Meditatio mortis. Frammenti notturni

domenica, novembre 1, 2009
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Negli anni, seguendo il dibattito teorico attorno al tema del fine vita, e ancor più le sue riproposizioni, sbiadite e svilite, sui giornali, mi sono convinto che una delle ragioni per cui così spesso a prevalere sono i motivi ideologici della disputa, sia il fatto che si dia quasi sempre per scontato che si sappia esattamente di che cosa si sta parlando, assumendo senza troppi problemi che il senso di questa espressione, fine vita, sia preso e tenuto sempre ben presente davanti agli occhi ogniqualvolta si usino parole come “alimentazione”, “idratazione forzata” o, più giornalisticamente (e truffaldinamente) “staccare la spina”, “fame”, “sete” e via discorrendo.

La scorsa estate, io, ho perso mio padre. Accade, naturalmente. Accade che una sera una voce fraterna ti riveli che una persona che ami è quasi certamente destinata a una rapida morte. Non per il carico ormai copioso d’anni, ma perché un male come un tarlo silenzioso lo sta consumando, ed è già arrivato là dove non si può più espungere o prosciugare. Accade. E allora si perde il pudore che forse si dovrebbe alle sofferenze più personali, la cautela che suggerirebbe di non degradare la vita (e la morte) ai nostri pensieri inadeguati. Si vuole raccontare quel che si è visto, dare forma all’esperienza, evidenza e traccia a quel che si vive.

Ma può avere, tutto questo, oltre che esistenzialmente, anche teoricamente senso? Non si tratta di esperienze troppo intime per poter essere riguardate da tutti, come la filosofia esige; e per non evocare, nella loro così prosaica e cruda evidenza, un carico di emozioni troppo oneroso per non imbarazzarci fino a offuscarci le idee? Ho a lungo riflettuto su questo, e rifletto ancora. Tuttavia, dopo aver letto l’intervento di Roberta De Monticelli su Esperienza della morte e identità della coscienza…, ho ritenuto per questa volta di mettere da parte alcune delle mie remore. Credo infatti che la filosofia, anche la più algida, come è talvolta la buona fenomenologia, non debba arretrare di fronte alle difficoltà di una descrizione fondata, benché in prima persona (prima davvero), anche della morte di chi si ama; e questo vale ancor più se, come nel caso della fenomenologia, ha l’ambizione di procedere in aderenza alla nostra possibile esperienza del mondo e dei suoi limiti, ancorché estremi. Perché il prezzo che si pagherebbe, e che già si paga, è che il senso concreto e intuitivo di quell’espressione, fine vita, venga abbandonato in modo apparentemente inerte sullo sfondo delle polemiche, per essere evocato solo di tanto in tanto e per lo più a fini meramente retorici. Per non dire sciaguratamente ideologici. Ecco quindi quanto scrissi allora, quando tutto finì.

Nel suo inesorabile deperire, per me, babbo ha iniziato a precipitare la mattina del 4 luglio scorso, quando il suo bel viso di fanciullo immortale, per la prima volta, mi si è rivolto con gli occhi distanti e spenti di un vecchio, vergognoso e incapace di dirsi e di dire i troppi mai più che di colpo gli erano franati addosso come una massicciata. Da allora non l’ho più lasciato, fino a quando lui ha lasciato me, tredici giorni dopo. Delle ore senza fine in cui, di notte e di giorno, ho vegliato la sua, sono rimasti rappresi nella mia memoria soltanto brevi schizzi. Cenni appena di una meditatio mortis che ho voluto trascrivere e portare con me.

Degli ultimi giorni di mio padre tutto è stato indimenticabile. Soprattutto, momenti di gioia mai provata prima, risa irrigate di lacrime nelle fraterne veglie notturne; e più d’ogni altra cosa, un onniabbracciante senso d’inesausta gratitudine per il fatto di essergli accanto. Impazzire come non sapevi d’amore per lui, chiamarlo per la prima volta con quel nome, amore, mentre rattrappisce d’ora in ora come una larva d’insetto al sole, prosciugato di vita, livido di dolore. Diventare e scoprirti capace e felice dei servizi più disgustosi e delle più inusuali delicatezze. Tutto questo si è mescolato per mesi in un solo inscindibile affresco, in cui, per irresistibile inclinazione umana all’abitudine, anche e proprio la tragedia si trasforma in una routine comica e grottesca, e il trionfo della morte in un evento che può avvenire tra un cambio di lenzuola e le cordialità di un conoscente in visita. Ma lui. Lui dov’era? Né per noi né per mio padre, lo sapevamo, esisteva qualcosa come un mondo dietro al mondo. Ci si consolava un po’, quando spossatezza, morfina e sedativi lo assopivano, all’idea che, come il maggiore Drogo di Buzzati, consunto dalla malattia e dagli anni, anch’egli a un dato momento potesse far forza contro l’immenso portale nero, per scoprire cristianamente la luce oltre i suoi cedevoli battenti. Ma al risveglio l’angoscia ci riassaliva. Come Achille, alla gloria nell’Ade si preferiva tutti la vita. Dovevamo rassegnarci. Mio padre, animale braccato, avvinghiato con inconcepibili forze alle sponde di un letto divenuto per lui “la sua fossa”, ci faceva terrore e orrore. Ma si può, amando la vita, passarla sul serio ad allenarsi a morire (melete thanatou)? Per disprezzare la morte, si deve cominciare a vedere la morte nella vita (cotidie morimur). E infine, disprezzare almeno un poco anch’essa. Mio padre avrebbe forse accettato di morire “sazio d’anni” come i patriarchi dell’Antico Testamento. Come quelli, però, solamente a patto di raggiungere la loro venerandissima età. Chissà quale.

La morte di chi ami, e dunque di ogni persona in quanto può essere amata, non è mai e non può mai essere un fatto naturale. Non nel senso in cui parliamo di scienza “naturale”, almeno. S’illude Seneca, quando dice: «piangere la perdita di persone care non è meno sciocco del piangere la caduta delle foglie dagli alberi» (Epistole). La morte di una persona, e lo cogli in modo evidente se l’ami, non è mai qualcosa d’indifferente, né bene né male (adiaphoron). Così Plinio: dal momento che “sa” di dover morire, l’uomo è l’unico animale che non vorrebbe mai cessare di esistere. E di separarsi da coloro che ama, aggiungerei. Per questo è “naturale” commuoversi, come Leopardi, dinanzi a quella povera foglia frale, che vaga dove il vento d’autunno trascina ogni altra cosa. Non esiste quindi una “buona morte” nel senso di una morte più naturale di altre, quasi la natura potesse darci una norma valida per agire al suo cospetto. Qui Agostino ha visto più in profondità: la morte di una persona amata è «aspra e contro natura»: scandalosa, oscena (De civitate Dei); e non può essere altrimenti. Ma si può vedere tutto questo? Nelle notti passate accanto a mio padre, in un letto ogni giorno più grande, c’era un uomo di quasi 86 anni, alle spalle una vita sportiva, in salute, aliena da sofferenze fisiche, agevolata da una genetica che ancora poche settimane prima gli graziava almeno quindici anni. Di che rammaricarsi, allora? Poteva andare meglio di così? Sì, ma non molto meglio. E d’altronde, il senso di quella morte, come d’ogni altra, non era forse interamente spiegato? In alcune cellule polmonari, un errore di codifica. Niente di misterioso, un fenomeno anzi frequente. La proliferazione è incontrollata e silente. Difficile dire da quanto tempo procedesse prima di iniziare a intaccare anche la pleura. Da quel momento, la statistica ci dice che è questione di mesi: tre, sei, otto. E così si diventa terminali: aggettivo curioso, visto che terminali, in un modo o nell’altro, lo siamo in fin dei conti tutti. La fine più probabile è il soffocamento, se non si avrà la fortuna che un trombo sfugga arrestando il cuore o impartendo un colpo fatale al cervello. Tutto per l’essenziale già scritto, prevedibile, uguale a tanti altri casi. La respirazione che si fa difficoltosa, l’esofago che si attorciglia sotto la pressione dell’adenocarcinoma che s’allarga, i muscoli che si assottigliano, la pelle e le mucose interne che si ulcerano, il tremito irrefrenabile e progressivo. Il corpo deraglia, non risponde più. In quel perimetro in disfacimento del soma, però, io vedevo anche altro: io vedevo mio padre. Sempre più di rado, certo, man mano che il male faceva il suo corso. Come un vecchio ospite, che da dietro la maschera anonima di dolore e disperazione che s’impossessava del suo viso, di tanto in tanto si rifaceva vivo. Ma era lui. Nelle sopracciglia sollevate ironicamente ai noiosi incoraggiamenti dei figli pietosi. Nelle mani ancor belle, sventolate festosamente soltanto alla vista di nostra madre. Nelle labbra avide e tenaci, con cui serrava tremante la cannuccia nel disperato intento di preservare il solo atto libero, quello del bere, che il corpo gli concedeva. Ecco. È in quell’affacciarsi e ritrarsi, fino al definitivo svanire dietro, oltre, altrove, lontano, che si sperimenta lo scandalo, l’osceno della morte di una persona, cioè di colui che si ama perché può essere amato. Accade quando là dove tuo padre era solito esprimere se stesso, il proprio carattere, le proprie preferenze (il proprio ethos), il proprio caratteristico agire, prende via via il sopravvento la mera natura, la macchina biologica che ottusa continua a pompare sangue nelle sue vene anche quando il dolce e nauseante alito della cancrena inizia a esalare dalle braccia tumefatte, e gli occhi si fanno vuoti e lattiginosi come quelli di un morto, già pronti per rovesciarsi. Morto, non ancora morto. Vivo, non più vivo, perché non più recante i segni della sua vita, che tu e pochi altri potete cogliere. Pochi davvero.

«Niente reca tanto giovamento a un malato quanto l’affetto degli amici; niente fa tanto dimenticare l’attesa e il timore della morte» (Seneca, Epistole). Così il filosofo. Altro è per l’uomo. La cura di chi ami porta a un’attenzione assoluta: dilata all’inverosimile occhi, bocca, narici, mani e orecchie, soprattutto orecchie. Lo sanno le donne, lo scoprono gli uomini. Mio padre ci ha avuti sempre accanto: ogni sua piaga, ogni rantolo, ogni grido soffocato dalla fame d’aria ci ha trovati pronti, mai piangenti, mai disperati o rassegnati ad abbandonarlo solo al suo dramma. Eppure, diceva, ormai lui era “fuori dal branco”. Perché? Non sapeva dell’inesorabilità del suo male. O almeno: aveva mostrato di non volerla mai pronunciare ad alta voce per quel che era. Sentiva, però, che “tutto gli andava in pezzi dentro”; che “qualcosa lo divorava dall’interno”. E qui s’alza il muro invincibile. Occhi, bocca, naso, mani, orecchie non giungono: tra te e lui s’avanza il cadavere, il farsi sasso del sangue. Per te vuoto intendere. Per lui evidenza delle nascoste viscere. Mistero. Rivelazione.

In attesa della fine, tutto è teso, in ascolto. Si cerca il sonno. Invano. Gli occhi cercano distrazione tra le pagine di un giornale. Invano. M’imbatto in alcune righe di dibattito sul testamento biologico. Si discute se idratazione e alimentazione forzata siano o meno da considerarsi terapie. E dunque, se possa o meno rientrare nella libertà di ciascuno di noi, il sospenderle. Allora guardo mio padre, il profilo reclinato tra i radi respiri, il busto obliquo, le gambe, scheletrite e ripiegate di lato come quelle di un Cristo deposto, a formare un punto interrogativo: è di te che stanno parlando, babbo? È di noi? Quando le tue vene hanno iniziato a disfarsi sotto la pelle di carta velina, la soluzione di glucosio che alla fine ti nutriva e idratava è stata sacrificata alla morfina, che leniva il tuo dolore, e al sedativo, che annichiliva, insieme al tuo io, la tua disperazione. Altri accessi venosi avremmo potuto cercare, acconsentendo a mandarti un’ultima volta in sala operatoria. La risposta su cosa fosse giusto fare non ha avuto neppure bisogno fosse pronunciata la domanda. L’amore per te, molto prima che il nostro senso d’umanità, ci ha consigliato subito. E sei rimasto lì nel tuo letto, addormentato, quieto e incosciente, in attesa dell’ultimo respiro. Mentre tu giorno dopo giorno inibivi il tuo istinto di sopravvivenza, noi abbiamo sentito il dovere d’inibire il nostro di soccorso. Le persone, se possono, preferiscono generalmente morire prima del loro corpo. Chiedono silenzio, perché tu non li ridesti alla vita. S’allontanano. Lasciano le mura e gli affetti, piangenti e soli come li vedi allontanarsi lungo la strada percorsa due volte da Orfeo. È per primo il rispetto che hai per loro, questa piccola ma luminosissima porta d’accesso all’amore e all’umanità, a indurti a lasciarli andare. Non mi permetterei mai di biasimare chi sfida i mostri del dolore e della disperazione pur di strappare ancora un’occasione di richiamare anche per un secondo alla vita chi ama. Ma che un pubblico ufficiale o un magistrato della fede possa per legge varcare la soglia di questa stanza di dolore per dire a noi, babbo, quel che dovremmo fare, è così surreale che sono certo, non potrebbe sul serio accadere. Le gote gli si farebbero rosse di vergogna. Una sorella coraggiosa, ha avversato le leggi della città antica per riportare le spoglie del fratello intra moenia e dare loro degna sepoltura. Oggi, potrei rischiare di dover portare le tue extra moenia per darti una degna morte. Stupidità delle leggi.

C’è una morte che si consola, nel rito corale del lutto, nel ricordo comune di chi come te ha amato. Esiste poi una morte che può solamente scolorare nel tempo, ma mai essere consolata, né dalla mano celeste di un Dio guardiano del Paradiso né da quella terrena del più sapiente dei filosofi. Ci sono modi di amare le persone, infatti, che nessuno tranne noi ha vissuto, e la cui perdita non è possibile in alcun modo condividere con altri. Per questo le lacrime più sincere si piangono nell’irrimediabile solitudine in cui i bambini abbandonati piangono. Di quella morte ti può consolare soltanto la tua stessa futura morte, quando arriva. E questo fa di chi hai amato la persona preziosa che era. Così scrive Agostino nelle Confessioni, rivolto a Dio, nei giorni immediatamente seguenti la morte dell’amata madre: «E poi, a poco a poco, richiamavo ai miei sensi, come una volta, la tua ancella [la madre del filosofo], e quel suo atteggiamento devoto verso di te, irreprensibilmente dolce e docile verso di noi; tutto ciò all’improvviso mi aveva abbandonato. E mi venne il desiderio di piangere al tuo cospetto, su di lei e per lei, su di me e per me. E lasciai libere le lacrime che trattenevo: scorressero quanto volevano, erano come un giaciglio per il mio cuore, che in esse riposò perché lì c’erano le tue orecchie e non quelle di un uomo che interpretava con superbia il mio pianto».

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2 commenti a Meditatio mortis. Frammenti notturni

  1. Paolo Costa
    domenica, novembre 1, 2009 at 01:19

    Helmuth Plessner, nel suo libro bello e oscuro “Il riso e il pianto”, ha descritto acutamente il modo in cui noi esseri umani facciamo fronte alle esperienze/emozioni incontenibili. L’immagine dell’abbandono, del “collasso” nel nostro stesso corpo attraverso il riso o il pianto ha qualcosa allo stesso tempo di poetico e di molto vero. Ma anche la tua meditatio mortis è all’altezza della verità di quel cedimento al corpo e alla sua saggezza muta. Cora Diamond ha definito quelle esperienze-limite la “difficoltà della realtà”, la loro impensabilità. E l’immagine da cui ha preso le mosse nella sua analisi è la stessa incarnata dall’agonia di tuo padre: quella misteriosa compresenza di vita e morte a cui non sappiamo proprio dare nome. Ci ho riflettuto anch’io in questi mesi, dovendo scrivere un saggio sullo stupore che sembra davvero interminabile. E certo quel “mai più” con cui si deve fare i conti quando muore qualcuno che abbiamo amato profondamente nasconde qualcosa di stupefacente che mette a dura prova la nostra stessa capacità di pensare e dare nome alle cose. Forse Plessner avrebbe dovuto aggiungere al riso e al pianto anche il sospiro, come forma di risposta incarnata ai nostri momenti di stupore inerme.

  2. Roberta De Monticelli
    sabato, novembre 7, 2009 at 02:00

    Vorrei lasciare un commento tanto alla riflessione di Emanuele Caminada nostra sora Morte corporale che alla meditatio mortis di Stefano Cardini. Ma più che un commento vorrei portare una fionda, e di ciascuna di queste due pagine di vita pensata – di morte pensata – fare una freccia di carta, da lanciare fra i pensieri (se ne hanno) degli estensori e sostenitori del disegno di legge che avremo forse presto la vergogna di veder trasformato in legge dello Stato italiano. Con le parole di Stefano Cardini: “Ma che un pubblico ufficiale o un magistrato della fede possa per legge varcare la soglia di questa stanza di dolore per dire a noi, babbo, quel che dovremmo fare, è così surreale che sono certo, non potrebbe sul serio accadere. Le gote gli si farebbero rosse di vergogna.”

    Questa è la parte ovvia del commento. L’altra parte è più difficile. Vorrei mandarla a entrambi gli autori di quelle pagine. Se a volte – e quante volte! – ho dubitato del valore di conoscenza di questo nostra umile, fedele attenzione ai fenomeni. Di questo ardente desiderio di “salvarli” fino al minimo dettaglio, fino all’ultimo loro palpito di vita. Di questa intermittente certezza di salvare per loro mezzo e in loro l’essenziale. Se ho dubitato di quest’arte, del senso stesso di insegnarla – della fenomenologia, infine: vorrei che sapessero che queste loro pagine tacitano il dubbio e accendono speranza, al presente. Qui ed ora, nell’attualità del vivere. Riaccendono la persuasione: sul potere che questa “passione per le differenze”, questa discrezione nella fedeltà al dato, alla sua fragile e mortale ricchezza, hanno sempre di far luce su un poco almeno dell’infinita – con parole di Emanuele Caminada – “trascendenza di ogni cosa”.

    Due pagine che, nella loro diversa, personale ecceità, raccolgono tanta verità, in ogni registro: il visibile, il soffribile, l’invisibile. E che convergono nella messa in luce di un dato. La morte biologica è l’ultima funzione della vita, scrive Emanuele, è l’organismo che si congeda prima di dissolversi. Ma l’atto del morente, che lotti o che si consegni, attesta la persona nella sua ulteriorità rispetto alla vita biologica che la sostiene, o la tradisce. Fin nell’ultima espressione, è se stesso – e chi ha assistito un morente amato lo sa, è se stesso con un’intensità incomparabile, come se tutta l’altra vita si raccogliesse nel presente di quel fil di fiato. Fuori da quella stanza c’è un mondo assurdo, di pazzi presi negli ingranaggi delle loro rumorose vanità. Là in quella stanza, ricordo, c’era un’aquila altissima e invisibile, che era in qualche modo tutt’uno col silenzio e con l’intensità di una vita che del bios ormai non aveva che un minimo resto. E chi può si congeda prima che lo faccia il suo corpo, nota con dolcezza Stefano. Vero anche questo, e se sarà sempre più vero noi lo dovremo all’altra dolce luce, quella dei Lumi umani, e della scienza quando conosce pietà.

    Resta solo, stupefatta, un’altra minore verità che da queste meditazioni è fatta del tutto evidente: l’estremo nichilismo degli idolatri, che anche quest’ultima nobiltà del nostro congedo sono disposti a toglierci in nome di quel loro idolo, il solo falso iddio loro rimasto – che forse non è neppure la vita biologica, ma il loro potere su di essa. Grazie per averci ricordato che la morte corporale invece ci è sorella, quando pone fine al morire. Grazie per averci ricordato che questo è anche il Paese di Francesco.

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