Ancora Heidegger, il vate-delatore?

domenica, gennaio 19, 2014
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Consiglio a tutti il film di Margarethe von Trotta, Hannah Arendt, uscito l’anno scorso (era nei cinema di Berlino a febbraio) ma non distribuito in Italia (ci sarebbe da chiedersi perché). C’è stata oggi a Milano una proiezione per la stampa all’Arcobaleno, e sarà distribuito in Italia da RIPLEY’S FILM e NEXO DIGITAL solo per due giorni il 27 ed il 28 gennaio 2014 come evento cinematografico in occasione del Giorno della Memoria (Elenco delle sale a breve disponibile su www.nexodigital.it).

L’amorazzo di lui, la tormentata e irrisolta affezione di lei, grazie a Dio occupano solo pochi fotogrammi di quest’opera intensa, sui quattro anni newyorkesi di Hannah Arendt in cui lei comprende la natura del male, con l’auto-destituzione del soggetto morale avvenuta nella mente di milioni di piccoli virtuali Eichmann – come può avvenire in ogni momento in noi, grande o piccolo che sia il palio del patto consortile di solidarietà nel potere al quale ho visto tante volte sacrificare, per quasi niente, l’autonomia di giudizio dei singoli. Sì, ha scioccato molti la sua dimostrazione che il meccanismo è sempre lo stesso, ed è tanto mediocre, un semplice scivolare di un gradino sotto il livello della moral agency, nel grembo accogliente del noi, nel caldo buio della caverna platonica. La sola cosa che non è chiara è perché sia sembrata tanto rivoluzionaria questa analisi del male che risale a Platone, che il platonismo cristiano ha fuso nella sua ontologia – svelando alla sua origine la mancanza d’essere, meno genericamente di pensiero/sentire/giudizio di valore: la destituzione del soggetto morale in noi, appunto. In fondo anche un atto di umiltà, diabolico quanto meschino. Non l’”umiltà dei signori nati” -così definisce Scheler questa virtù, che è da signori nati in quanto è felice dono di sovrabbondanza e stupita gratitudine per tutto ciò che abbiamo in dono (c’è qualcosa che non lo è?) e costante ammirazione per le infinite cose che sono buone e migliori di noi. No, ma l’umiltà dei servi del più forte quando è la cieca e dissennata assenza che ci fa complici delle peggiori sopraffazioni, con la scusa che “chi sono io per giudicare?”

Così, pagato il mio tributo a Margarethe von Trotta e a Hannah Arendt, che fu brutalmente, violentemente attaccata per anni per aver semplicemente ridetto queste verità, e non aver taciuto che nella trappola del male (banale, ma lo è quasi sempre) caddero anche i leader ebrei degli Judenräte, vorrei passare a segnalare, con rinnovata meraviglia, alcune iniziative che, sì, tornano su di lui, lo squallido vate-delatore, il nazista dell’essere per la morte, e perfino sul suo amorazzo vile con la diciannovenne sua studentessa. E saranno certamente iniziative meritorie, lucide e critiche, almeno lo spero. Eccole, ne diamo i link qui sotto, con tanti auguri.

Hannah Arendt e Martin Heidegger. Un amore tra filosofia e politica

Martin H. Le mani di Hitler

E però lasciatemi almeno citare, a mo’ di viatico – a proposito delle “meravigliose mani del Führer” – un passo da un testo molto bello di Giovanni Piana, forse il più lucido fra i maestri della fenomenologia italiana, che in un suo scritto recente – Conversazioni sulla Crisi di Husserl, che speriamo vedere presto pubblicato – sfiora rapidamente anche quel tema, sì – mentre solleva l’immenso problema del perché tanto a lungo il nesso profondo fra il pensiero di Heidegger, la sua concezione (mi scuso per la parola grossa) dell’etica e il suo nazismo mai ritrattato sia stato ignorato, almeno quanto è stata ignorata la radice così robustamente etico-pratica, così socratica, della fenomenologia (vera) – questo grande e ancora vivo tentativo di rifondare nella ragione pratica (anche) l’Idea d’Europa. Ma soprattutto di rifondare la ragione pratica.

(A proposito di Europa: ma si rende conto il giovane Federico Nicolaci, autore recentemente di un piccolo studio Tempio vuoto – Crisi e disintegrazione dell’Europa, Mimesis 2013 – quando se la prende con i “vuoti” principi dell’Unione Europea, come “promuovere la pace e il benessere dei popoli”, di chi chiama a sostegno della sua polemica, quando riprende a suo conto le agghiaccianti parole di Carl Schmitt (colui che aprì giuridicamente la via al totalitarismo hitleriano)? Quando cita, condividendole, quelle parole che contro il “pacifismo” e la “neutralità” basati sulle “comodità del comfort tecnico” chiamano invece al “conflitto”? (p. 23) . Ma lo sa, Federico, quale macelleria Hitler e il suo – di lì a poco – sodale giurista, con il plauso del loro adorante filosofo, stavano preparando, all’Europa? Mi scuso della divagazione).

Ecco dunque la citazione da Giovanni Piana:

“«Il vecchio si renderà conto che io gli sto strizzando il collo – e quanto al problema di succedergli questo non è in gioco. Il fatto è che io non posso aiutare me stesso» (ivi). Questo era l’uomo. E chi fosse l’uomo lo si vide ancora meglio dopo la sua adesione al nazismo. Husserl se ne rese conto evidentemente molto tardi, e inizialmente il dissenso fu soprattutto teorico. Dopo l’adesione al nazismo, ovviamente anche personale. Su questa adesione si sono dette molte cose, ma ve ne è un’altra che si è detta troppo poco: che anche questa adesione è un’espressione della “crisi storica”, un modo terrificante di viverla, per un uomo della levatura intellettuale di Heidegger. Ciò significa che anche da questo punto di vista egli è una figura rappresentativa della sua epoca. La sua fu una scelta ben meditata, non la rinnegò mai.

In ogni epoca storica gli uomini vivono all’interno di possibili alternative – talora altamente drammatiche. Ed io confesso di non riuscire a sottrarmi ad una scena visionaria: mi sembra di vedere il vecchio Husserl che, al termine della sua conferenza di Vienna, di fronte ad un folto pubblico che gli richiedeva di rinnovare la conferenza il giorno successivo, si appella ad una rinascita dalla barbarie incombente e osa chiudere la conferenza con la frase retorica: “perché solo lo spirito è immortale”; e in quello stesso istante vedo Heidegger stilare, nella solitudine necessaria a simili circostanze, una miserabile lettera di delazione in cui egli affermava che il filosofo e sociologo Eduard Baumgarten non solo non era mai stato un simpatizzante del nazismo, ma aveva partecipato ad un circolo che faceva capo a Max Weber, di cui era parente, e che per di più aveva rapporti con ebrei, e pertanto doveva essere escluso dal corpo docente. Di passaggio Baumgarten era stato allievo di Husserl e dello stesso Heidegger di cui era diventato amico personale. Letteralmente scriveva Heidegger:

“Il dott. Baumgarten proviene, per parentela e per atteggiamento spirituale, dalla cerchia intellettuale liberal–democratica che gravita intorno a Max Weber. Durante il suo soggiorno qui a Friburgo era tutt’altro che nazionalsocialista. Dopo aver fallito con me, ebbe stretti rapporti con l’ebreo Fraenkel… Credo che sia da escludere la sua ammissione tanto nelle SA quanto nel corpo docenti” (M. Heidegger, Gesamtausgabe, Reden und andere Zeugnisse eines Lebensweges, 1910-1976, p. 774).

Una mia personale fantasia, beninteso, ma per il solo fatto che questa lettera venne scritta nel 1933, e non nel 1935.

Naturalmente il problema è: in che misura l’uomo e il filosofo possono o debbono essere tenuti distinti? È giusto vedere nell’opera filosofica di Heidegger un rapporto di stretta correlazione con il nazismo? Che importanza dobbiamo dare all’uomo Heidegger ed ai suoi più o meno miserandi rapporti con le “meravigliose mani” di Hitler, di cui nel 1933 egli ebbe a parlare con entusiasmo di fronte ad uno strabiliato Karl Jaspers, insieme ad altri interessanti argomenti, come la congiura dell’ebraismo internazionale?” (Giovanni Piana, Conversazioni sulla Crisi di Husserl, testo in via di pubblicazione, per gentile concessione dell’autore, pp. 148-150)

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5 commenti a Ancora Heidegger, il vate-delatore?

  1. Federico Nicolaci
    venerdì, gennaio 24, 2014 at 10:09

    Cara professoressa De Monticelli,
    la ringrazio per aver voluto fare riferimento al mio piccolo saggio sull’Europa. Alla mia critica all’Unione Europea, lei ha mosso alcune obiezioni di fondo discutibili, anzitutto in quanto degne di essere discusse. Di questo la ringrazio. Penso che il confronto aperto, schietto e talvolta anche duro, sia qualcosa di irrinunciabile per chiunque voglia seriamente dedicarsi alla filosofia e contribuire, ancorché in minima parte, al dibattito pubblico.
    Per questo non mi sottraggo alle sue provocazioni, che provengono da una persona per cui nutro grande stima e di cui, peraltro, ho avuto il piacere di essere allievo.
    La pietra dello scandalo è stata, a quanto pare, il mio riferimento a Carl Schmitt, il giurista “che aprì giuridicamente la via al totalitarismo hitleriano” e di cui in quel saggio ho ripreso alcune analisi relative al problema del centro di riferimento spirituale del nostro tempo, quello che informa il credo e le convinzioni delle masse e delle élites-guida.
    Questo centro di riferimento, ho ricordato nel libro, è individuato da Schmitt in una fede (il suo amico Cacciari aggiungerebbe “negligente”) nella capacità della tecnica di risolvere ogni conflitto e di trovare risposta ad ogni problema. È sul terreno di questa ingenua fede nella Tecnica, concepita come una sfera neutrale, che affondano le loro radici quei processi di svuotamento progressivo della Politica che ci hanno portati sulla soglia di questo abisso sociale e al nulla spirituale in cui viviamo, uno svuotamento per cui tutti i problemi – siano essi di natura etica, politica o spirituale – vengono ridotti a problemi tecnici (o, se vuole, tecnico-economici). Per questa ragione, io credo, Schmitt avrebbe condensato la tendenza fondamentale del Moderno-contemporaneo nel concetto di spoliticizzazione e in quello di neutralizzazione: e la mia tesi è che questi processi, per ragioni storiche e ideologiche che ho articolato in quel saggio, abbiano trovato nell’Unione Europea una delle loro espressioni più coerenti.
    Se lei vuole criticare le mie analisi, magari per suggerirne di migliori, la invito ad entrare nel merito di ciò che ho sostenuto. Trovo invece logicamente scorretto liquidare una tesi perché, come nel mio caso, porta a suo sostegno analisi di un giurista e filosofo associato al movimento nazionalsocialista (dal quale, peraltro, fu sempre visto con grande sospetto e con poca simpatia).
    D’altro canto, il nesso da lei suggerito tra il pensiero di Schmitt e l’avvento del nazismo è altamente discutibile: post hoc, sed non propter hoc. Le ragioni (politiche e sociali) della presa del potere di Hitler in Germania vanno cercate, come certamente saprà, altrove.
    Le macellerie di Hitler all’Europa e agli ebrei, poi, non c’entrano nulla, cara professoressa De Monticelli, con le riflessioni di Schmitt, esattamente come la filosofia di Hegel e di Marx non c’entra nulla con i crimini di Stalin e i gulag, e sarebbe capzioso suggerire il contrario.
    Ma poi, chi oserebbe sostenere che non dovremmo studiare Platone perché ha collaborato, e più di una volta, con il tiranno di Siracusa? O che la filosofia di Aristotele è la causa dei macelli che sicuramente Alessandro ha preparato ai popoli che ha sottomesso manu militari? Chiunque lo facesse, cadrebbe immediatamente nel ridicolo e sprofonderebbe sotto una valanga di fragorose risate.
    Quello che mi sembra le sia sfuggito nella lettura del mio piccolo saggio, è che io non sono affatto contro l’Europa, la pace e il benessere: al contrario! Io sono contro questa Europa, che è esattamente l’annientamento della politica come ricerca del bene comune e il trionfo di un credo neoliberale miope e idiota che, dietro la retorica della libertà, serve in realtà gli interessi di un’esigua oligarchia (e l’ultimo libro di Gallino dimostra bene quali siano state le reali priorità nella costruzione dell’Europa come progetto primariamente orientato alla rimozione di ogni argine politico alla libera circolazione del capitale e delle merci, riducendo drasticamente le capacità di governo politico dell’economia e facendo delle logiche di accrescimento del capitale suprema lex).
    Sono così a favore dell’Europa, che uno degli intenti del mio piccolo saggio è proprio quello di smascherare la menzogna che soggiace all’ideologia dell’europeismo senza contenuto e denunciare la falsa mitologia della neutralità tecnocratica, dietro la quale si nascondono abilmente gli spregiudicati interessi dei peggiori affaristi e del grande capitale. Il risultato è che, abbandonato ogni principio di identità che non sia cieca omologazione alle forme (apparentemente neutrali) dell’organizzazione tecnico-economica, l’Europa è la contraddizione vivente di quei proclamati e nobilissimi principi di libertà, pace e benessere al cui serbatoio ideologico retoricamente attinge per legittimarsi, al punto che il conflitto sociale all’interno dell’Unione Europea è aumentato, non diminuito.
    E, sì: sono contro questa classe politica europea mediocre e senza visione, che in buona fede ci ha condotti a questo deserto spirituale e ridotto i popoli e le persone allo stato di consumatori e produttori al servizio della Tecnica e del Capitalismo.
    Infine, quanto al suo riferimento alla pace e al “polemos”, rispondo ricordandoLe che questo metodo “materiale” d’integrazione non solo non ha chiaramente portato all’emergere di una soggettività politica europea forte e coesa, ma ha riacceso una guerra di parole tra i popoli europei quale non si vedeva dai tempi bui delle guerre mondiali. O non si è accorta dei profondi sentimenti di ostilità che sono tornati a circolare in Europa al culmine di questo fallimentare progetto d’integrazione?
    In realtà, non è stata affatto l’Europa a creare la pace, come vuole farci credere la vulgata di Bruxelles, ma la pax americana a creare l’Europa, come ho dimostrato in modo più circostanziato nel libro.
    Chiudo la mia replica, che spero possa avviare un dibattito più incentrato sulle analisi che sugli autori, ringraziandola ancora per il suo cenno al mio piccolo saggio e sperando di avere presto modo di confrontarmi con Lei in maniera più approfondita su questioni così decisive per il nostro presente.
    Cordialmente,
    Federico Nicolaci

  2. sabato, gennaio 25, 2014 at 15:34

    Devo anzitutto dare completamente ragione a Federico su un punto importante: ogni riflessione e discussione va mirata alla cosa stessa di cui si parla – nel caso specifico dunque l’Europa – e non deve essere diciamo così ad hominem, o meglio nel nostro caso ad auctorem. L’auctoritas messa in discussione nel mio intervento (che segnalava il saggio ‘Tempio vuoto’ nel quadro di una riflessione più generale su uno dei massimi “tradimenti dei chierici” che la storia della filosofia ricordi, quello di Heidegger) era quella di Carl Schmitt, e in particolare proprio in riferimento a quella frase citata da ‘Le categorie del politico’, contro l’”orizzonte fondante” dell’idea kantiana di pace perpetua, che Schmitt ha combattuto nelle pagine precedenti di quel saggio.

    Detto questo, rivendico però che tutta la mia riflessione verteva proprio sulla cosa stessa. Quale idea di Europa vogliamo difendere? A quale idea di Europa si oppone il saggio in questione? A tal punto la cosa stessa stava a cuore anche a me, che leggendo quelle parole sprezzanti sull’Europa che intende superare la politica in quanto conflitto, e fondare la politica in ragione (p. 22: e ribadisco, sono parole scritte nel 1932) sono saltata sulla sedia. Avrei però dovuto fare anzitutto due cose: lodare Federico che ha comunque messo al centro del suo studio e della sua ricerca una questione tanto cruciale e vitale per tutti noi oggi, per offrirla di nuovo al pensiero filosofico; e magari citare anch’io, come fa Federico nella sua risposta, almeno uno dei suoi autori di riferimento, Massimo Cacciari che tanto ha “rivalutato” da noi il pensiero di Carl Schmitt. Ebbene, rimedio e volentieri mi rivolgo anche a Massimo Cacciari, come ho del resto sempre fatto. Qual è, caro Federico, caro Massimo, a fronte di un eventuale riduzionismo economicista e tecnocratico che tuttavia non vedo come si possa attribuire ai principi – del resto ancora non attuati – del federalismo europeo, lo “spirito d’Europa”, che vi sta a cuore?

    Introducendo il saggio di Giovanni Piana mi rammaricavo di quanto fosse stato ignorato il nazismo mai ritrattato di Heidegger “almeno quanto è stata ignorata la radice così robustamente etico-pratica, così socratica, della fenomenologia (vera) – questo grande e ancora vivo tentativo di rifondare nella ragione pratica (anche) l’Idea d’Europa”. Ecco, a un prossimo intervento rinvio magari la mia pars construens, e tuttavia una cosa si può chiedere subito: l’Idea d’Europa è quella dell’eccedenza del diritto sul fatto e sulla forza, o quella “di una volontà, di una decisione, che è in grado essa sola, in quanto decisione, di creare ‘diritto’”? (C. Schmitt, ‘Tre tipi di pensiero giuridico’, in ‘Le categorie del politico’, Il Mulino 1972, p. 261).

    Con Altiero Spinelli e gli altri fondatori dell’Unione Europea – purtroppo imperfettissima, oggi – credo si dovrebbe condividere quella che in lui fu una geniale e solitaria intuizione, ma dopo di lui e con il suo contributo divenne in parte un fatto: anzi, il fatto in cui meglio, con tutti i limiti, ha potuto finora incarnarsi la ragione pratica “europea”, moderna, illuministica e kantiana, erede di quei Principi dell’89, a proposito dei quali invece Carl Schmitt condivideva con Friederich Nietzsche questo sprezzante giudizio:

    “La nostra ostilità alla Révolution non si riferisce alla farsa cruenta, all’immoralità con cui si svolse; ma alla sua moralità di branco, alle “verità” con cui sempre e ancora continua a operare, alla sua immagine contagiosa di “giustizia e libertà”, con cui si accalappiano tutte le anime mediocri, al rovesciamento dell’autorità delle classi superiori”

    (E’ Norberto Bobbio che già negli anni ’80 citava questo “brano del principe degli scrittori reazionari, Federico Nietzsche, col quale amoreggia da qualche tempo una nuova sinistra senza bussola”).

    Veniamo allora a questo fatto che nacque nella testa di alcuni grandi eredi dell’Illuminismo europeo, tanto disprezzato nelle pagina schmittiana che precede quella citata da Federico. Con la fine dell’ordine di Westfalia, di un ordine basato su Stati sovrani che non riconoscevano alcuna autorità superiore,

    “il mondo è entrato nell’era delle organizzazioni internazionali, un mondo caratterizzato dall’esigenza di fondare l’ordine internazionale su istituzioni che assoggettino gli Stai al rispetto del diritto” (traggo la citazione dal saggio di Lucio Levi, “Altiero Spinelli, fondatore del movimento per l’unità europea”, che compare in appendice all’edizione Oscar Mondadori del Manifesto di Ventotene, e di cui consiglio a tutti la lettura).

    Ecco: non c’è dubbio che qualcosa non va nello stato attuale dell’Unione Europea: ma si tratterebbe di chiarire se si ritiene che quello che non va è che c’è troppo poca Europa (politicamente) o che ce ne è già troppa. Federico scrive nella sua replica che non è affatto “contro l’Europa, la pace e il benessere: al contrario! Io sono contro questa Europa, che è esattamente l’annientamento della politica come ricerca del bene comune”.

    Ne sono felice, ma come si concilia questo con la tesi che “fare un passo decisivo nella direzione di un’unione fiscale, anticamera degli Stati Uniti d’Europa” conduce “allo stesso abisso” delle attuali politiche che impongono severissime riforme domestiche ai paesi già in crisi? Si concilia, suppongo, con la tesi che l’unione fiscale non basta, che ci vuole anche l’unità politica vera (almeno, se ho capito bene: p. 89). Proprio per questo è TANTO importante che si sia in chiaro sui principi di società politica bene ordinata e giusta cui si fa riferimento. Proprio qui l’ombra di Carl Schmitt, che non compare affatto isolatamente, ma domina l’intero saggio fino al suo “congedo”, forse mi spaventa troppo per consentirmi di capire esattamente quale sia l’Idea d’Europa che – con questa guida – uno può coltivare: e non Federico soltanto! Ricordo le parole di una mia Maestra, Jeanne Hersch, che volle andare – rischiando grosso – ai tempi di Hannah Arendt ad ascoltare le lezioni di Heidegger a Friburgo, per capire l’oscura radice di quel pensiero già tanto inquietante – siamo nel 1933-34. E ne trovò una radice in una pericolosa forma di disprezzo. Sbaglio di grosso se ne sento l’eco anche nell’ultima pagina di Federico, oltre che in molte pagine dei suoi maestri?

    “Un disprezzo ardente, appassionato, ossessivo per tutto ciò che è comune, medio e generalmente ammesso; per il senso comune, per la razionalità; per le istituzioni, le regole, il diritto; per tutto quello che gli uomini hanno inventato, nello spazio in cui debbono convivere, per confrontare i loro pensieri e le loro volontà, dominare la loro natura selvaggia, attenuare l’impero della forza. Disprezzo globale, dunque, per la civiltà occidentale, cristallizzata in tre direzioni: la democrazia, la scienza e la tecnica – per tutto ciò che, generato dallo spirito dell’Illuminismo, fa assegnamento su ciò che può esserci di universale nel senso di Cartesio, in tutti gli esseri umani”.

    Tutto questo va indubbiamente discusso, e ringrazio chi vorrà farlo. Una cosa però, invece, non è a mio parere discutibile, perché è un fatto – e potrà essere discusso solo portando nuova evidenza in contrario. Ed è l’atto sciagurato con cui, nel 1933, Carl Schmitt legittimò la soppressione hitleriana della Costituzione di Weimar, e lo fece in perfetta coerenza con la sua tesi fondamentale espressa già nella sua Teologia politica (1922): “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Nel ’33 egli aggiunse soltanto a questa tesi la formula della “ricompensa politica al possesso legale della forza”, con cui il giurista “giustificò” la legge di modificazione costituzionale che attribuiva al cancelliere Hitler il potere di abolire la costituzione e tutti i partiti fuori da quello nazista. Già nel 1931 Schmitt aveva sostenuto che l’Articolo 48 conferiva al presidente tedesco la facoltà incondizionata di sospendere la Costituzione durante uno stato d’emergenza, e di restaurarla solo ad emergenza conclusa. In base all’Articolo 48, il presidente disponeva in effetti di questo potere, ma in veste di “protettore della Costituzione”. Era dunque impossibile interpretare questo articolo in questo senso, senza l’invenzione di quella formula in sé contraddittoria (se il potere era stato conquistato legalmente, che senso aveva la “ricompensa”? Dov’era lo stato di emergenza?). Interessante notare la protervia con cui Gianfranco Miglio loda in quella formula “l’estremo tentativo di far coesistere l’utopia del diritto con la realtà della politica” (Presentazione di C. Schmitt, Le categorie del ‘politico’, Il Mulino, Bologna 1972, p. 11). La questione è sempre la stessa, dunque: è giusto che il diritto si ritiri di fronte alla forza del potere? E’ razionale, il reale?

  3. Emanuele
    sabato, gennaio 25, 2014 at 19:08

    Cara Roberta, caro Federico,

    sono molto scosso dal vostro dialogo che risuona in me in modo particolarmente cupo. In questa ultima settimana ho divorato il libro di Emmanuel Faye sul rapporto tra Heidegger e il nazionalsocialismo. Faye lavora sui testi e sul contesto, anche su Schmitt e il concetto di polemos (che va letto come Krieg, guerra, e non come conflitto sociale!).

    Non so cosa abbiano fatto Platone e Aristotele con il tiranno di Siracusa e Alessandro Magno. So un po’ di più cosa ha fatto Hitler e come ha cercato di guidarlo Heidegger, che si pensava il Denker nella triade Dichter, Denker, Führer, insieme a Hölderlin e al dittatore dalle belle mani.
    So che hanno creduto nella guerra per imporre il destino metafisico di una comunità razziale al mondo, per arrischiarsi a un nuovo inizio per l’intera umanità, per dire addio alla modernità.
    Non mi interessano però ora ne Heidegger ne Schmitt. Mi interessa l’Europa e il suo futuro.

    Mi devi scusare Federico: non ho letto il tuo libro (anche se mi piacerebbe molto poterlo fare) e mi baso solo su quello che dici qui.

    L’Unione è un tempio vuoto, costruito su un presupposto credo nella tecnica?
    Tralascio qui i ricordi sinistri della critica alla tecnica dell’Heidegger post ’45, il quale dopo aver cantato le lodi dell’attacco motorizzato alla Francia, dello slancio metafisico della nuova umanità capace di coltivare la propria razza con la tecnica, improvvisamente paragona l’agricoltura meccanizzata industriale (parte centrale, ahinoi, dei sussidi europei…) con la fabbricazione di cadaveri nei campi di concentramento (cfr. GA 79, 27, cfr. Faye it. 2012). Stessa tecnica, stesso destino ora, autoassoluzione.

    L’Unione Europea si riduce forse solo ai cosiddetti “tecnocrati di Bruxelles”? L’ideologia europea sarebbe un neoliberalismo tecnocrate convinto di superare ogni possibile conflitto su un terreno neutro?
    Messo da parte il destino dell’occidente, io sono convinto che questa non sia l’Unione Europea, ma solo una delle parti in gioco nel conflitto politico sul suo futuro.

    E’ stata forse l’ideologia che ha convinto Monti a candidarsi dopo aver evitato la bancarotta economica dell’Italia nel 2011… ma al riguardo vorrei dire due cose:
    1) non è un destino, ma una scelta politica, di partiti nazionali che cercano il consenso nazionale e scaricano le possibili colpe sull’Europa (leggi fu Pdl, Ump, CDU, etc.) lasciando ai cosiddetti tecnici (scelti da loro) il compito neutro di imporre regolamenti.
    2) certamente il futuro delle società europee è ora nostro malgrado in mano anche ai giochi finanziari, al tempo venduto nei titoli di stato (cfr. Streeck), agli spread e alle politiche fiscali, insomma ai tecnici economici.

    Ma anche i tecnici sono uomini, e possono avere obiettivi, ideali, dubbi e ideologie. Possono essere anche miti e cercare la giustizia, come ricorda Barbara Spinelli di Padoa Schioppa nel suo piccolo libricino “Il soffio del mite” (Qiqaion 2012).

    L’Unione Europea va a mio parere costruita, non decostruita, né tanto meno distrutta.

    L’ideale di Altiero Spinelli, ovvero la creazione di una democrazia comune dei popoli europei, una “Federazione europea, la quale a differenza del dominio di tipo coloniale, non deve essere in contraddizione con i valori supremi della nostra civiltà, poiché in essa la forza superiore delle nazioni non è arbitraria, ma sottoposta ad una legge alla cui elaborazione tutti i popoli contribuiscono” (1948), prevedeva l’unione politica e non solo economica, certo. E l’una prima dell’altra. Il crollo del muro ha permesso di fare solo la prima. L’allargamento a est ha ritardato la seconda, ma ha forse dato una grande possibilità a tanti stati che altrimenti sarebbero ora nelle condizioni dell’Ucraina…

    L’idea dell’Unione è quella di unirsi sotto una legge che si riconosce come comune e che si decide di discutere e scrivere di volta in volta, una legge orientata al progresso della nostra civiltà. E se si scrive, si prescrive anche, con ordinamenti che vanno realizzati, anche nei loro aspetti tecnici(Schmitt era appunto contrario all’elaborazione di una legge comune, sulla base del progresso dei valori della civiltà illuministica, ovvero rifiutava un diritto sovranazionale di natura non formalistica, ma materiale, legato a minimi comuni denominatori quali i diritti umani).

    Questa idea di una legge è solo la vittoria del (neo)liberalismo, della libera circolazione di capitali? Forse sì. Anche se l’Unione, se non fosse per l’UK si sarebbe già dotata di limitazioni alle transazioni finanziarie e di una legislatura più attenta ai fini sociali dell’economia di mercato. In effetti, la cultura economica di fondo più che neoliberista è ordo-liberista (ovvero mirata alla creazione di uno spazio di regole comuni, per impedire sopraffazioni) e attenta al ruolo dei regolamenti piuttosto che alle sirene della deregolamentazione. Peccato che ora Eucken (figlio – tra l’altro ostracizzato da Heidegger a Friburgo) venga letto, a partire da Foucault, come se fosse un neoliberalista spinto.

    Condivido il fatto che negli ultimi anni l’ideologia neoliberalista abbia preso il sopravvento sulle idee di partenza della comunità economica e lo stato sociale venga da alcuni visto come nemico della crescita.

    Tuttavia in Europa non circolano solo liberamente merci e capitali, ma anche persone e idee. Esiste una comunanza di destini tra gli stati europei: ci immaginiamo dove sarebbe finita l’Italia nel 2011 al di fuori dell’Europa???
    Non sempre il valore dei diritti calpestati (vedi in Ungheria) porta all’azione come quando il valore dei titoli bancari rischia di mettere in crisi le grandi banche. Però questo è considerato dai più – a ragione – una stortura della promessa e non un destino.

    Per concludere – che è sabato sera – l’Unione Europea non è a mio parere un tempio vuoto fondato sulla tecnica, ma un edificio fragile, frutto di compromessi tra grandi ideali e interessi economici e politici.

    I grandi ideali, l’idea di un’umanità razionale e solidale, possono sembrare contraddetti dalla realtà delle crisi finanziarie, dai drammi greci, dai fiscal pact, dalle troike, dalle albe dorate, dai fronti nazionali, dalle grandi coalizioni, dai vaffanc..o alla democrazia. Eppure io credo che quegli ideali meritino di essere salvaguardati e che uno spazio politico comune europeo, per difendere i valori della persona, dell’ambiente, dello stato sociale (inteso come benessere e non come Stato), della solidarietà, della cultura e della ricerca, possa essere creato solo a livello europeo. Anche servendosi della tecnica. Assumendosene le responsabilità.

    Ci sono proposte di riforma della commissione, del suo rapporto con il parlamento. Schulz e Tsipras forse non sono così lontani come si racconta in Italia. Il tedesco e il greco si dice da noi. Entrambi a favore degli eurobond, della ridiscussione dei patti di stabilità, dei microcrediti, della lotta ai paradisi fiscali interni, della continua contrattazione intergovernativa al posto dei metodi comunitari, dell’assunzione di meno responsabilità da parte della commissione per quanto riguarda gli aspetti più burocratici e tecnici (lunghezza delle banane e curvatura dei cetrioli) ma di maggiore incidenza sugli aspetti essenziali: credito, energia, politica estera di vicinanza, il dramma del mediterraneo, etc.

    A maggio si vota anche per questo.

  4. Emanuele
    martedì, gennaio 28, 2014 at 11:23
  5. Federico Nicolaci
    martedì, gennaio 28, 2014 at 22:33

    Cara professoressa De Monticelli,

    La ringrazio per la sua replica, ricca di pathos per la cosa che sta a cuore a entrambi, l’Europa. Provo brevemente a dare un’indicazione di risposta alle questioni fondamentali che lei ha posto, senza alcuna pretesa di esaurire in poche battute la discussione: sarei naturalmente onorato di poterla riprendere, qualora lo ritenga, nel contesto di un dibattito più ampio, da organizzare nella nostra facoltà o magari alla Casa della Cultura di Milano.

    Quale idea di Europa, lei chiede, vogliamo difendere? Quale spirito di Europa vogliamo mettere al centro di costruzione del progetto d’integrazione europea, e – per contrasto – a quale intendiamo opporci?

    Che l’UE sia una delle espressioni più nitide di quei processi di spoliticizzazione e neutralizzazione della politica cui ho fatto cenno, mi sembra un fenomeno evidente. Che l’Unione Europea sia oggi poco più che un’organizzazione internazionale per la gestione ‘ottimale’ del libero mercato e del movimento dei fattori produttivi, lo confermano autorevoli politologi. Ma lo dimostra, soprattutto, la preminenza di cui godono le questioni tecnico-economiche nel quadro della “politica” di Bruxelles, primariamente interessata alla creazione di un mercato libero e altamente competitivo, nonché la centralità che il cosiddetto “scientific expertise” ha assunto all’interno del processo decisionale dell’Unione (tutti princìpi che sono esplicitamente menzionati nei trattati o nelle disposizioni attuative della governance europea).

    I fatti, non le opinioni di Schmitt, dimostrano che una democrazia fondata sugli automatismi della tecnica e delle logiche di accrescimento del capitale è destinata a creare le condizioni per lo svuotamento della decisione politica; e quindi a consegnare le redini della democrazia nelle mani di chi, di volta in volta, rappresenta le istanze che meglio aderiscono a tali criteri di decisione.

    Tutto qui. Le analisi di Schmitt, come quelle di Weber sulla “Unsachlichkeit” del moderno politico, che non conosce altra Causa all’infuori del progresso tecno-capitalistico, dovrebbero aiutarci a ‘leggere’ la realtà in cui viviamo, e non rappresentare l’occasione per mascherarla dietro l’assunzione di prese di posizioni ideologiche.

    La Tecnica e l’economia non devono essere negate, ma subordinate alla decisione politica in nome di una idea di società che realizzi i valori fondanti l’identità europea. Lo svuotamento a priori di ogni effettiva decisione politica (e della democrazia) che caratterizza l’attuale situazione europea non è un caso né un incidente di percorso, ma è esattamente il risultato di un metodo di costruzione dell’Europa che trova i suoi fondamenti, come ho provato a indicare nel mio breve saggio, nell’ideologia del funzionalismo tecnico-economico.

    Quale idea di Europa, dunque?

    L’idea di un’Europa capace di una progettualità politica che non sia mero adeguamento alle istanze poste dalle logiche autonome del neo-liberalismo, che ad oggi è l’unica vis che anima il processo decisionale europeo, ma sia progetto comune in nome di un’idea di società europea da preservare e continuamente realizzare. Salvaguardia cioè di un’idea di umanità che ci definisce in virtù dell’appartenenza ad uno spazio di senso comune.

    Un’Europa che si adegui alla pure logiche della necessità tecnico-economica annullerebbe la sua identità e non solo finirebbe per non avere senso, ma – come la storia degli ultimi anni ha dimostrato – è destinata anche ad annullare la sua capacità di agire efficacemente e credibilmente nei complessi scenari mondiali, con ciò negando ‘per impotenza’ quei principi così solennemente declamati.

    Solo la riaffermazione e la memoria dell’unità di fondo della società europea potrebbe creare quell’intangibile ma essenziale senso di solidarietà tra i popoli europei che consentirebbe di superare l’immediatezza di quei conflitti che sono invece accentuati da una visione puramente economicista e funzionalista della costruzione europea: e solo un tale senso di solidarietà potrebbe sostenere un’autentica unione politica.

    Infine, desidero mettere in chiaro un concetto: criticare un’istituzione che incarna un’ideale non significa criticare l’ideale stesso, bensì criticare la sua ‘realizzazione’, e proprio in nome dell’ideale! Se non concediamo che l’Europa così com’è possa essere criticata, anche in modo radicale, per paura che criticarla significhi criticare l’idea di cui è incarnazione (e che lei chiama anche la ragione “pratica” europea”), allora c’è poco da fare: siamo destinati a tollerare ogni ‘violazione’ in nome dell’ideale, persino a chiudere entrambi gli occhi di fronte alla realtà.
    Forse ripensare l’Europa significa anzitutto ripensare il fallimentare metodo d’integrazione che ha portato a questa (dis)unione europea. E questo, non per delegittimare il nobile ideale di Europa, ma proprio per provare a corrispondervi.

    Ma questi non sono che cenni: spero avremo presto modo di approfondirli!

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