Lo scricciolo di Fosforo e l’Europa che rinasce

venerdì, 5 Febbraio, 2021
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La filosofia, secondo un celebre motto di Hegel, è la nottola di Minerva, che esce solo sul far della sera, quando tutto è accaduto, a ricapitolare il senso degli eventi e a confermare nella gloria del concetto le decisioni dello Spirito del Mondo. Se una volta anche al più insignificante dei suoi cultori (non di Hegel certamente, ma della filosofia) fosse concesso di incarnare per un attimo lo scricciolo di Fosforo, quello che vi risveglia all’alba, forse il suo canto questa mattina direbbe così, senza sapere quel che avverrà di qui a poche ore.

Solo quest’ora è data, ancora intatta, in cui l’anima si è appena risvegliata da un incubo di morte, e ancora teme di ripiombarvi. Se vi sembra che “morte” sia una parola troppo pesante per il nonnulla di piume arruffate che è uno scricciolo, ebbene di questo nonnulla è fatta l’anima, e che possa morire lo sappiamo bene. La morte dell’anima è la mortificazione delle idee, soprattutto se queste idee sono degli ideali. I giorni passati – che dico: i mesi, e gli anni, e i lustri, e i decenni – sono passati sugli ideali come schiacciasassi. Come schiacciasassi sul pennacchio dell’Europa, che è la sua Idea. E che, come ogni idea, è un eccesso sulla realtà. E’ l’eccedenza del diritto sulla forza, e della ricerca sul luogo comune. E quindi è l’ideale dell’imperio della legge dove c’era la selva delle potenze, e dei dolci lumi della ragionevolezza dove c’erano gli idoli delle tribù, che siano idoli ideologici o identitari. Ma se andiamo più a fondo, è l’esercizio di una virtù in lotta con l’arbitrio peggiore, quello che ciascuno si porta dentro insieme al giusto orgoglio della sua libertà. Il libero arbitrio volentieri si fa puro arbitrio ferino. Si fa arbitrario dominio della pancia sulla mente e del sedere sulla poltrona che dovrebbe invece sostenere il lavoro prezioso di chi serve il pubblico. O, peggio, si fa egolatrica menzogna ammantata di costumi rinascimentali come quelli delle sagre italiane estive, si fa machiavellismo ignaro del suo fine – le libere repubbliche – e perciò falso come quei costumi. Abbiamo sentito uno, che ha passato i suoi anni migliori a sfasciare gli ostacoli al suo arbitrio, chiamare se stesso conciliatore e tessitore di alleanze, lo abbiamo udito lodare pubblicamente un principe accusato di assassinio: e tutto questo in nome di condivisibili ideali, che come iniettargli dentro veleno puro, agli ideali, per il banchetto dei cinici. E allora, l’esercizio di virtù contro l’arbitrio?

Umiltà l’ha chiamata uno dei migliori pubblici servitori dell’Europa, e uno dei migliori italiani cosmopoliti (una genia nobile e antica, che riscatta agli occhi del mondo tante pulcinellate nostre nell’arco dei secoli). L’umiltà, dice un filosofo, è la virtù  dei signori nati. Ma soprattutto è questo esercizio di legare e contenere l’arbitrario in noi, sì, anche quella degli animal spirits quando è necessario.  Ma non con il cilicio: con l’attenzione al vero. Perché questa è la sola forza in grado di convincere l’arbitrio a seguire ciò che è giusto invece che ciò che conviene subito, e quello che serve a tutti invece che quello che serve solo a me. Quello stesso pubblico servitore italiano ed europeo, cui lo scricciolo ignaro dedica il suo canto stamattina, ha chiamato questa attenzione al vero con il nome di un’altra virtù: competenza. Che è il nome aggiornato della prima delle virtù cardinali. E per una volta è parso – oh lo si può ancora dire all’alba, nell’ora ancora intatta – che il bene sia veramente diffusivo di sé, come credevano gli antichi. Perché un altro professore italiano chiamato a prendere molte decisioni per tutti, certo meno carico di gloria ma cui giovò forse la sofferenza della prova ed errore (un altro metodo molto europeo, lo inventò un pisano di nome Galileo) ha risposto all’elogio dell’umiltà con un gesto che pare di nobiltà. Un gesto signorile, se offre un vincolo all’arbitrio reazionario del risentimento e del rancore dei masanielli, e un’unità possibile a quelli cui bene o male sta a cuore un po’ più di giustizia, rossi o gialli che vogliano chiamarsi, e in questa direzione riequilibra il tavolo altrimenti assai sghembo su cui saranno prese le decisioni per tutti. E infine non si è negato una battuta fulminea e fulminante: “i sabotatori cercateli altrove”.

Certo sarebbe un sogno se ce la facesse, quell’uomo il cui pensiero ora è questo – lo stesso che ebbe un altro e più grande servitore dell’ide di Europa: Altiero Spinelli.  Che l’Europa vera, l’Europa più simile alla sua idea, e più unita al di sopra delle nazioni, sta rinascendo oggi (la sua è una storia di nascite e rinascite dopo ciascuna grande crisi di civiltà). Ma che o l’Italia si salva con lei, o la perde con se stessa. Nell’ora ancora intatta perfino gli scriccioli lo possono dire, perché il coraggio è la virtù in cui l’anima mortificata rivive. Coraggio, Presidente. E’ la terza virtù che lei ha evocato: e ne abbiamo davvero tutti bisogno.

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8 commenti a Lo scricciolo di Fosforo e l’Europa che rinasce

  1. Stefano Cardini
    venerdì, 5 Febbraio, 2021 at 12:25

    Che dire? Il problema è sempre quale Europa vogliamo, a che prezzo e a chi vogliamo farlo pagare, consapevoli che è sempre “sopportabile” soprattutto il prezzo che devono pagare altri da noi stessi. Attendiamo gli atti, quindi, senza ignorare quelli in passato già compiuti, sui quali potremmo nutrire perplessità. Ma, filosoficamente, diffidiamo dai cori unanimi senza ancora un esplicito e preciso contenuto: storicamente opachi, opportunisti e infine voltagabbana.

  2. Roberta De Monticelli
    venerdì, 5 Febbraio, 2021 at 15:25

    Curioso. Parrebbe che tu non abbia letto neppure l’articolo del marzo scorso sul Financial Times, oggi citato su tutti i blog e media. Poi può darsi che non riesca a realizzarlo: ma lo scricciolo lo spera, e credo che i più pure, lo sperino.

  3. Stefano Cardini
    venerdì, 5 Febbraio, 2021 at 15:26

    L’ho letto e postato a suo tempo. Ma è soltanto un articolo, con passaggi variamente interpretati, soprattutto alla luce del suo intervento, lo scorso aprile, al Meeting di Rimini a proposito del debito “cattivo”, della “produttività” e del futuro “rientro” dal debito. Ovvio che spero. Ma Draghi non è soltanto l’allievo di Caffé che ha studiato con Modigliani. È quello dei 182.000 miliardi di privatizzazioni degli anni 90, della lettera con Trichet che in pieno attacco speculativo al debito italiano “suggeriva” oltre a privatizzazioni ulteriori, flessibilizzazione ulteriore del mercato del lavoro, contenimento ulteriore dei salari, l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo di pareggio di bilancio, subito ottenuto da chi il bilancio anziché risanarlo lo ha disperso tra comitati d’affari internazionali, nazionali e regionali. E quello che prima e fino alla pandemia, se da un lato ha protetto il debito italiano dalle follie in stile Lagarde, ha inondato di liquidità il sistema del credito senza ottenere l’effetto, almeno dichiarato, di favorire gli investimenti nell’economia reale. Una classica visione monetarista, fallita. Se è portatore di un cambio di prospettiva, quindi, si vedrà a compagine di governo formata, ministri schierati e programma dichiarato. Prima si può solo sperare, con qualche dubbio legittimo. Almeno dal punto di vista di chi preferirebbe che il prezzo dell’Europa cominciassero a pagarlo anche altri da quelli che finora l’hanno oggettivamente pagato e della cui sofferenza e frustrazione sociale tende a preoccuparsi, non solo per ragioni di giustizia sociale, ma di tenuta delle istituzioni democratiche, soprattutto di fronte a questo coro diffuso se non unanime “antipolitico” e “antiparlamentare”. E questo pur non ritenendo di appartenere a coloro che, almeno sinora, hanno versato un obolo granché significativo alla costruzione dell’Europa, anzi.

  4. Stefano Cardini
    venerdì, 5 Febbraio, 2021 at 15:37

    Aiutiamo il fosforo anche raccogliendo un po’ di ricordi e idee, possibilmente non le solite che circolano in un sistema dei media che appare ogni giorno di più lobotomizzato o ipnotizzato o (ahimè) peggio, tra “studi dai Gesuiti”, “relatori premi Nobel”, “battaglie con i cannoli” e “mogli sedute a tavola”. Perché, per quanto a me come a tutti piaccia immensamente Sanremo, non può essere tutto Sanremo. Auguriamoci il meglio, ma non aspettiamocelo eccessivamente.

    “Ue e Bce, non è così che si supera la crisi”. L’appello di 103 economisti
    http://sbilanciamoci.info/ue-e-bce-non-e-cosi-che-si-supera-la-crisi-lappello-di-103-economisti/?fbclid=IwAR1vJSQMl90FdiR1xNMdTuNAuSiLdoGmocWBdEE8163p3jqx67G3abGCzqs

    La lezione dimenticata di Federico Caffè
    https://www.pandorarivista.it/articoli/federico-caffe/?fbclid=IwAR1v_Gd8g4QO7_WrNcLmDAw66i1uMK1gPgeul0pmx0ElsqloFz4HUYOv6_k

    “L’urgenza di porre sotto stretta sorveglianza i movimenti di capitale e la speculazione internazionale portarono Caffè a individuare negli organismi sovranazionali un efficace strumento di stabilità finanziaria, utili a svolgere le tradizionali funzioni di prestatori di ultima istanza per scongiurare il diffondersi di crisi di dimensioni mondiali. La collaborazione economica doveva però avvenire tra paesi in condizioni di parità, sotto la sorveglianza non già di una baronìa tecnocratica, ma di un consesso politico e democratico. A tal proposito Caffè fu critico verso la tendenza del Fondo Monetario Internazionale a usare due pesi e due misure con i paesi in surplus e quelli in deficit: ai primi infatti era permesso di bloccare la rivalutazione delle loro monete, impedendo di fatto la diminuzione automatica dell’export e perciò il riequilibrio delle partite correnti[5]; ai paesi debitori era invece imposta la svalutazione delle monete, costringendoli inoltre a politiche fiscali restrittive e pesanti tagli di bilancio.”

    Draghi, lupi, faine e sciacalli (Marco Revelli)
    https://volerelaluna.it/controcanto/2020/03/29/draghi-lupi-faine-e-sciacalli/?fbclid=IwAR0JWcb1TXbkgauXXApYnlIftP-Qny4gA4aT4QEeiiFPTjPc1_GX0-0S21U

    TENSIONI USA-CINA: TIME OUT?

    https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tensioni-usa-cina-time-out-28786%20

    di Michael Pettis, Professor, Peking University and Senior Associate, Carnegie Tsinghua Center

    Donald Trump e Xi Jinping si scambiano accuse e controaccuse, annunciano e poi cancellano dazi tra gli Stati Uniti e la Cina. Ma sarebbe un errore interpretare la guerra commerciale come un semplice battibecco fra i due e pensare che la presidenza Biden risolverà la questione. Questa non è una guerra tra Trump e Xi, né fra gli Stati Uniti e la Cina. Al contrario di quanto si pensi in generale, le eccedenze della bilancia commerciale non sono il risultato di un’eccezionale efficienza del settore manifatturiero o di una forza lavoro straordinariamente operosa e risparmiatrice. Al contrario, in paesi come Germania, Giappone e Corea del Sud, l’eccedenza delle rispettive bilance commerciali è la naturale conseguenza di politiche che nel nome della “competitività” hanno efficacemente ridotto il potere d’acquisto dei cittadini a vantaggio delle élites di banchieri, imprenditori, politici e delle aziende da essi controllate.

  5. Roberta De Monticelli
    venerdì, 5 Febbraio, 2021 at 22:41

    Tranne che per Marco Revelli, che mi sembra della stessa stirpe di Norma Rangeri in questa occasione (paiono fare il verso ai Cinque Stelle, una bella gara fra che più si pasce di slogan) – il resto è un bel programma di studi, ci metteremo al lavoro. Tuttavia: 1. scriccioli e giornalisti hanno poco a che fare gli uni con gli altri, e io non parlavo né di loro né con loro, infatti parlavo di tutt’altro; 2. Fosforo è la stella del mattino, non la pillola dell’intelligenza. 3. Privatizzazioni senza liberalizzazioni non servono a nulla, con liberalizzazioni, invece, è da discutere: non le demonizzerei.Né sarei capace di discuterne con competenza e senza idola tribus. Certo però che il Draghi che citavo io parla di tutt’altro. 4. E tu che alternativa avresti suggerito a Mattarella? Sarebbe interessante saperlo.

  6. Stefano Cardini
    sabato, 6 Febbraio, 2021 at 13:47

    Un contributo informativo direttamente alla fonte sui principi che fino a prova contraria ispirano Mario Draghi, membro dell’organizzazione privata Gruppo dei Trenta, costituita di accademici e finanzieri, dove viene ripreso e ribadito il refrain schumpeteriano, tante volte negli anni ripetuto, della necessaria “distruzione creatrice” di settori, imprese, posti di lavoro definiti “non efficienti” e dunque, quasi di default, “non competitivi”, utilizzando allo scopo le risorse pubbliche solamente per sostenere gli altri e facendo in modo che non sia tanto il “dirigismo” dei governi, quanto “il mercato” a selezionarli.

    Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid
    DESIGNING PUBLIC POLICY INTERVENTIONS
    https://group30.org/images/uploads/publications/G30_Reviving_and_Restructuring_the_Corporate_Sector_Post_Covid.pdf

    È il momento, si dice, delle “scelte difficili”.

    Marco Revelli è uno storico e politologo piuttosto serio, che già nel 1991, in “Oltre il Novecento”, solamente per fare un esempio, descrisse con molta lungimiranza processi di mutazione sociale e culturale di cui ancora oggi molti paiono non rendersi neanche vagamente conto. Non mi pare il caso di liquidarlo con una battuta (con tutto il rispetto per Norma Rangeri – consiglio anzi di leggere tutta la p. 15 de il manifesto di oggi – e con molto meno rispetto per chi “si pasce di slogan”). Semmai, se qualcosa nel merito della sua pur spiccia e polemica ricostruzione vi è di falso, lo si può legittimamente contestare, incluso il ricorso “modernizzatore” ai “derivati” per finanziare il debito, ossia a quel genere di prodotti finanziari che tanto hanno contribuito alla stabilità del sistema del credito negli anni seguenti… 1. I giornalisti, a partire da coloro che scrivono sui giornali pur facendo altri mestieri, come gli economisti o i virologi, hanno invece l’obbligo morale di avere molto a che fare con gli scriccioli. Altrimenti di che cosa parliamo quando parliamo di opinione pubblica, trasparenza, controllo democratico: in quale “competente” laboratorio ritieni debba essere distillata la verità diverso dal pubblico confronto delle idee sulla base di attestabili e contestabili ricostruzioni di fatti? 2. Non è sempre facile, come sai, distinguere la stella del mattino dalla stella della sera: auspicavo semplicemente uno sforzo intellettuale minimo per tentare di discernere tale differenza in una selva pressoché unanime di cori inneggianti al nulla sotto l’alibi ambiguo della “competenza” 3. Come sempre, il contesto reale, ideale e ideologico è decisivo quando si tratta di rispondere a domande ampie del genere: sei a favore o contrario alle privatizzazioni? Sei a favore o contrario alle liberalizzazioni? Sei a favore o contrario alle nazionalizzazioni? O alla direzione o regia o partecipazione pubblica alle attività economiche strategiche per l’interesse pubblico e solitamente, almeno in letteratura, considerate monopoli naturali? Come diceva Longanesi: “È sempre un po’ vero anche il contrario”. Oggi, però, quella stagione di privatizzazioni di una Iri già in gran parte risanata da Romano Prodi (sic!) meriterebbe una riconsiderazione storica e critica non ideologica anche alla luce del fatto che la liberalizzazione dei capitali e dei commerci unita alla transizione digitale (non vista? sottovalutata? abbracciata acriticamente?) iniziata proprio allora ha reso possibili e incentivato monopoli privati globali che oggi fanno impallidire quelli pubblici e privati che abbiamo conosciuto (l’ultimo intervento antitrust americano serio ed efficace è stato lo smembramento di At&t, che deteneva il monopolio della rete di comunicazione, negli anni 70: chiediamoci perché…). Ma su questo tema vale la pena di studiarsi bene il volume IV, e gli altri, della molto istruttiva Storia dell’Iri di Roberto Artone, che mostra come non basti lo slogan “privatizzare sì, ma liberalizzando” per avere risolto i problemi, soprattutto in un Paese che ancora oggi ha il 90% del suo tessuto produttivo costituito da aziende con meno di 10 addetti (qui l’Introduzione al volume: https://www.ripensarelasinistra.it/wp-content/uploads/2014/02/Artoni-IRI-Introduzione-_1_.pdf). Ma vale la pena di leggere anche il recentissimo Tornare alla crescita di Pierluigi Ciocca, anch’egli dal curriculum non male tutto sommato, il quale, pur mantenendosi ortodosso nella disciplina di bilancio, evidenzia nelle politiche mercantilistiche (e non nella retorica moralistica della “frugalità”) l’origine del deleterio surplus commerciale della Germania che tutti soffriamo, e nella mancanza di investimenti pubblici (oltre che privati) del nostro Paese la vera origine della nostra crisi, crisi di debito perché crisi di crescita in avvitamento vizioso e senza uscita rebus sic stantibus (per una recensione: https://www.pandorarivista.it/articoli/tornare-alla-crescita-pierluigi-ciocca/). Neanche io saprei discutere con riconoscibile “competenza” di questi temi: ma questo non può diventare un alibi per non tentare di farsi una propria opinione argomentata, affidandosi semplicemente ai curriculum dei “campioni nazionali”. Anzitutto perché la competenza, pur non essendo arbitraria, non è mai semplicemente neutra; inoltre, per via della lezione socratica sul “buon politico” che troviamo nel Protagora di Platone, alla quale credo che ci si debba attenere più che ai curriculum e alle prestigiose carriere (ne avevano di ottimi anche i sofisti, come ben documenta il dialogo platonico). Il Draghi che tu citavi, come credo tu abbia potuto constatare, è “un” Draghi e neppure tanto chiaro: bisogna rileggere tutta la storia, risalendo indietro, e aspettare ministri e programmi. Il resto è solamente fanfara politico-mediatica, orchestrata da mesi anzitutto dalla stampa confindustriale di Corriere della sera, Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore e dai Tg, alla quale si dovrebbe opporre prudenza 4. Non c’è alternativa dal momento che Italia Viva ha aperto la crisi e che la destra ha tutto l’interesse a non prendersi il cerino di Conte, al quale volentieri lo hanno tutti lasciato in mano fino a quando non si è trattato di gestire i soldi (ottenuti anche grazie alla sua ostinazione) con all’orizzonte (forse) i vaccini. Non amo però gli stati d’eccezione troppo prevedibili, non amo le soluzioni extraparlamentari, non amo l’unanimismo calcistico sui “fuoriclasse” prima di una qualsiasi indicazione di maggioranza e programmatica, non amo la riduzione istituzionalizzata dei partiti a organizzazioni che devono dire sì o no a un presidente del consiglio incaricato al buio rispetto a un programma quasi sicuramente già scritto. Cosa c’è di contrario all’ideale della ragione in questo? Potrei dirti che cosa spererei: non a un governo (ennesimo) di pelosa “solidarietà nazionale” (quelli che storicamente fanno più danni nel lungo periodo), bensì a un governo politico in cui Pd, 5S e Leu continuino sulla strada di una sintesi politica e culturale matura da quella marmellata di fazioni che sono oggi. Ma è una ipotesi remota, perché il Pd ha come al solito detto sì a qualunque cosa a prescindere “per senso di responsabilità istituzionale”, i 5S sono ancora nell’infanzia della politica e ideologicamente divisi, Leu conta quel che conta e Italia Viva punta a fare la mosca cocchiera di Draghi, perché Renzi è un emissario, un “servant” per nulla “civil”, che senza una lobby non esisterebbe già più. Il “fuoriclasse”, per parte sua, temo abbia mandato per un “ampio sostegno parlamentare” con il quale sospendere qualunque potere negoziale dei partiti, logorando le estreme (5S e Salvini) coinvolgendole nel governo e riducendo così definitivamente nell’opinione pubblica i partiti a comitati elettorali senza idee intenti al mantenimento di posizioni di potere a qualunque costo. La Meloni l’ha capito e preferisce tenersi le mani libere nella speranza di sfruttare gli umori ovunque vadano nella sua lotta interna per la leadership a destra con Salvini. Sperare, comunque, non costa niente e d’altronde non si può fare altro. Se non una cosa: continuare a studiare e a pensare per quanto possibile “con la propria testa”, secondo il consiglio di Kant. E indipendentemente dai curriculum.

  7. Stefano Cardini
    sabato, 6 Febbraio, 2021 at 19:19

    Per un esempio concreto di come funziona il rapporto tra gli Stati e i “mercati” quando i primi non adottano atteggiamenti “dirigistici” pur avendo finanziato le imprese “efficienti”, “produttive”, “competitive” facendo debito dal quale poi dovranno rientrare:

    “La riunione informale al Wto per discutere della proposta di India e Sudafrica di sospendere i diritti di proprietà intellettuale sui farmaci si è conclusa senza che il blocco dei contrari – tutta l’Europa insieme a Stati Uniti, Australia, Regno Unito e Brasile – abbia dato il benché minimo segnale di apertura. Anzi, è arrivata, tutti in coro, l’ennesima chiusura ai «brevetti leggeri» perché «un’apertura avrebbe gravi conseguenze sulla spinta delle aziende a investire in ricerca e innovazione». Intanto, si amplia il fronte dei cosiddetti trips waiver – quelli che cioè vorrebbero sospendere l’accordo sulla proprietà intellettuale a cui aderiscono 162 paesi nel mondo -, con diverse ong che si sono schierate al fianco dei paesi svantaggiati che vorrebbero poter produrre da sé vaccini, test e farmaci per combattere meglio il Covid. Secondo un’analisi di Oxfam, Emergency, Frontline Aids e Global Justice Now – riuniti sotto le insegne della People’s vaccine alliance – i tre più grandi gruppi farmaceutici del pianeta (Pfizer/BioNTech, Moderna e AstraZeneca) produrranno dosi di vaccino solo per l’1.5% della popolazione mondiale. (…) «Ad oggi – sostengono (…) le ong di People’s vaccine alliance – sono stati vaccinate 108 milioni di persone nel mondo, ma solo il 4% nei paesi in via di sviluppo. A fronte di 100 miliardi di finanziamenti pubblici, le aziende produttrici dei tre vaccini approvati realizzeranno entrate per trenta miliardi di dollari». Proseguono le ong: «Attualmente, Pfizer/BioNTech, Moderna e AstraZeneca, che sono produttori di vaccini approvati dai più importanti enti regolatori, possono coprire il fabbisogno solo di circa un terzo della popolazione mondiale. Ma dato che i paesi ricchi hanno acquistato dosi in eccesso, la quota di popolazione mondiale che potrà beneficiarne è destinata a ridursi. Mentre AstraZeneca ha venduto la maggior parte della sua produzione ai paesi in via di sviluppo, Pfizer/BioNTech e Moderna hanno riservato quasi tutte le loro dosi ai paesi ricchi, senza condividere la tecnologia».”

    http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/auto-salvato-il-6-02-21-02-00.flc

    Per una retrospettiva sul problema dei brevetti sui farmaci:

    https://www.ilsole24ore.com/art/i-vaccini-sono-troppo-pochi-ecco-soluzione-ADhCpDHB

  8. Roberta De Monticelli
    domenica, 7 Febbraio, 2021 at 11:43

    A lot of food for thought, come si dice. E mentre studio e studio (e ho molte altre virtù, Copyright Carducci), sono felice di concordare almeno nella speranza, in funzione e per ispirazione della quale del resto ho scritto le mie poche battute in questi giorni:”Potrei dirti che cosa spererei: non a un governo (ennesimo) di pelosa “solidarietà nazionale” (quelli che storicamente fanno più danni nel lungo periodo), bensì a un governo politico in cui Pd, 5S e Leu continuino sulla strada di una sintesi politica e culturale matura da quella marmellata di fazioni che sono oggi”.

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