Dopo il “Great Downgrade”: perché abbiamo bisogno di una pedagogia democratica (di Paolo Costa)

lunedì, 12 Settembre, 2022
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[La parte centrale di questo articolo è stata pubblicata in una versione parzialmente diversa su “Domani”, l’8 agosto 2022, con il titolo redazionale I cittadini appassionati possono riformare la democrazia.]

1. Quarant’anni fa, nell’estate del 1982, l’Italia vinse il suo terzo campionato mondiale battendo la Germania tre a uno.

Riformulo la frase a beneficio dei lettori più giovani: l’11 luglio 1982, nello stadio Santiago Bernabéu di Madrid, si gioca la finale della Coppa del Mondo di calcio tra Italia e Germania e gli Azzurri, al termine di un torneo tanto entusiasmante quanto illogico nel suo andamento altalenante, strapazzano i tedeschi e si portano a casa l’ambito trofeo fra le grida di giubilo del popolarissimo presidente, Sandro Pertini, e, insieme a lui, dell’intero Paese.

La spiegazione, a dire il vero, era superflua perché la storia è nota praticamente a chiunque. Si tratta forse del mito sportivo che è rimasto più vivo nella memoria degli italiani oggi.

Quando la scorsa estate ho ascoltato alla radio diverse rievocazioni dell’evento, sono rimasto colpito dal contrasto tra il mio ricordo e quello proposto dai vari speaker. Il loro può essere riassunto in un paio di frasi: quell’attimo di assoluta euforia è stato forse l’ultimo momento in cui noi italiani siamo stati davvero felici. Il Paese usciva da un decennio buio e l’esplosione collettiva di gioia dopo il gol di Tardelli è stato come un urlo liberatorio di cui oggi non possiamo non avere nostalgia.

Il mio ricordo personale, al contrario, è questo: sì, è stato un bel momento, esaltante, ma erano anni talmente tristi… ed era solo l’inizio!

Per completezza d’informazione, devo precisare che nel luglio del 1982 avevo sedici anni, e gran parte della mia vita l’avevo trascorsa in un decennio diverso. «Diverso» è un eufemismo, perché il divario tra gli anni Settanta e Ottanta in Italia è talmente enorme che dev’essere stata proprio quell’esperienza diretta di Epochenschwelle a fare di me un irriducibile realista in materia di periodizzazioni storiche.[1]

Negli anni Settanta, per andare diritti al punto, la politica era veramente ovunque: nel modo in cui la gente si vestiva, si pettinava, nella musica che ascoltava, nei programmi televisivi che guardava, nella lingua che parlava. Tutto questo è svanito nel giro di un paio di anni. Dovendo riassumere con una sola immagine lo spirito del decennio in cui ho trascorso la mia infanzia, sceglierei un’istantanea delle animatissime riunioni a cui mi poteva capitare di assistere in casa dopo la riforma dei Decreti delegati sulla scuola. Ecco, se uno paragona quell’incongrua passione civile per le sorti della scuola pubblica allo stato d’animo di un odierno rappresentante di classe può forse farsi un’idea di che cosa una persona sana di mente potesse provare all’inizio dei «meravigliosi» anni Ottanta. Il mondo per molti era diventato semplicemente irriconoscibile.

Ora, non voglio dire che fosse per tutti peggio di prima. Presentarlo, però, come l’irruzione della luce della joie de vivre nelle tenebre avvilenti degli Anni di Piombo secondo me non ha biograficamente senso. A meno che…

Ecco, la tesi da cui vorrei prendere le mosse nel ragionamento sul futuro della democrazia che intendo svolgere da qui in avanti è incapsulata proprio in quell’«a meno che». Riesco a capire, infatti, il sentimento che ha dominato le celebrazioni dell’anniversario della vittoria al Mundial spagnolo solo se lo interpreto come la spia di una tesi sottaciuta che formulerei in questi termini: un periodo storico dominato dall’impegno politico non può che essere un incubo. Detto altrimenti, la vita umana è zeppa di cose meravigliose, ma la politica non è sicuramente una di queste: felice il paese che non deve occuparsene!

(Continua la lettura su Le parole e le cose)

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