “cattedre dei non credenti” del Cardinal Martini; con la differenza che i Convegni del Santo Spirito furono, per la maggior parte del tempo, animati e sostenuti da un solo uomo, ricco solo dell’amicizia che sapeva far nascere nei suoi interlocutori, anno dopo anno – fra questi alcuni dei più noti filosofi, teologi, storici, letterati italiani. Li sostenne a lungo da solo, anche finanziariamente: con il suo modesto stipendio di professore di religione. Fu, Padre Ciolini, il primo maestro e mentore di Marco Vannini, il massimo studioso italiano della tradizione mistica, cristiana soprattutto, e di Meister Eckhart in particolare. Che gli dedica appunto un saggio molto bello, da cui traggo un passo importante sulla figura di questo religioso, uomo di spiritualità e teologo, non semplicemente rappresentante di un cattolicesimo progressista e socialmente impegnato, come a Firenze Giorgio la Pira, don Milani, Padre Balducci:

    “Ricordo gli accenni polemici contro il Vaticano, che non aveva accettato di mettere a cattedra l’insegnamento della religione per non sottometterlo al controllo dell’Università Statale, o comunque della Pubblica Istruzione, preferendo lasciarlo facoltativo e facendolo così diventare una materia di serie B” (p. 18).

    In un suo articolo non pubblicato, Adamo Perrucci, studioso fiorentino di filosofia, si interroga proprio su questa – con le sue parole, “Contraddizione nell’accordo di revisione dei Patti Lateranensi, firmato com’è noto nel 1984 da Bettino Craxi, e dall’allora Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Agostino Casaroli.

    La contraddizione è evidente – eppure non ci pensiamo abbastanza, e bisogna ringraziare chi ci aiuta a metterla a fuoco. Eccola. Secondo lo spirito della revisione del Concordato, ci ricorda Pedrucci, si riconosceva a una società sempre più secolarizzata – e io direi ormai “adulta” – “il diritto alla diversità culturale e all’autodeterminazione morale”. E si riconosceva anche l’importanza del ruolo che la tradizione cristiana e cattolica aveva rivestito e rivestiva nella formazione dell’identità culturale degli Italiani . credenti o non che essi fossero. Le premesse erano chiare: c’era il riconoscimento della necessità di rivedere il Concordato in funzione di una miglior tutela della laicità dello Stato, ma anche il riconoscimento, almeno da parte dello Stato, della maggiore età morale dei cittadini e quindi dell’importanza che rivestiva per la formazione personale degli individui un’approfondita conoscenza della tradizione cattolica e della religione – o perlomeno di quella cristiana: se non altro per poter aderire con cognizion di causa, o viceversa respingere, questa eredità indubbiamente legata a filo stretto con la nostra storia.
    Queste considerazioni, senza neppure tirare in causa l’incipiente multiculturalità, che mi pare un problema ulteriore, sarebbero dovute bastare a una soluzione ovvia e coerente: se la conoscenza della tradizione religiosa del nostro paese è necessaria alla formazione personale, allora da un lato l’insegnamento non deve avere proprio nulla di confessionale: si tratta di trasmettere conoscenze, non di evangelizzare o convertire. Si tratta di alfabetizzare le persone anche soltanto sui contenuti fondamentali del canone e della tradizione, per non parlare della storia della religione, della sua fenomenologia, o dell’enorme ruolo che il cristianesimo ha svolto nella costruzione della mente e della cultura europee. Ma dall’altra parte, in questo caso, l’insegnamento in questione non dovrebbe affatto poter essere facoltativo: almeno, non più di altri pezzi e momenti della formazione culturale impartita a scuola, la storia o l’italiano, il greco o la filosofia.
    E invece cosa è successo? Molto semplicemente, che da un lato le motivazioni della revisione sono rimaste quelle che avrebbero dovuto segnare il passaggio dell’insegnamento della religione da forma di catechesi a materia curricolare vera e propria, senza opzioni o sconti. Ovviamente, a condizione che come disciplina della conoscenza e della cultura fosse insegnata: e non come catechismo o predica. Ma dall’altro, invece, si rese facoltativa l’ora di religione, esattamente come se assistervi implicasse aderire a un credo – cosa che certamente non si poteva imporre per legge. Questa la flagrante contraddizione che ancora oggi subiamo.

    Le ragioni? Purtroppo Padre Ciolini le vide bene. Le stesse del resto che hanno impedito l’insegnamento della teologia nelle Facoltà e università dello Stato, o comunque non confessionali. Le stesse che hanno privato proprio l’Italia, a livello culturale e scientifico, di una delle più autentiche, antiche e nobili sue risorse di esperienza spirituale e di pensiero. Guardate il cattolico praticante medio. Non vorrei essere pessimista ma… cosa ne sa della sua fede? E il medio agnostico, o ateo, della fede che rifiuta?

    E soprattutto, ancora una volta, hanno privato i cittadini italiani del vero diritto di scegliere. Non si dovrebbe, infatti, poter scegliere se restare ignoranti, o no. Bisognerebbe avere il diritto di non restare ignoranti, per poi scegliere : se un retaggio culturale, morale e spirituale come quello cristiano, o addirittura cattolico, lo si vuole far proprio, o no.

    Ma come sempre – se dipende dalla chiesa italiana – questo nostro Paese deve all’infinito restare il Paese della minore età. Non so se della cuccagna. Ma della minore età, senza dubbio….

  2. Adamo Perrucci
    sabato, novembre 14, 2009 at 13:19

    L’intervento di Roberta De Monticelli sulla questione dell’istruzione religiosa nella scuola pubblica mi offre l’occasione per proporre alcune mie riflessioni in merito allo stesso problema,di cui si trova menzione nel suo stesso commento.
    Muovo dal dibattito suscitato recentemente dalla proposta del viceministro Urso di istituire un’ora di religione islamica e che a mio avviso attrae l’attenzione su un problema purtroppo lasciato irrisolto da quello storico evento del 1984, noto come Accordo di Revisione dei Patti Lateranensi.
    Il “Nuovo Concordato”, siglato tra il Presidente del Consiglio Bettino Craxi e l’allora Segretario di Stato, il Cardinale Agostino Casaroli, era stato preceduto dai lavori avviati nel 1968 dalla commissione ministeriale presieduta dall’on. Guido Gonella, che aveva assunto l’impegno di elaborare ben nove testi preparatori come inizio di un lungo iter legislativo.
    La trattativa diplomatica andava certamente oltre la semplice ridefinizione delle relazioni tra due istituzioni sovrane poiché prendeva atto che una società sempre più secolarizzata reclamava, come inalienabile, il diritto alla diversità culturale e all’autodeterminazione morale. Urgeva dunque riconfigurare la stessa presenza operativa della Chiesa cattolica in Italia. Tra le priorità riconosciute vi era l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, come questione su cui riflettere adeguatamente ai fini della salvaguardia della laicità dello Stato. I tempi sembravano maturi per operare un passaggio da una disciplina di ordine catechetico a una vera e propria materia curricolare, avente pieno diritto di cittadinanza nell’ordinamento didattico. Si giunse così alla promulgazione della legge n. 121 del 25 marzo 1985, il cui articolo 9.2 contiene il nucleo essenziale delle relative disposizioni normative.
    Suddetto articolo muove dall’affermazione del valore della cultura religiosa e dalla constatazione dell’incidenza dei principi dottrinali del Cattolicesimo nella costituzione dell’identità del nostro popolo, come ragioni basilari che legittimano la volontà dello Stato italiano di continuare ad assicurare l’insegnamento religioso nelle scuole non universitarie di ogni ordine e grado. E tuttavia, vi si legge che «nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori è garantito il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento».
    Si genera a questo punto una notevole perplessità nella mente del lettore che voglia spiegarsi come si possa rendere opzionale un insegnamento dichiarato, al contempo, essenziale per lo studio della storia della nostra cultura. Le motivazioni evocate nella menzionata legge sono di ordine pedagogico e storico-sociale, sicchè sembrerebbe trattarsi di una materia a cui non è concesso rinunciare, pena l’impoverimento del percorso educativo individuale. Conseguentemente, non è chiaro per quale ragione ci si debba appellare al rispetto della libertà di coscienza quando la posta in gioco è invece l’integrità di un percorso formativo che non pare lasciare spazio a opzioni di sorta. Si ha l’impressione di percepire un’ambiguità di fondo che rende poco credibile lo sforzo di riformare un insegnamento, chiamato a misurarsi con il mutato contesto politico-culturale in cui esso si inscrive. La questione è molto più complessa di quanto abbiano saputo intendere i cosiddetti laicisti, i quali si limitano a contestare le varie forme di ingerenza della Chiesa nella vita dello Stato e a ravvisare, in particolare, nella Revisione del Concordato una ennesima pretesa di controllo delle coscienze da parte delle gerarchie ecclesiastiche.
    Con estrema onestà intellettuale, credenti e non credenti dovrebbero convenire nel riconoscere che, in primo luogo, la laicità delle istituzioni preposte all’educazione non è affatto preservata mediante l’opzionalità della disciplina religiosa e che, soprattutto, il ruolo plurisecolare rivestito dalla Chiesa in Italia non giustifica la confessionalità di un insegnamento fatto assurgere, tra l’altro, al rango di materia curricolare. Se infatti concordiamo che tra i compiti della scuola non rientra di certo quello di corroborare la fede dei credenti, bensì quello di offrire validi strumenti affinchè gli studenti sappiano orientarsi anche in materia religiosa, mediante l’acquisizione di una autonomia di giudizio, propria di una personalità matura e responsabile, allora non possiamo non scorgere la grave incoerenza che pervade il dispositivo normativo del 1985. Più che presumere di rispettare la libertà di coscienza degli educandi mediante la facoltatività della materia, occorreva invece procedere a istituire un insegnamento scientifico non confessionale relativo alla dimensione religiosa, quale fenomeno imprescindibile dell’esistenza umana. Sarebbe stato dunque coerente progettare un insegnamento rivolto a una esplorazione progressiva delle molteplici componenti della esperienza religiosa, avvalendosi di un apporto multidisciplinare, indispensabile per illuminare in profondità l’oggetto di studio.
    Se è indubbia la rilevanza che la sfera religiosa assume in seno all’esistenza individuale e collettiva, si dovrà allora ammettere che lo studente non può essere privato della opportunità di esplorare la dimensione religiosa secondo i canoni della scientificità. Si obietterà che ci si è già adoperati per uno studio storico delle religioni ma questo non è sufficiente poichè sono diverse le aree del sapere coinvolte: dall’antropologia alla psicologia, dalla letteratura alla filosofia. Si tratta di una vera e propria zoomata a cui occorre prepararsi in modo adeguato.
    Tutto questo richiede, come è evidente, una rinnovata comprensione della laicità che non è sinonimo di avversione alla fede religiosa quanto piuttosto di rivendicazione di uno spazio in cui ogni uomo possa essere riconosciuto nella sua dignità di persona libera e responsabile, consapevolmente impegnata nella ricerca del senso della vita.
    Compatibile con tale concetto di laicità è l’istituzione di quella che a buon diritto può dirsi “scienza della religione” come disciplina essenziale al processo educativo dell’individuo, perché va al di là delle appartenenze e include tutti in virtù dell’attenzione che sa riservare al primato della coscienza degli educandi. Rinunciare alla confessionalità di un insegnamento è una scelta coraggiosa che coinvolge, in pari misura, tanto lo Stato quanto la Chiesa e che per entrambi non può non rivelarsi benefica.

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