Einleitung in die Ethik: qualche nota sulla (buona) traduzione italiana

martedì, marzo 23, 2010
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Preparando le lezioni (anche) in riferimento al testo, che mi pare in generale ben tradotto, di E. Husserl, Introduzione all’etica, a c. di F.S. Trincia, trad. it. di N. Zippel, Laterza, Bari 2009, che traduce parte di Husseliana Bd XXXVII, mi è avvenuto di fare qualche osservazione relativa a scelte di traduzione, che sottopongo ai curatori e alla comunità di ricerca.

Nota generale su “teoretico”. Come in inglese non esiste altra parola che theoretic, così in tedesco non ne esiste un’altra che theoretisch per i significati che rendiamo in italiano con “teoretico” e “teorico”. Ora io non voglio dire che ci sia stato un originario errore di traduzione quando il già aristotelico o stoico “filosofia teorica”, opposto ovviamente a “filosofia pratica” è stato, da contesti kantiani o post-kantiani, tradotto da noi con “filosofia teoretica”, dando luogo addirittura a una disciplina accademica. Può darsi che ci fosse una sfumatura di senso che si voleva portare a espressione, l’idea di un aspetto non solo teorico della filosofia ma “sistematico”, o addirittura “speculativo” (a volte con il sottinteso, purtroppo frequente oggi fra gli studenti di una “teoretica” intesa come “il sistema di x”, che non si possa essere veri filosofi teoretici se non si ha un proprio “sistema”: dove pensiero “sistematico” viene erroneamente inteso come sinonimo di “produttore di un sistema” e non, più correttamente, di “logicamente e metodologicamente strutturato”, o più semplicemente, “metodico” (contrapposto a “rapsodico”) eccetera).

Quello che vorrei sostenere, invece, è che espressioni husserliane che occorrono dai Prolegomeni in poi, come Theorethische Disziplinen als Fundamente normativer vanno tradotte con “discipline teoriche” e non con “discipline teoretiche”. In effetti l’esempio principe di una tale disciplina teorica è la logica, che è – in quanto disciplina teorica – una teoria della verità, fondamento della logica in quanto disciplina normativa (insieme delle regole del ragionamento corretto). Lo stesso naturalmente per la contrapposizione di Theoretische/Praktische Vernunft, che anzi in Husserl come è noto diventa la triade Theoretische-Axiologische-Praktische Vernunft. L’opposizione e la relazione che viene sviscerata fra il teorico e il normativo, cuore di tutto il pensiero husserliano, è quella che possiamo equivalentemente esprimere come opposizione/relazione fra descrittivo e prescrittivo, fra enunciati deontici ed enunciati teorici (anche caratterizzati come “dossici” o “apofantici”, a seconda che Husserl guardi alla qualità (posizionalità, tipo di atto) o alla forma logica. L’opposizione/relazione è sempre quella fra “is” e “ought”, fra “Sein” e “Sollen”. Qui il “teoretico”, mi pare, non c’entra proprio.

Ma anche più in generale: quando Husserl parla di pensiero teorico, esemplifica spesso con la matematica, la fisica, ma a volte anche con le Geisteswissenschaften, o la psicologia: cioè con esempi di teorie, siano esse eidetiche o empiriche. E se è pensiero teorico, ragione teorica la logica, la matematica, la fisica o la psicologia, se certamente al modo di una strenge Wissenschaft, vale a dire di un abito di ricerca di proposizioni vere, asseribili solo dove se ne abbia fino a prova contraria ragione o evidenza, e fra loro connesse da relazioni logiche e eidetiche, anche la filosofia andrebbe designata in questo suo aspetto esercizio di ragione teorica. Naturalmente, non è il solo esercizio filosofico di ragione, essendoci anche quello di una ragione assiologica e di una ragione pratica. E la riflessione sulle loro connessioni. Ma non c’è un “supertermine” – come potrebbe essere inteso, forse, “teoretico” che Husserl introduca: theoretisch non è sopra, ma entro la distinzione teorico/assiologico/pratico)

Geist-Geistigkeit. Anche questo problema riguarda naturalmente tutto il libro, e in particolare il centralissimo capitolo VI sulle Legalità peculiari dello sviluppo dell’essere spirituale. Anche qui non si tratta in senso stretto di “errore” – piuttosto, come nel caso di teorico/teoretico, di una tradizione invalsa nella nostra lingua di tradurre Geist con “spirito” e Geistigkeit con “spiritualità”, che non corrisponde effettivamente ai campi semantici differenti delle espressione italiana e tedesca. Anche in francese “esprit” traduce “Geist”, ma nessuno dovrebbe tradurre dal francese “esprit” con “spirito” in molti contesti dove è ovvio e corretto usare “mente”: ad esempio, “philosophie de l’esprit”, o L’oeil et l’esprit (il celebre saggio di Merleau Ponty impropriamente, io credo, tradotto L’occhio e lo spirito). Il miglior sinonimo di “essere spirituale”, in base a tutto ciò che sappiamo del pensiero husserliano, è “essere personale”; è comprensibile però che non si voglia adottarlo per buone ragioni (perdita di differenziazione, dato che “persona” e “personale” occorrono altrettanto spesso. Si noti bene: non solo è giusto tradurre Person con “persona”, ma in molti contesti sarebbe meglio tradurre Mensch con “persona umana” o almeno “essere umano”, invece che con “uomo”, “gli uomini”). E allora?

A rigore, l’italiano “spirito”, pur rinviando un po’ troppo a echi indesiderabili (idealismo tedesco-napoletano), è ancora forse accettabile, mentre non mi sembra che lo sia “spiritualità” nel contesto fenomenomenologico, dove fra l’altro la spiritualità (Geistlichkeit) nel senso di dimensione della vita interiore che ha come orizzonte intenzionale i valori dello Heilig ha una delimitazione e una caratterizzazione precisa.

Anche il più generale “interiorità”, che pure in alcuni dei contesti di Geistlichkeit potrebbe andare, è troppo connotato intimisticamente. Io credo che Hannah Arendt risolse l’identico problema in inglese traducendo das geistige Sein con “the life of the mind”. Il problema è complicato da noi per il fatto che “mente” sembra meno comprensivo di Geist – sembra non comprenda la vita personale tutta intera, l’Erleben: eppure la filosofia della mente anche da noi ha ormai reso più ricco e duttile il senso di “mente”, dunque almeno in vari casi si potrebbe seguire questa indicazione, se non in tutti.

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2 commenti a Einleitung in die Ethik: qualche nota sulla (buona) traduzione italiana

  1. Francesco Saverio TRINCIA
    martedì, marzo 23, 2010 at 19:09

    Sebbene abbia rivisto la traduzione di Zippel, ho poi voluto lasciare a lui le decisioni finali, perchè risultasse effettivamente il traduttore, come è stato. Non vorrei quindi che fosse inteso come una difesa da parte mia di una traduzione che merita anzitutto la difesa dell’autore, e che è giustamente sottoponibile a rilievi come i tuoi i quali sono a tutti gli effetti contributi linguistico-teoretici (o teorici?) al testo husserliano, l’osservare che, mentre le tue perplessità sulla traduzione di Geist e le proposte di traduzione alternativa a ‘spirito’ mi lasciano freddino (non basta la pur comprensibile volontà di distanziamento dal vocabolario neoidealistico italiano per legittimarle), più intressante è la questione se ‘theoretisch’ sia ‘teoretico’ o non piuttosto ‘teorico’, come proponi. Si potrebbe tuttavia osservare che tutto in filosofia è teorico, ossia è affare del pensiero, anche il pratico in quanto venga espresso nel linguaggio in cui solo può esserlo, ossia quello del pensiero giudicante (cfr. Vorlesungen sull’etica del 1914). ‘Teoretico’, allora sarebbe, come tu dici bene, interno alla distinzione tra teorico, assiologico e pratico, proprio in quanto con quella espressione si indica una sorta di intensificazione riflessiva del pensare che presiede alla discipline appunto teoretiche, proprio in quanto discipline basate su di un uso non pratico del pensare, su un pensare non teorico in senso pratico, ma ad esempio su quel pensare il ‘pratico’ nella sua determinazione essenziale, che solo ‘teoretico’ rende bene – e non solo ovviamente in quanto sia riferito al pratico. D’altra parte, mi pare indubbia la ‘debolezza’ dell’uso di ‘teorico’ in italiano, come accadrebbe se si tentasse di usare l’espressione ‘filosofia teorica’, praticamente duplicando il sostantivo nell’attributo, piuttosto che ‘filosofia teoretica’. In quanto professore di Filosofia morale io sono, e sono concepito anche in termini amministrativi, come un ‘teoretico della morale’, non come un suo ‘teorico’, dato che non ne sono uno storico. Mi sembra che l’osservazione difensiva di ‘teoretico’ , se non vale per Husserl, come tu dici, ma ho bisogno di capirla meglio, vale per una traduzione italiana di Husserl. Un margine di aggiustamento al valore semantico dei termini nella lingua in cui si traduce bisogna pure consentirlo, credo.

  2. Nicola Zippel
    domenica, marzo 28, 2010 at 13:23

    La scelta di tradurre Geist con spirito e Geistigkeit con spiritualità si inserisce di certo, come nota giustamente De Monticelli, all’interno di una tradizione invalsa, in cui anche la mia traduzione più o meno consapevolmente appartiene. D’altra parte, questo non vuol dire che la decisione non sia stata presa in ultima istanza in riferimento al merito del testo e alla filosofia di Husserl in generale. Per quanto consideri pertinenti i rilievi di De Monticelli, mi sento di ribadire la scelta fatta; se è vero, infatti, che la filosofia della mente ha reso il concetto di “mente” più comprensivo e duttile, credo tuttavia che sarebbe un errore far parlare Husserl come un filosofo della mente. Se con Geist quel che è inteso negli anni in cui scrive Husserl può ben riferirsi a ciò che oggi si intende con “mente”, ossia a una realtà psico-fisica personale e non semplicemente a un’entità generalmente spirituale, temo che un’attualizzazione terminologica, per quanto corretta sul piano concettuale, possa andare a scapito di una resa traduttiva che ha anche il compito di restituire lo “Zeitgeist” (mi scuso per il gioco di parole) linguistico dell’epoca in cui l’autore tradotto scriveva. Per quel che mi riguarda, poi, faccio riferimento alla dimensione psichica traducendo “Seele” con “psiche”, lasciando anche qui da parte il termine “mente”. Se, inoltre, si scegliesse di tradurre Geist con “mente”, come rendere poi “Geistigkeit”? Di certo non con “mentalità”, che sembrerebbe la derivazione semantica più immediata. “Vita della mente” sarebbe forse più corretto, e tuttavia, inserire un sostantivo così carico di senso fenomenologico come quello di “vita” in un lemma che non ha un riferimento esplicito con il “Leben” rischia di creare una sovrapposizione concettuale difficile da gestire, soprattutto in sede di traduzione (diverso sarebbe il caso di un saggio interpretativo). A questo punto, infatti, non suonerebbero sinonimi Geistigkeit e Bewusstseinsleben (nel testo si trova anche Geistesleben)? E, di riflesso, Geist e Bewusstsein? L’analisi fenomenologica della coscienza, infatti, non è un’esemplare analisi della vita della mente? Proprio perché ormai più duttile, il concetto di “mente” potrebbe ricoprire le principali nozioni husserliane, a danno però della loro ricchezza semantica e filosofica. In riferimento al testo dell’Etica, poi, e quindi del capitolo VI in particolate, la nozione di “spirito” credo sia più adatta a rendere la contrapposizione, voluta da Husserl nel suo senso più classico, alla “natura”, laddove proprio la maggiore estensione concettuale di “mente” non servirebbe adeguatamente allo scopo.

    Anche per quel che concerne la resa di theoretisch con “teoretico”, ammetto senza indugi di iscrivermi in una tradizione che dura da tempo. E anche qui, tuttavia, ho preso in considerazione altre opzioni, in primis quella di “teorico”, la quale però non mi convince, prima ancora che per motivi prettamente filosofici, per l’uso corrente che si fa del termine. Credo, infatti, che, nella nostra lingua, “teorico” indichi troppo spesso una contrapposizione generale al pratico, divenendo talvolta sinonimo di “eventuale”, “possibile”, ad esempio nell’espressione “in linea teorica” e simili. Ed è sempre difficile ignorare i riflessi del linguaggio quotidiano sulla terminologia filosofica (ciò che costitusice d’altra parte uno spinoso problema per la fenomenologia). Anche dal punto di vista concettuale, tuttavia, “teorico” suona troppo generico e in qualche modo debole. In riferimento al lessico husserliano, poi, credo che tutte le discipline siano “teoriche”, anche quelle pratiche e normative, intendendo con questo termine la vena “razionale” che percorre ogni ramificazione della filosofia fenomenologica. Non a caso, il parallelismo tra logica ed etica nella Einleitung, dove la prima, inoltre, legittima la validità della seconda, è fondato sul loro comune humus “teorico” ossia “razionale”. Là dove, quindi, quando si parla della sola logica come teoria della verità, si ha a che fare con l’aspetto propriamente “teoretico”, ossia astratto-formale, speculativo, della ricerca filosofica. Anche la praktische Vernunft è una teoria, anch’essa, in quanto fenomenologica, è descrittiva nelle sue prescrizioni; dico questo, perché non mi sento di condividere l’affermazione di De Monticelli secondo cui “l’opposizione e la relazione che viene sviscerata fra il teorico e il normativo, cuore di tutto il pensiero husserliano, è quella che possiamo equivalentemente esprimere come opposizione/relazione fra descrittivo e prescrittivo”. L’opposizione/relazione, a mio avviso, non è quella tra “is” e “ought”, tra “Sein” e “Sollen”, dove il teoretico potrebbe non avere spazio, ma quella tra eidetico e genetico, come mise ben in risalto Derrida nei suoi scritti ancora fenomenologici, oppure quella tra piano (fenomenologico, metodologico) della riduzione e dimensione (pre-fenomenologica) della vita, su cui si concentrò insistentemente la riflessione di Fink. E qui, il “teoretico”, come livello della riflessione tematizzante, consapevole, come espressione della speculazione filosofica che si innesta su una vita naturalmente portata al “teorico” anche nelle sue azioni quotidiane, credo abbia legittimamente la sua dimora.

    NZ

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