Ma i papi ci credono, in Dio?

sabato, 29 Agosto, 2026
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Riprendiamo qui un articolo uscito sul “manifesto” del 28 agosto, nella versione purgata di un refuso che metteva le “vene” al posto delle “vele”, aggiungendo un pizzico di surrealtà. Qui si può vedere invece una lettera al Papa sullo stesso argomento, autori principali Raniero La Valle, Luis Carlos Orellana,  Giovanni Spallanzani. E qui scaricare il pdf nella versione stampata.

I papi credono in Dio? Ecco, io credo di sì, ma la prova è facile. Non c’è obiezione relativa che tenga di fronte all’assoluto. Intendo, il bene, appunto, ab-solutus, “sciolto” da ogni vincolo di convenienza e opportunità, assolto da ogni umano “realismo”, o cinismo che dir si voglia.

E allora? Il Cardinale Pizzaballa lo dice oggi – chissà, forse in cuor suo l’avrà sperato in passato: “Il Papa verrà a Gerusalemme”. Ecco, la domanda qui sarebbe: e cosa aspetta? Si può arrivare a un dismisura di male  più grande di questa, dove non è più un uomo ad essere issato sulla croce, ma un intero popolo, e non da tre anni ma da tanti e tanti di più, però con un’impennata oggi di ferocia, impudenza, impunità e sfrontatezza che fa impallidire Caligola e Nerone, Attila e il Gengis Kahn, e anche i regimi totalitari del Novecento – almeno in un aspetto inconfutabile: che oggi la legge – internazionale – da violare c’è, chiarissima. Che prima non c’era. Calpestata, triturata, oltraggiata. Mentre viene smantellato l’ultimo residuo di ONU – di UNRWA – a Gerusalemme Est, il Qualandia Training College, che formava ai mestieri tecnici migliaia di giovani palestinesi  a Kafr ‘Aquab, quartiere povero già separato da un muro dalla Città Santa. Mentre l’ultimo simbolo di un filo fra la terra e il cjelo – gli aquiloni dei bambini di Gaza – viene strappato dalla democrazia israeliana con voto alla Knesset. Mentre gli sfollati degli ultimi mesi in Cisgiordania superano le quattro decine di migliaia, mentre le aggressioni a mano armata coloniale e supporto militare governativo impazzano  da Hebron a Betlemme, mentre il sangue stilla ogni giorno dal corpo dei milioni crocefissi a Gaza.

E cosa aspetta questo Papa a andare a Gerusalemme? Dicono che Francesco non ci sia andato perché era malato. Ma Leone è sano come un pesce, riesce perfino a andare a Rimini. Dice: ma poi che ci fa a Gerusalemme? Come: va a rappresentare il Cristo di cui è vicario, no? Dice: Ma allora poi Israele toglie il permesso di soggiorno ai Francescani della Custodia di Terra Santa…. E allora? Ammesso che un governo coloniale pur efferato riesca a scalzare dalla Terra Santa un’istituzione che è là dal Rinascimento, non sarebbe uno scandalo utile a svegliare la coscienza anestetizzata del mondo? Dice: ma sono capaci di ucciderlo, il Papa, se va a Gerusalemme. E allora uno perché fa il Papa, perché viene chiamato dallo Spirito Santo a testimoniare il Cristo, se dovesse mai bastare quest’obiezione? Quanti, quanti di noi vorrebbero andarci, a dire ai criminali di Tel Aviv in faccia quello che si meritano – oh, altro che mercanti nel Tempio! – ma la veste bianca, l’incommensurabile potenza di una voce che si ripercuote su tutti i media del mondo appena si lasci sfuggire un sussurro – no, non ce l’abbiamo, e non serviremmo a niente, ci ammazzerebbero per nulla. Non saremmo, noi, come Cristo  in croce. E allora lui che può, che deve, la vista del quale – là, vicino al sepolcro vuoto – farebbe alzare e dispiegare in tutti i continenti le vele della speranza, un’immensa, vibrante, universale Sumud Flottilla bianca come la sua veste – lui cosa aspetta, ad andare a Gerusalemme?

Ma i papi ci credono, in Dio?

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