Sul dibattito tra De Monticelli e Fusaro. Diamo a Marx quel che è di Marx. Ma riprendiamoci il resto

lunedì, settembre 30, 2013
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Ho esitato a lungo prima di intervenire in questo dibattito aperto sul nostro blog da Roberta De Monticelli e proseguito con le repliche di Diego Fusaro e di tanti altri che ringrazio. La ragione, dopo averci riflettuto, è che la sua lettura m’ha suscitato, mi perdonino De Monticelli e Fusaro, una sensazione un poco sconfortante di déjà vu. Proverò a spiegare perché.

Non sono un decano né de factode jure. Tanto meno un professore giovane e promettente. Essendo nato l’anno della Guerra dei sei giorni, semmai, mi situo anagraficamente all’incirca a metà strada tra De Monticelli e Fusaro. Il che non è del tutto irrilevante rispetto a quanto sto per scrivere. Per ragioni comprensibili, infatti, non ho vissuto in prima persona una certa ubriacatura hegeliana, marxista e più in generale storicista nella quale De Monticelli ha dovuto farsi le ossa come giovane filosofa. Diversamente da Fusaro, tuttavia, del marxismo e di certo storicismo lato sensu ho vissuto la lenta e non sempre decorosa ritirata dalla scena pubblica lungo tutto il corso degli anni ’80 e ‘90. Assistemmo al balbettante commiato di moltitudini di adepti dell’ideologia. Ma di vere spiegazioni, francamente, ne vedemmo poche. Sono vuoti che è difficile colmare. Non basta essere giovani e promettenti. Ma neppure aver visto tanti coetanei di belle speranze rivoluzionarie sciogliere le righe e darci, sommessamente, ragione. Dirò, dunque, quello che a mio giudizio trovo insoddisfacente nelle posizioni sia di Fusaro sia di De Monticelli. E della debolezza del terreno sul quale hanno impostato il confronto.

C’è una cosa che rimpiango delle temperie filosofica hegeliana e marxista di cui ho vissuto l’epilogo. Nelle sue molteplici e talvolta anche un po’ fantasiose declinazioni, essa ambiva a un compito concretamente esplicativo della realtà sociale e storica. E, almeno fino a un certo punto, non si risparmiò alcuna hegeliana fatica del concetto al riguardo. Marx era – e quindi giustamente si considerava – uno scienziato dell’economia, della società e della storia, come anche critici intransigenti come Aron riconobbero sempre. E tale rimase a lungo l’ambizione di quanti in suo nome variamente ripresero e aggiornarono le sue analisi ottocentesche. Le cose poi andarono come andarono: non bene, sotto la maggior parte dei profili. Eppure, se ci chiedessero oggi se si siano fatti molti passi in avanti da allora nella chiarificazione, per non dire nella fondazione, dei concetti primitivi dell’economia politica, forse diremmo di no. Si è semplicemente deciso non ce ne fosse bisogno, non ne valesse la pena o addirittura fosse inutilmente rischioso da un punto di vista politico, destino epistemologico che l’economia politica condivide negli ultimi decenni con molte scienze aspiranti “dure”. E tuttavia le pagine di Fusaro mi lasciano perplesso. Se infatti vi trovo riproposta una certa ambizione esplicativa di quella tradizione, non riscontro la stessa fatica del concetto, l’umiltà e il coraggio del corpo a corpo vero con lo stato dell’arte della teoria economica contemporanea o con la sua storia, con i suoi modelli, le sue basi di dati, le sue concettualizzazioni. Si resta al livello delle vulgate. E se ne fa il controcanto. Ma questa non è critica dell’economia politica. E dunque, dal momento che con la parola “capitalismo” si evoca una connotazione della società e della storia che passa attraverso la rappresentazione dei suoi rapporti di produzione, che cosa è? Qual è il suo effettivo potere e potenziale esplicativo dei fenomeni di cui andiamo discutendo? A partire da quali basi teoriche interpretative, in definitiva, stiamo traendo e propagandando impegnative conclusioni politiche in base alle quali dovremmo (ancora una volta) “uscire dal capitalismo” e, per farlo, trovare il coraggio, per esempio, di uscire dall’euro per combattere senza se e senza ma l’imperialismo del capitale da Bruxelles a Washington? Ripenso allora a Marx; e a come si sforzava di raccontare il ‘48 in Francia. Ripenso al fitto epistolario rivoluzionario che dall’Inghilterra, passando per la Germania, l’Italia, fino alla Russia, e senza risparmiare le Americhe, legò le molte generazioni che resero teoricamente e politicamente influente il suo pensiero. Non si discuteva di un capitalismo. Ma di molti, e se ne monitorava la continua evoluzione. I concetti scarnificavano (o s’illudevano di scarnificare) la storia, nazionale e internazionale, anno per anno, quasi mese per mese, senza disdegnare rappresentazioni quantitative (anzi) pur senza farne feticci. Ci s’impegnava eccome sul terreno della geopolitica. Davvero. L’illanguidimento di quel pensiero, invece, la sua rarefazione concettuale tramite il recupero, che fu peraltro già degli anni ’60 e ’70, di concetti da giovane Marx come “alienazione”, “mercificazione” e simili, nella misura in cui ne depotenziano la capacità esplicativa (sottraendosi a ogni elemento di prova e controprova) per paradosso ne accrescono la pretesa palingenetica: si viene esortati a pensare in modo diverso; ma gesticolando alquanto nel vuoto. Eppure, persino la tragicamente fallimentare esperienza “operaista” degli anni tra i ’60 e i ’70 della protesta operaia e studentesca fu più concreta: lì almeno si studiava il famoso “frammento sulle macchine” dei Grundrisse, si tentava di documentare e analizzare de vivo i rapporti di produzione in carne e ossa, si proponevano letture di dettaglio del sottosviluppo meridionale, della disoccupazione intellettuale, si lavorava sul campo, sulle basi di dati del “nemico di classe” opponendo magari altre basi. La storia, naturalmente, stava già beffandosene, andando altrove (o, più probabilmente, da nessuna parte). Mentre l’operaio-massa della fabbrica taylorista-fordista, per restarne protagonista, rimaneva in attesa di essere disciolto nelle “moltitudini” dell’ennesima epifania del Capitale di Tony Negri. Eppure, va riconosciuto, almeno ci si provava a spiegare cosa stava accadendo, a prevederlo e a regolarsi di conseguenza nell’azione. Ma ora? È almeno dai tempi di Ferecide che giustamente si stigmatizza la hybris che spezza la coesione personale e sociale degli individui e delle comunità, il buon governo di sé, delle cose e degli altri. Ma non servono né Hegel né Marx né Croce per dolersene. Per questo genere di lezioni disponiamo di una schiera di grandiosi pensatori e mistici, occidentali e non, spiritualmente ben più penetranti. E che della storicità nel senso ottocentesco o primo novecentesco della storia non saprebbero che farsene. Se la critica al capitalismo deve ridursi a un’esortazione a liberarsi e a liberare sdegnati il mondo dalla libido compulsiva all’arricchimento dell’homo oeconomicus delle vulgate smithiane à la Piero Ostellino, mi si perdoni, è ben poca cosa. E non ci aiuterà a prendere la benché minima decisione razionale, non solo sull’euro o sul conflitto siriaco, ma neppure sull’Ilva di Taranto, sul sistema delle pensioni, sull’Iva e sull’Imu. Sempre che la razionalità ci interessi, naturalmente. Se si rivendicano le ragioni della complessità storica, quindi, io credo si debba essere consapevoli che si alza l’asticella del nostro pensiero e delle nostre e altrui aspettative su di esso. E sentirne fino in fondo la responsabilità, specie di fronte ai giovani. Di alienazione, mercificazione, guerra giusta e guerra all’imperialismo, abbiamo già discusso nevroticamente per decenni. Non nascondiamoci ancora una volta la dilemmaticità delle questioni con disinvolte prese di posizione nel campo di Obama o dell’Assad di turno. Ne tradiremmo la complessità. E questa sì sarebbe hybris. Io, per dire, credo fosse giusto in linea di principio e praticabile in linea di fatto intervenire in Libia a sostegno dei ribelli contro il regime assassino e destabilizzante di Muammar Gheddafi. Avrei preferito lo facessero le Nazioni Unite, ma lo sapevo impossibile. Viceversa, penso che minare la stabilità di Assad in Siria, benché in linea di principio auspicabile, sia in linea di fatto pericolosissimo senza un piano per la successione, e proprio per questo, come molti insospettabili di antiamericanismo hanno fatto notare, è sospetto. Ma le mie opinioni, certo discutibilissime, non pretendo di elevarle su chissà quale profondo sapere filosofico: cerco di trarle da quel poco che riesco a intendere della vita e della storia di quei contesti. E questo è secondo me il senso vero della storicità.

Vengo ora al contraddittore di Fusaro: Roberta De Monticelli, che d’ora in poi chiamerò più semplicemente Roberta. In linea generale gli esiti della tua riflessione mi vedono concorde. Tra molti se e molti ma, costretto a scegliere con una pistola alla tempia tra Osama e Assad (da sempre, come quasi tutti i raìs arabi, compagno d’affari geopolitici di imperialisti o peggio di ogni risma) sceglierei Obama. Sono un’anima bella, come dice Fusaro? Non credo: semplicemente, non avendo realmente una pistola puntata alla tempia, ne approfitto per non rimuovere i miei se e i miei ma, cercando al contempo di evitare di fare la fine del povero Banfi nel ’56, che anime belle bollò quanti misero in dubbio che i carriarmati sovietici a Budapest rafforzassero le ragioni del socialismo. La mia impressione, tuttavia, è che tu, Roberta, nel tentativo, pur condivisibile, di difendere le ragioni dell’etica e della responsabilità personale sopra ogni altro protagonismo storico di soggetti o pseudosoggetti sovrapersonali, finisca col sottrarre in linea di principio alla filosofia ogni possibile terreno su cui esercitare una critica dell’economia politica contemporanea e dei suoi presupposti, assumendo implicitamente quest’ultima e le sue “leggi” come un dato avulso dalla storia e neutro, privo cioè di connotazioni etiche, ovvero, di un preciso, e discutibile, ordine valoriale dagli effetti politici e geopolitici rilevanti. Anche questo, a mio parere, è un abdicare alla ragione. È di questi giorni la polemica attorno alla deindustrializzazione italiana. Negli ultimi due decenni, che io ricordi, se si eccettuano Luciano Gallino, sociologo della scuola di Adriano Olivetti, il giornalista Massimo Mucchetti e pochi altri, la pubblicistica attorno ai temi economici non ha fatto che parlare di privatizzazioni, deregulation del lavoro e tagli alla spesa pubblica come leve per lo sviluppo italiano. C’erano e ci sono ancora alcuni buoni motivi per farlo. E tuttavia, e proprio perché non si crede all’alibi per cui sarebbe colpa dell’euro, non dovrebbe essere compito dell’economista, oltre che del sociologo, del giornalista economico e – perché no? – del filosofo morale e politico, interrogarsi su come, anno dopo anno, dopo una miriade di privatizzazioni e una singhiozzante, sbilanciata ma continua deregulation del mercato del lavoro, ogni nostra eccellenza industriale, pubblica o privata che fosse, sia stata distrutta, la nostra produttività crollata, la competitività anche? Troppa politica nella nostra economia? Sì, certamente, da un certo punto di vista. Ma perché non dire anche troppa economia nella politica? Economia di un certo genere, anche, che andrebbe storicamente meglio approfondita. Senza che sia necessario riesumare l’onnipresente Capitalismo e l’immarcescibile Lotta di classe, infatti, è difficile negare che l’economia sia fatta anche e forse soprattutto di rapporti di forza: tra poteri pubblici e privati, e anche tra poteri privati e altri poteri privati; per esempio, quelli di banche e imprese, grandi e piccole imprese, imprese e salariati. E sono rapporti che contano nei destini degli individui e delle nazioni. Possono leggi, politici incorruttibili e magistrati generosi essere sufficienti a contenere le spinte distruttive di risorse umane e naturali di un sistema sociale che per anni ha alimentato la propria crescita persuadendosi di poterla condurre illimitatamente purché ciascuno perseguisse quanto più accanitamente il proprio individuale arricchimento? Può il capitalismo “buono” della “responsabilità sociale”, propagandato dalle Corporate a parole e quasi sempre largamente disatteso nei fatti, essere sufficiente? Io credo di no. Certo, diresti tu, se non sarà sufficiente, quantomeno sarà necessario. Su questo sono perfettamente d’accordo. E credo sia superficiale storcere il naso di fronte a certe sacrosante battaglie per la legalità, siano o meno condotte sotto la bandiera dell’antiberlusconismo. E tuttavia, non vorrei ci fermassimo lì. Sono stati soltanto i boiardi di Stato ad avere rovinato quel che di vitale c’era nel tessuto economico italiano o anche i molti “capitani d’industria” che per decenni si sono arricchiti deindustrializzando le proprie aziende mentre dalle pagine dei giornali, quasi tutti i giornali, pontificavano sulla “necessaria modernizzazione italiana”? Tale deindustrializzazione non è stata realizzata contro le leggi dell’economia o venendo meno all’arte della direzione d’impresa canonizzata dalle business school. È stata fatta perché nell’orizzonte valoriale in cui via via s’è acquisito dovessero essere prese le “buone” decisioni, era più conveniente per gli azionisti che in quelle imprese contavano. E infatti lo sono state. Trovo singolare, quindi, nonostante le confusioni che in passato sono state fatte anche da personalità come Enzo Paci attorno al rapporto tra fenomenologia e marxismo, che oggi la riflessione fenomenologica, per esempio, attorno alla nozione di agente, così di rado si occupi di come questa nozione, apparentemente innocua e intuitiva, sia assunta quando parliamo di produttività dei fattori; o quando nei nostri modelli descrittivo-normativi canonizziamo l’agire dell’operatore finanziario standard, ovvero, quello che normalmente egli dovrebbe attendersi che i suoi colleghi s’attendano e sul cui sfondo prende, come loro prendono, le proprie decisioni. Così lo descriveva John Maynard Keynes nella sua Teoria generale: «Il fine sociale dell’investimento finanziario professionale dovrebbe consistere nello sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Il fine effettivo, e privato, degli operatori finanziari più abili è, oggi, come usano dire assai appropriatamente gli americani, “to beat the gun”: essere più furbi degli altri, e passare al concorrente la moneta cattiva». La si pensi come si vuole su Marx e sul marxismo, sulle suggestioni zombie evocate da termini come Capitalismo e Lotta di classe. Ma di una critica dell’economia politica nuova, anche perché fenomenologica nel suo metodo, non mi pare non vi sia bisogno. Altrimenti si rischia di dover dare ragione al Norberto Bobbio superficialmente critico della fenomenologia dell’articolo di Repubblica che mi hai segnalato. Il quale, invece, aveva torto.

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37 commenti a Sul dibattito tra De Monticelli e Fusaro. Diamo a Marx quel che è di Marx. Ma riprendiamoci il resto

  1. Andrea Zhok
    lunedì, settembre 30, 2013 at 11:10

    Concordo in toto.

  2. lunedì, settembre 30, 2013 at 12:19

    Una sola parola: Magistrale!

  3. lunedì, settembre 30, 2013 at 18:36

    Chi si iscrive con me al neonato Fan Club “Stefano Cardini”?
    In qualsiasi altro paese quest’uomo sarebbe (purtroppo!) a capo di un ministero. Nel nostro meraviglioso Stivale, invece, possiamo godercelo nel nostro piccolo Laboratorio filosofico.
    Ah, le delizie del declino italiano…
    Grazie Stefano!

  4. lunedì, settembre 30, 2013 at 19:18

    “La mia impressione, tuttavia, è che tu, Roberta, nel tentativo, pur condivisibile, di difendere le ragioni dell’etica e della responsabilità personale sopra ogni altro protagonismo storico di soggetti o pseudosoggetti sovrapersonali, finisca col sottrarre in linea di principio alla filosofia ogni possibile terreno su cui esercitare una critica dell’economia politica contemporanea e dei suoi presupposti, assumendo implicitamente quest’ultima e le sue “leggi” come un dato avulso dalla storia e neutro, privo cioè di connotazioni etiche, ovvero, di un preciso, e discutibile, ordine valoriale dagli effetti politici e geopolitici rilevanti”.
    Perdona, caro Stefano, se in attesa che altri commentino questo tuo intervento anche per me praticamente del tutto condivisibile, mi soffermo sul solo passo che – in tutta franchezza – non trovo fondato. Quando io avrei mai assunto le “leggi” dell’economia politica contemporanea come un dato avulso dalla storia e neutro, privo di connotazioni valoriali ed etiche? Io che sostengo che non c’è praticamente alcuna azione umana che non abbia direttamente o indirettamente una connotazione valoriale ed etica? “Implicitamente”, tu dici. Ma quale aspetto di quello che scrivo o anche solo di quello che ho scritto nei miei post qui sotto implicherebbe anche solo un’opinione a proposito delle “leggi” dell’economia politica contemporanea? Non è proprio un linguaggio che mi appartenga, per l’umile ragione che purtroppo non ho alcuna seria base in economia (e non mi permetterei mai neppure di evocare “leggi” di cui non sarei in grado di specificare la forma né il contenuto, e che neppure so se esistano – almeno in quanto “leggi dell’economia politica”, espressione, mi concederai, piuttosto vaga). Quelle parole che citi di Keynes chi non le condividerebbe? Io per esempio le condivido di tutto cuore! Esprimono precisamente un giudizio di valore – e di questo, della struttura dei giudizi di valore , sì, mi sono occupata, e sono in grado di dire perché lo condivido. Lo condivido perché afferma che V1 (conoscenza e previsione degli effetti delle nostre azioni) è un bene superiore a V2 (il vantaggio comparativo degli operatori più abili sugli altri). Se dovessi argomentare perché ritengo vero e giustificabile o fondato questo giudizio di valore, partirei dalla tesi che il bene V1 è costitutivo di una realizzazione adeguata del valore giustizia (in quanto qualità di una società bene ordinata) mentre il bene V2 è compatibile con ogni tipo di violazione del valore giustiza. Non vedo invece come possa la modestia di questo mio pensiero implicare che NON si debbano studiare con precisione i modi in cui realizzare V1 nei limiti del possibile! E certamente un filosofo che volesse studiarli, speriamo che ne vengano molti, non dovrebbe essere analfabeta in economia come io purtroppo sono: e io metterei un punto qui.
    Forse – se posso osare un’ipotesi – la vera ragione per cui questo dialogo ti è parso deludente è un’altra: che – ahimé – esso si situa su un terreno molto preliminare a un vero approfondimento filosofico del nesso fra responsabilità personale, storia, economia e politica. Esso è partito, letteralmente, da uno sconcerto. Uno sconcerto peraltro limitato ad alcuni giudizi sconcertanti. SE c’è una teoria la quale implichi che al fondo la politica di un presidente americano è identica a quella di un altro presidente americano, a prescindere dagli orientamenti ideali e politici dei medesimi, ebbene io credo che quella teoria sia falsa (per modus tollens). E SE c’è una teoria che implica che sia il “neoliberismo” ciò che è alla base (ad esempio) del modo in cui è avvenuta la deindustrializzazione italiana,o addirittura che “neoliberista” sarebbe chi ha vissuto e prosperato a furia di abusi, soprusi, condoni e perdoni, di mostruosità giuridiche (abolizione di reati, leggi ad personam) o di semplici e preindustriali, premercatali logiche consortili e mafiose (non c’è praticamente appalto gestito a amministrazioni locali che non sia truccato: e questo sarebbe mercato? O competizione, sia pure spregiudicata? O monopolio ECONOMICO?)- ebbene, quella teoria è falsa, per la stessa ragione. O no?
    E allora perché aprire un confronto tanto pre-filosofico da risultare deludente a orecchie raffinate come le tue? Perché se non cominciamo a vedere lo spaventoso peso che le dinamiche consociative, consortili, mafiose e semplicemente brigantesche, oltre al “particularismo” incapace di responsabilità personale di fronte alla legge (giuridica ed etica) hanno nella storia italiana a tutti i suoi livelli, allora sì che avremo, da cattivi filosofi, totalmente ignorato la storia, la concretezza, la realtà e perfino la politica, esattamente come tu chiedi al fenomenologo di NON fare. Infatti le business schools e gli azionisti delle imprese possono ben fare il loro mestiere: il dramma è che i cittadini, le loro espressioni politiche, e in definitiva amministrazioni e governi non facciano il loro. Ti faccio un esempio semplicissimo: per quale ragione al mondo la Solvay dovrebbe spendere un sacco di soldi in più per dotarsi di un dissalatore ed evitare così di devastare, rapinando acqua fluviale, un’intera regione? Per la buona ragione che i cittadini, e dunque le amministrazioni locali e in ultima analisi il governo, glielo chiedano/impongano. Ma questo NON SUCCEDE AFFATTO. E perché? Perché tutt’e tre le categorie preferiscono godere dei vantaggi particulari che derivano da accordi segreti – segreti di pulcinella: tutti di tipo corruttivo, scambi impropri fra politica ed economia, e per quanto ignorante io sia A ME NON SEMBRA AFFATTO SIA QUESTO CHE INSEGNANO LE BUSINESS SCHOOLS – precisamente perché come si comportano i cittadini e le loro espressioni amministrative e politiche non è proprio affar loro. E sono tanto d’accordo con te sulla necessità che il filosofo si occupi di concretezza e di storia, che gli ultimi tre libri che ho scritto li ho dedicati ad approfondire alcuni aspetti di questa storia e di questa concretezza italiane. Per angusti che siano i limiti dell’analisi che propongono, e che non si sogna di dichiararsi esaustiva, esprimono per la modestissima, piccolissima allieva di Socrate che provo ad essere un primum necessario: chiarire in che senso e perché non del “capitalismo” o del “liberismo” (che dio strafulmini entrambi, che menti lucide ci dicano come riorganizzare l’economia in modo che non ne scapiti mai la giustizia, e neppure la libertà delle persone) – ma de me, de te, de nobis QUESTA fabula narratur.

  5. Ambretta Caleri
    martedì, ottobre 1, 2013 at 09:27

    Un filosofo che si esprime in questo modo: “credo fosse giusto, in linea di principio (quale?) e praticabile in linea di fatto, intervenire (che grazioso eufemismo!) in Libia a sostegno dei ribelli (ribelli?) contro il regime assassino (sta parlando dei governi americani?) e destabilizzante (ma sono gli USA che destabilizzano!!!) di Gheddafi (ma chi era veramente Gheddafi lo dice per esempio Lorenzo del Boca),io lo squalifico seduta stante. Qual è il risultato dell’intervento americano in Libia? Lo conosce Stefano Cardini? Ce lo vuole dire? Questa è la dimostrazione che, se non si conosce o si fa finta di non conoscere la storia, non si può neanche fare filosofia.

  6. Stefano Cardini
    martedì, ottobre 1, 2013 at 09:28

    Cara Roberta, proverò a risponderti, anche se non sarà, il mio, che un abbozzo. Premetto che le mie conoscenze in materia economica non sono probabilmente superiori alle tue. Tuttavia, anche solamente in forza della rilevanza straordinaria che nelle nostre vite le dinamiche dell’economia hanno, nei miei limiti mi sforzo sempre di occuparmene o quantomeno di preoccuparmi affinché qualcuno, sperabilmente più competente di me, se ne occupi. E questo a maggior ragione varrebbe se ritenessi, come in effetti ritengo, che non ci sia attività umana che non implichi e sia indirizzata da orientamenti di valore: produzione, risparmio, investimento e consumo inclusi (un tempo esisteva la famosa questione della trasformazione dei valori in prezzi, persino…). Parto da una delle tue ultime affermazioni, quindi, tralasciando le maiuscole che la Netiquette sconsiglia di usare assimilandole all’alzare la voce. «A me non sembra affatto che sia questo che insegnano le business schools. – precisamente perché come si comportano i cittadini e le loro espressioni amministrative e politiche non è proprio affar loro». Qui nessuno pensa che le business schools siano la fucina del diavolo neoliberista annientato il quale avremmo risolto i nostri problemi. Il punto è che lo spazio logico dell’economia monetaria di scambio, nel quale anche il denaro è da tempo diventato una merce tra le altre, ha implicato storicamente e logicamente implica regole che hanno a che fare proprio con quei poteri pubblici e con quei cittadini che, nel tuo modo d’intenderlo, con il sapere economico non avrebbero nulla a che fare. Non c’è economia monetaria di scambio senza uno Stato che sia garante e co-protagonista dei suoi patti, ne definisca le regole, ne sanzioni la trasgressione, così orientandone le condotte. Sono le regole a definire i possibili esiti del gioco e gli abiti dei giocatori nel giocarlo. Ed è proprio nelle business schools che si insegnano le regole e si formano gli abiti dei giocatori. Non esiste un gioco fuori da quelle regole e da quegli abiti, un gioco per così dire “naturale” che poi ahimé deve fare i conti con la realtà là fuori (solitamente brutta). Altrimenti non sarebbe sapere di nulla. D’altronde, non tutti hanno egualmente voce in capitolo in materia di regole. E questo è un fatto e un problema centrale della teoria e della prassi economica, che infatti si preoccupa eccome dei poteri pubblici e dei cittadini, elaborando metodologie e indici di rating e chiedendo e ottenendo dallo Stato e dai cittadini di tenerne conto. Perdona il semplicismo di questo linguaggio. Naturalmente non sto dicendo che i poveri studiosi di economia decidono i destini dei governi. Sto dicendo una cosa diversa, che spero s’intenda, in un modo compatibile con questo contesto stringato e colloquiale. La frase di Keynes, che a te pare tanto ovvia, restituita al suo originario contesto, non lo è poi così tanto. Mette in gioco, infatti, la nozione di periodo economico, breve o lungo, ovvero, l’orizzonte temporale all’interno del quale le nostre promesse di scambio (transazioni) avvengono o debbono avvenire. E dunque le regole che andrebbero definite perché ciò accada. Non chiama in causa, Keynes, la nozione di giustizia (non immediatamente ed esplicitamente almeno), ma la sostenibilità economica del sistema, ovvero, la sua capacità di mantenere lo scambio mediato dalla moneta (le promesse di pagamento) e il reddito che ne deriva agganciato alla produzione e vendita di beni e servizi, ovvero: la generazione di ricchezza ai bisogni sociali. Non c’è modo qui di approfondire la questione, peraltro non semplice. Il mio è solo un esempio per dire è che questi temi necessiterebbero di un approfondimento filosofico di carattere fenomenologico da parte di chiunque voglia capire le dinamiche della società contemporanea. Constato, invece, che sono praticamente spariti dall’agenda dei filosofi, che pure s’impegnano nello studio di discipline non meno gravose (come le onnipresenti neuroscienze). Io credo sia un errore: un richiamo contemporaneo alle ragioni dell’etica che non si confronti o aspiri al confronto con i modelli economici correnti di rappresentazione dell’agire sociale è infatti dal mio punto di vista manchevole per un aspetto importante se non decisivo. Non vorrei che, dopo tanto aver abusato del lessico e del sapere economico, esso per i filosofi fosse divenuto tabù. Come vedi non ho usato neppure una volta le parole capitalismo, liberismo, ecc. Negli scorsi giorni, però, sui giornali, dopo un articolo di Ernesto Galli della Loggia, s’è scatenato un dibattito attorno al bivio di fronte al quale si troverebbe il Pd: liberaldemocrazia o socialdemocrazia? Posso dire che la mia sensazione è che non si sappia più neanche di che cosa stiamo parlando quando usiamo queste parole? E una delle ragioni è che abbiamo smesso di riflettere attorno ai concetti fondamentali dell’economia, alle sue leve, ai suoi scopi, legittimi e illegittimi, alle sue interne tendenze e ai correttivi possibili per compensarle se necessario. Per non dire alla sua storia. Chi oggi intitolerebbe senza imbarazzo un convegno filosofico: per una critica dell’economia politica? Eppure siamo nel mezzo della crisi economica più grande della storia umana, probabilmente. E non ci capiamo granché. Scrivi: «Non vedo invece come possa la modestia di questo mio pensiero implicare che non si debbano studiare con precisione i modi in cui realizzare V1 nei limiti del possibile». Non ho mai detto questo, anzi: è proprio studiando ed esplorando questi limiti del possibile e mettendoli a confronto con le tendenze economiche e sociali a lui contemporanee che Keynes consigliava, in merito agli scambi finanziari, di adottare regole e abiti di un certo tipo e di farli rispettare. È accaduto? No. Ci siamo chiesti perché? No.

  7. Stefano Cardini
    martedì, ottobre 1, 2013 at 09:43

    Rispondo anche ad Ambretta. Diversamente da me, mi pare tu abbia le idee molto chiare su chi destabilizza chi e su chi assassina e chi no. E una conoscenza più approfondita di me della storia. Però se non ne dai minima dimostrazione molto difficilmente convincerai qualcuno delle tue ragioni. P.S. Tra le molte cose stupide che ho fatto nella mia vita, una sono certo di non averla fatta: fingere di non conoscere qualcosa. Temo semmai il contrario.

  8. Ambretta Caleri
    martedì, ottobre 1, 2013 at 14:50

    Caro Stefano,
    mi scuso se sono stata un po’ troppo impulsiva e sferzante. So che non è così che bisogna ragionare. Io non sono, in realtà, sicura di niente e so anche di essere molto ignorante. Infatti, non sono le mie sicurezze che volevo affermare ma, semmai, incrinare le tue che, in fatto di scelte politiche, mi sono sembrate assai avventate e ingiuste. Vedi, io credo che non sia possibile, per chi è saggio, condividere la politica americana o schierarsi con gli USA, come hai fatto tu, a me pare, assai improvvidamente, almeno per quanto riguarda l’intervento in Libia. Le parole sono pietre e, quando sono luoghi comuni del pensiero unico, diventano macigni. Domando a chi vuole essere onesto intellettualmente (la filosofia non deve essere questo? Ricerca onesta della verità?)come sia possibile usare il termine “assassino” per chiunque e NON per i vari presidenti americani che si sono succeduti alla guida degli USA, compiendo infinite e reiterate nefandezze (penso, spero, che ne sarai a conoscenza, non occorre vero che te le ricordi io?).Questo non implica che altri siano innocenti (i vari Saddam, Milosevic, Bin Laden, Gheddafi e ora Assad! Ma nessuno di questi signori ha mai bombardato 25 paesi come hanno fatto gli USA, nessuno di questi signori ha organizzato la sanguinosa strategia della tensione in Italia per 30 lunghi e dolorosi anni (andiamo a chiedere alle famiglie delle vittime che cosa ciò ha significato!),nessuno di questi signori ha mai favorito le crudeli e criminali dittature sudamericane. Infine, nessuno di questi signori( ma l’elenco sarebbe assai più lungo…) ha organizzato carceri segrete in Europa dove rinchiudere dissidenti come Abu Omar(sequestrato in Italia e poi torturato) e nessuno ha mai avuto in corso 80 guerre in giro per il mondo come Obama in questo momento. Dunque ( e non parliamo dell’abominevole ipocrisia con cui si è sempre tentato di giustificare questi CRIMINI!) io penso che non sia corretto riservare gli epiteti ingiuriosi solo ai perdenti, ai deboli, e risparmiare i presidenti USA trattandoli sempre con i guanti. A me sembra che questo sia un atteggiamento quantomeno troppo ossequiente al potere, perché non si può certo negare che gli USA siano i potenti dominatori della terra, se non altro perché dispiegano tutto il loro potente armamentario bellico con indicibile violenza. Spero che, almeno su questo, sarai d’accordo.
    Un saluto amichevole da Ambretta

  9. martedì, ottobre 1, 2013 at 14:52

    Caro Stefano,
    ho molto apprezzato il suo intervento, per il quale la ringrazio. Offre importantissimi spunti per il dibattito e per la riflessione! Mi scusi se sarò telegrafico, ma non voglio neppure abusare della pazienza (e degli spazi) altrui (per inciso, ne approfitto per ringraziare chi fino a qui ci ha seguito!). Ad ogni modo, con l’amica e collega Roberta abbiamo programmato un incontro di discussione pubblica su questi temi per il 7 novembre, ore 18, al “Punto Rosso” di via Pepe (a Milano): chiunque può naturalmente prendere parte e intervenire attivamente. Vengo, sia pure telegraficamente, al dunque. Cercherò di insistere soprattutto sui punti in cui mi trovo in disaccordo, in modo da stimolare ulteriormente il dibattito per contrasto.
    1) Lei sostiene che, per quel che mi riguarda, “si resta al livello delle vulgate” (sic!). Mi permetto di dissentire e, di più, di ritenere ingeneroso il suo giudizio. A livello di marxologia (dato che anche di ciò lei parla nel suo pezzo), credo di aver da tempo abbandonato tutte le possibili visioni ufficiali, ortodosse e partitiche, per essere pacatamente approdato a una ridefinizione di Marx come idealista al 100 %. Ora, si può non condividere tale visione (ma occorre comunque argomentarne i motivi), ma dubito la si possa agevolmente ricondurre alla dimensione della vulgata. Anche dal punto di vista della filosofia politica, mi ritengo a distanza di sicurezza da ogni vulgata veteromarxista: la difesa della sovranità nazionale, come pure la necessità di abbandonare il progetto criminale chiamato Europa (la vernice che occulta l’odierno lager economico dell’eurocrazia e della dittatura del debito), ma poi anche la posizione geopolitica di appoggio degli Stati che resistono (da Cuba all’Iran, dalla Siria al Venezuale), mi pare francamente poco in linea con la vulgata marxista. Basti vedere cosa effettivamente sostengono i superstiti gruppi marxisti in circolazione… Insomma, ben vengano le divergenze, ma non si liquidino le posizioni altrui con la scusa della vulgata!
    2) “È almeno dai tempi di Ferecide che giustamente si stigmatizza la hybris che spezza la coesione personale e sociale degli individui e delle comunità, il buon governo di sé, delle cose e degli altri”:
    è proprio così, caro Stefano! Stiamo infatti vivendo nell’epoca della metafisica dell’illimitatezza, che – anziché essere percepita e vissuta come una grave mancanza, ossia – letteralmente – come una funesta “assenza di limiti”, secondo gli insegnamenti della saggezza greca, è assunta come perfezione compiuta. Ho costruito integralmente il mio lavoro “Minima mercatalia” su questo plesso teorico, e lo rivendico senza esitazioni. Sia che lo si chiami “modo di produzione capitalistico” (kapitalistische Produktionsweise), secondo la definizione di Marx metabolizzata dai suoi eterodossi allievi del Novecento, sia che lo si etichetti come “tecnica” (Technik), in accordo con il lessico di Heidegger e dei suoi epigoni, l’odierno sistema globalizzato, nella sua anonima autoreferenzialità di un minaccioso Gestell che signoreggia gli uomini, presenta una dinamica di sviluppo illimitata e illimitabile: marxianamente, il capitale persegue il telos del proprio incremento smisurato, proprio come, heideggerianamente, la tecnica rincorre lo scopo del proprio irrelato e insensato autopotenziamento, in una cornice di mero nichilismo antiumanistico, in cui il mercato diventa il solo valore direttivo. La saggezza greca, con la sua metafisica del “metron”, è una fonte inesauribile di ammaestramenti anche sotto questo profilo! Con le parole di Eraclito (frammento b 43), “la dismisura occorre spegnere più che un incendio”. E, dunque, dove sta il problema? Non è possibile richiamarsi ai Greci?

    3) “Di alienazione, mercificazione, guerra giusta e guerra all’imperialismo, abbiamo già discusso nevroticamente per decenni”: verissimo, ed è un vero peccato che non se ne discuta più oggi, nell’epoca più alienata, mercificata e imperialistica dell’intera storia umana! In rivendicata antitesi con il coro virtuoso del politically correct e dei pentiti sempre pronti a schernire come pura nostalgia il recupero di categorie in grado di mettere in luce le contraddizioni di cui il presente è gravido, il recupero della critica dell’imperialismo è oggi per me di vitale importanza. Di più, è la condicio sine qua non per la passione dell’anticapitalismo in cerca dell’universale reale (l’emancipazione del genere). Proprio come l’alienazione, l’imperialismo è oggi più che mai vivo – sia pure in forme nuove e flessibili, compatibili con il nuovo assetto del pianeta globalizzato (la globalizzazione è la forma postmoderna dell’imperialismo) – e la tendenza dominante a liquidarlo come categoria desueta rivela la mal celata volontà di anestetizzare la critica dichiarando morto il suo oggetto proprio quando esso è nel pieno delle forze.

    3) “Io, per dire, credo fosse giusto in linea di principio e praticabile in linea di fatto intervenire in Libia a sostegno dei ribelli contro il regime assassino e destabilizzante di Muammar Gheddafi”: caro Stefano, io la penso in maniera diametralmente opposta rispetto a lei (senza per questo, sia chiaro, negarle il titolo di filosofo). Non ho mai avuto alcuna simpatia per Gheddafi, ma questo non mi induce a legittimare il bombardamento etico (idem per Assad). La demonizzazione preventiva del nemico, tramite l’usuale “reductio ad Hitlerum”, è una costante di questa quarta guerra mondiale e mi dispiace francamente vedere che il livello della critica crolla puntualmente di fronte alla manipolazione mediatica che risolve la realtà nel flusso delle informazioni spettacolari (si veda il sempre ottimo Debord), fidandosi ciecamente di “associazioni non governative” la cui vera identità resta sempre nell’ombra. Come non accorgersi che, in coerenza con la destoricizzazione tipica del nostro presente, la dimensione storica viene sostituita, a livello di prestazione simbolica, dallo scontro religioso tra il Bene e il Male (identificati rispettivamente con l’Occidente a morfologia capitalistica e con le aree del pianeta che ancora resistono)? Per tacere poi del canovaccio della commedia che, sempre uguale, viene impiegato dal 1991 ad oggi per dare conto di quanto accade sullo scacchiere geopolitico: il popolo compattamente unito contro il dittatore sanguinario, il silenzio colpevole dell’Occidente, i dissidenti “buoni”, cui è riservato il diritto di parola, e, dulcis in fundo, l’intervento armato delle forze occidentali che donano la libertà al popolo e abbattono il dittatore (sempre identificato con il nuovo Hitler) mostrando con orgoglio al mondo intero il suo cadavere (Saddam Hussein, Gheddafi, ecc.). Rivendico il mio sovrano diritto di dire di no a questa pagliacciata e di provare con la mia testa a percorrere una via alternativa, che in luogo della sacralizzazione religiosa (Bene vs Male) segua il modello greco del logon didonai e quello idealistico della ragion dialettica. Se poi si vorrà chiamare questo “mente prigioniera”, non me ne stupirò, in un tempo in cui la guerra è detta missione di pace, le bombe sono proclamate intelligenti e la dittatura del mercato è qualificata come democrazia!
    Ringraziandola per l’attenzione e per gli interessanti spunti di riflessione che mi ha offerto, la saluto cordialmente,
    Diego Fusaro

  10. Claudio
    martedì, ottobre 1, 2013 at 18:48

    D.ssa Roberta:

    “E SE c’è una teoria che implica che sia il “neoliberismo” ciò che è alla base (ad esempio) del modo in cui è avvenuta la deindustrializzazione italiana”

    Quando si parla di neoliberismo in campo economico ci si riferisce essenzialmente alle tesi che sostenevano in campo economico quelli della scuola di Chicago e a ideologi delle teorie neoliberiste come Friedman e Von Hayek.Assai sinteticamente,se si pensa alle politiche della Tatcher e di Reagan (nonche’ ai tentativi da parte di Prodi – non ricordo bene in quale anno – di mettere in atto la deregulation in Italia),si puo’ affermare che in Italia ci sono state delle evidenti influenze di stampo neoliberista nelle politiche economiche del passato e anche in quelle odierne,forse non e’ troppo azzardato ritenere che la deindustrializzazione sia una conseguenza anche di scelte politiche del passato.

    “,o addirittura che “neoliberista” sarebbe chi ha vissuto e prosperato a furia di abusi, soprusi, condoni e perdoni, di mostruosità giuridiche (abolizione di reati, leggi ad personam) o di semplici e preindustriali, premercatali logiche consortili e mafiose (non c’è praticamente appalto gestito a amministrazioni locali che non sia truccato: e questo sarebbe mercato? O competizione, sia pure spregiudicata? O monopolio ECONOMICO?)- ebbene, quella teoria è falsa, per la stessa ragione. O no? – See more at: ”

    Ma e’ ovvio,gli abusi i soprusi e i condoni non sono una conseguenza di certe teorie economiche applicate in ambito sia finanziario che in ambito politico,c’e’ da dire pero’ che la corruzione politica,i conflitti d’interesse,l’evasione fiscale,leggi ad personam,etc.etc.danneggiano non poco i tentativi di fare serie riforme economiche che sostengano lo sviluppo e la crescita.

    Claudio

  11. Andrea Zhok
    martedì, ottobre 1, 2013 at 20:56

    “Ma questo NON SUCCEDE AFFATTO. E perché? Perché tutt’e tre le categorie preferiscono godere dei vantaggi particulari che derivano da accordi segreti – segreti di pulcinella: tutti di tipo corruttivo, scambi impropri fra politica ed economia, e per quanto ignorante io sia A ME NON SEMBRA AFFATTO SIA QUESTO CHE INSEGNANO LE BUSINESS SCHOOLS – precisamente perché come si comportano i cittadini e le loro espressioni amministrative e politiche non è proprio affar loro.”

    Faccio sommessamente notare che la Law & Economics School ha teorizzato, tra le altre cose, l’utilizzo della corruzione come una semplice e legittima estensione della logica di mercato alle relazioni politiche.

    Per la visione economico-politica sostenuta dalla linea Mises-Hayek-Friedman-Buchanan (ciò che di solito va sotto il nome di neoliberismo) non c’è alcuno spazio legittimo per la morale sul piano delle transazioni pubbliche: la morale sarebbe questione che concerne il solo foro interiore.

  12. Ambretta Caleri
    martedì, ottobre 1, 2013 at 23:10

    Meno male che c’è Diego!

  13. mercoledì, ottobre 2, 2013 at 01:21

    Domanda a Stefano:

    “Non c’è economia monetaria di scambio senza uno Stato che sia garante e co-protagonista dei suoi patti, ne definisca le regole, ne sanzioni la trasgressione, così orientandone le condotte. Sono le regole a definire i possibili esiti del gioco e gli abiti dei giocatori nel giocarlo. Ed è proprio nelle business schools che si insegnano le regole e si formano gli abiti dei giocatori.”

    Appunto: uno Stato è lì per definire le regole e sanzionare le trasgressioni. Che io sappia ad esempio l’art. 32 della Costituzione dice che la Repubblica tutela la salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Poi invece per decenni a Scarlino si scaricano i fanghi in mare, alla Solvay li si scaricano ancora oggi, all’Italsider si evadono tutte le norme e il signor Riva poi continua ad evaderle, fra Salerno e Benevento (o dove diavolo sia) si avvelenano intere porzioni di territorio. Supponiamo pure che siano le business schools, che non avrei creduto così disinvolte, a teorizzare tutte le violazioni di leggi necessarie a operare queste nefandezze, anzi supponiamo pure che i boss mafiosi siano squisitamente educati a Chicago (ne dubito). E allora? Lo Stato non sarebbe tenuto a rispettare il suo patto costitutivo, qualunque sia la maggioranza di governo? Ma se non lo fa (se non sanziona le trasgressioni), è forse colpa di ciò che insegnano le business schools? Forse che è loro, il compito fondare le istituzioni di una repubblica democratica e gli obblighi, oltre che i diritti, che ne derivano ai suoi cittadini, cioè a noi? (In ultima analisi lo Stato siamo noi: o no?).Vale a dire, Stefano, non capisco il punto della tua risposta. E’ come se dicessi anche tu che alla fine l’economia non può non fondare tutto. E io non vedo perché, se uno non accetta la vecchia idea della struttura e della sovrastruttura.

  14. mercoledì, ottobre 2, 2013 at 01:24

    Domanda ad Andrea:

    “Per la visione economico-politica sostenuta dalla linea Mises-Hayek-Friedman-Buchanan (ciò che di solito va sotto il nome di neoliberismo) non c’è alcuno spazio legittimo per la morale sul piano delle transazioni pubbliche: la morale sarebbe questione che concerne il solo foro interiore”.

    Naturalmente: grazie di avermelo ricordato. Ne discende che non possiamo porre limiti etici, o se si vuole prepolitici, alle decisioni politiche? Ma noi invece, dopo il nazismo e i fascismi, li abbiamo affermati. O meglio, lo hanno fatto i nostri padri e madri, e io mi trovo ad essere abbastanza d’accordo con loro. Altrimenti detto: quand’anche dal neoliberismo discenda una filosofia politica, ritengo il neocostituzionalismo una filosofia migliore; quand’anche dal neoliberismo discenda una morale (del foro interiore) che non “vede” le questioni di etica pubblica (o addirittura di codice penale), io invece continuo a vederle e a sollevarle, e suppongo anche tu. Ad esempio, relativamente allo schifo dei concorsi truccati (etica) o al crimine di produrre cancro insieme con l’acciaio (codice penale). Ma supponiamo più plausibilmente che a Chicago e altrove si studino certi aspetti strategici della razionalità economica: perché mai attribuire all’economia il ruolo di solo fondamento delle decisioni e delle dinamiche politiche, se uno non accetta la vecchia idea della struttura e della sovrastruttura (o la peggior variante deterministica heideggeriana, quella dell’ “epoca della metafisica”)? Sempre la stessa questione….

  15. Corrada Cardini
    mercoledì, ottobre 2, 2013 at 02:32

    Appartengo alla generazione della ubriacatura hegeliana, storicista, marxiana…anche se a vedere il dibattito che ora domina le scene, forse “marziana” renderebbe meglio… Ho assistito ad una progressiva demonizzazione di qualsiasi approccio critico alle logiche del pensiero neoliberista e in genere alla affermazione del “mercato” come feticcio. Una rimozione di massa. Paura di evocare i demoni creati dagli anni ’70?. Io non so di fenomenologia se non in termini assai generali…da “bigino” direi… ma concordo completamente con Stefano… Credo che dati i tempi e le trasformazioni epocali che si stanno preparando proprio nell’assetto economico finanziario del nostro mondo..e degli altri, credo che debba essere preciso obiettivo della disciplina fenomenologia promuovere una vasta ricerca sull’idea di economia politica nel nostro tempo nostro. Dobbiamo CAPIRE ,o cercare almeno di farlo, dove ci sta portando quello che avviene nel nostro mondo. Siamo di fronte a fenomeni assai ambigui da decifrare. Quello che succede in Siria lo dimostra. Quello che è successo e succede in Egitto e in Tunisia lo dimostrano. Non serve dire: hanno torto gli USA perché sono ricchi e potenti… In realtà non sappiamo affatto chi siano veramente a questo punto i ribelli , o meglio lo sappiamo e non so abbia ormai senso dire chi è buono e chi è cattivo… così come è impossibile non valutare le conseguenze di una ulteriore fase di destabilizzazione dell’area Troppo ideologico, troppo semplicistico. Ho letto, ai miei tempi, pagine e pagine di pretenziosi e grossolani giudizi su borghesia, imperialisti, fascisti, nemici del popolo, proletariato…Troppa retorica e poca analisi…E questo era il contrario del tentativo serio, faticoso fatto da Marx per capire un mondo che cambiava radicalmente pur rimanendo, in fondo, uguale a sé stesso, diviso fra ricchi e potenti da una parte e sfruttati senza diritti dall’altra. Marx ci provò ed ebbe alcune geniali intuizioni che ancora adesso ci permettono di avere almeno alcune categorie di fondo per leggere gli eventi economici e sociali. Ma da allora molto, quasi tutto è cambiato e tutto quello che si concluso è che è impossibile domare qualsiasi processo economico…e si naviga a vista. Siamo immersi in un frastuono in cui ogni termine ha perso una connotazione chiara, in economia come in politica.. Serve la rifondazione di una visione etica …ma serve anche uno sforzo straordinario per vedere con occhi nuovi e disincantati le trasformazioni drammatiche che sono sotto i nostri occhi. In quanto a Fusaro ( lo ammetto, so ben poco di lui…ma se è per questo so ben poco in generale), non entro nel merito dei contenuti piuttosto interessanti sopratutto se visti come una provocazione a produrre un più approfondito dibattito, ma mi pare di risentire i toni apocalittici, l’uso delle iperboli, le demonizzazioni ad effetto che riempivano i volantini sfornati dai ciclostili della mia generazione. Non sono tenuta ad essere politicamente corretta e lo dico come lo penso. Non sono serviti allora se non a impedire più seri e meditati approcci ai problemi. Non servono, temo, adesso se non a fornire facili bersagli a chi è, come tanti di noi, esasperato, confuso. Massimalismo e millenarismi non aiutano. Evocare mostri e entità demoniache e perverse non aiuta. Evocare mondi perfetti non aiuta. E’ stata la comprensibile debolezza di Marx… è stato il messaggio di speranza che ha fatto muovere milioni di uomini, ma che ha anche tolto alla fine credibilità al suo pensiero passando sulla pelle di quanti ci hanno creduto, seriamente. Mi si perdoni. Io continuo a esercitare il mio ruolo di donna qualunque…e per qualunque intendo “fuori”… fuori dalle cronache, dalle riviste, dalle cattedre universitarie, dai media, dal mondo che in qualche modo sa farsi ascoltare…

  16. mercoledì, ottobre 2, 2013 at 10:38

    Magari mi sbaglio, ma secondo me l’obiettivo modesto che si era prefisso Stefano con il suo intervento era quello di richiamare l’attenzione di tutti sul modo in cui si dispiegano le ragioni per agire nella vita delle persone.
    La forza del ragionamento di Marx si basa, a quanto capisco, sulla presa d’atto di una verità molto banale: che, per come siamo fatti noi esseri umani, i bisogni primari (e le loro estensioni parossistiche, come l’avidità, la gola, la lussuria) sono ragioni prima facie sufficienti per agire e ci vuole quantomeno un po’ di distacco e di sforzo per bilanciare tali ragioni interne con ragioni non meno importanti (e non meno interne), ma più difficili da riconoscere.
    Il secondo obiettivo di Stefano, però, secondo me era anche mettere in guardia anche dai pericoli della “reductio ad unum”, che è la tentazione primaria dei filosofi da che mondo e mondo.
    Così Marx cedette alla tentazione trasformare la verità banale, ma troppo spesso dimenticata dai dotti, della forza delle ragioni derivanti dai bisogni primari, in una semplicistica teoria del cambiamento storico basata sulla distinzione tra struttura e sovrastruttura, rendendo un cattivo servizio sia al suo slancio morale sia al suo talento di scienziato sociale.
    Personalmente, però, vedo un rischio di “reductio ad unum” anche in chi, come Roberta, sembra convinta che una visione etica chiara sia sempre sufficiente per dare una direzione alle nostre scelte. A me, al contrario, sembra che la questione della politica industriale italiana e la politica internazionale degli ultimi vent’anni stiano lì a dimostrare che non è semplice conciliare nemmeno le ragioni morali per agire. Davvero diritto al lavoro e diritto alla salute sono sempre conciliabili nel mondo reale in cui ci è capitato di vivere (che, per quanto ne capisco, è un mondo darwiniano, cioè ordinato solo in maniera contingente e precaria)? E, sull’altro fronte, davvero il dovere di non uccidere è sempre conciliabile con il dovere di soccorrere l’inerme?
    I limiti della reductio ad unum io li vedo affiorare soprattutto nella cattiva qualità della retorica a cui si fa appello nei casi che non possono non smuovere le coscienze. Così mi irrita sempre la facilità con cui si dà agli altri dell’assassino, senza mai contemplare la possibilità che la propria superiorità morale, da un altro punto di vista, possa essere descritta più brutalmente come codardia.
    Se poi uno vuole un esempio a mio giudizio inconfutabile di una questione etica intrattabile, è sufficiente pensare alla violenza che, volente o nolente, esercitiamo sul mondo animale. La cecità morale che sta alla base di quella ingiustizia dovrebbe suggerire a chiunque di riflettere sul difficile equilibrio tra luce e ombra, o, per citare Thomas Nagel, “concealment and exposure”, che sta alla base di tutte le nostre scelte quotidiane.
    Era questo tipo di sensibilità che vedevo incarnata nell’intervento di Stefano e che ha suscitato il mio entusiasmo.
    Buona prosecuzione della discussione.

  17. Claudio
    mercoledì, ottobre 2, 2013 at 11:10

    A volte talune esagerazioni e demonizzazioni che si fanno in campo economico trovano una connotazione reale, basti pensare alle forti polemiche che hanno causato la tesi di laurea di Thomas Herndon dell’universita’ di Massachussets che confuterebbe lo studio di Reinhart e Rogoff (studio preso a modello dalle varie politiche di austerity)… se si vanno a leggere gli articoli e i papers che descrivono l’errore di calcolo fatto da R&R viene la pelle d’oca….
    :( :( :( :(

    Claudio

  18. Giacomo Costa
    mercoledì, ottobre 2, 2013 at 11:26

    Caro Stefano,
    hai messo una tal quantità di carne al fuoco che ho un po’ di timore a intervenire.
    Anche perché sono un economista, non un filosofo! Lo faccio con due osservazioni, una di carattere generale, una più specifica; ma collegate. 1) A meta’ dell´800, l´Economia Politica era forse sintetizzata nei Principles di J.S. Mill. Ma oggi? Oggi vi è una grande varietà di approcci, vi sono impostazioni molto diverse. A quale ti riferisci? 2) Il passo di Keynes che citi è stato molto studiato, come del resto tutta la sua opera.
    Da esso prendono spunto due ordini di idee quasi opposti: a) per vincere non occorre
    disporre della soluzione del problema (se un ben definito problema si possa identificare).
    Basta essere più abili, o più informati dei propri rivali. Di qui si diparte l’Economia evoluzionistica,
    che conta anche in Italia diversi qualificati esponenti. b) l´inseguimento delle stime delle
    stime… delle opinioni altrui può convergere. E allora abbiamo da un lato l´ípotesi delle aspettative razionali,
    dall´altro la teoria dei giochi con il suo fondamentale concetto, l´equilibrio di Nash.
    Spero che questo piccolo contributo informativo possa essere utile alla vostra discussione filosofica.

  19. mercoledì, ottobre 2, 2013 at 12:18

    A Roberta:

    “uno Stato è lì per definire le regole e sanzionare le trasgressioni. Che io sappia ad esempio l’art. 32 della Costituzione dice che la Repubblica tutela la salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività””

    Condivido pienamente quanto tu scrivi. Lo Stato – sia pure corrotto e troppo spesso non morale nei suoi rappresentati – è, infatti, oggi l’ultimo baluardo contro il dominio incontrastato dell’economico (che non conosce né morale né rispetto per la persona). Non è, in quest’ottica, difficile capire la segreta logica di demonizzazione dello Stato oggi in vigore, promossa ad usum sui dalla retorica neoliberale. Ora, se questo è vero, credo che la mia posizione sull’uscita dall’euro possa difficilmente essere confutata: non è forse l’euro il modo con cui abbiamo ceduto sovranità statale all’Europa senza ottenerne nulla in cambio? Come possiamo far valere le regole della Costituzione di fronte agli imperativi del “ce lo chiede l’Europa”? Come può lo Stato operare quando è continuamente ricattato dagli ultimatum della moneta unica?

  20. mercoledì, ottobre 2, 2013 at 12:19

    * ERRATA CORRIGE: “nei suoi rappresentanti”, e non “nei suoi rappresentati”.

  21. Corrada Cardini
    mercoledì, ottobre 2, 2013 at 16:18

    Già… serve più Politica. Serve una Politica che entri a gamba tesa nei giochi dell’Economia… Una Politica forte e indipendente… che ripensi se stessa in termini di un nuovo rigore morale. Un sogno? In parte certamente, ma se si ottiene un forte appoggio popolare su strategie concretamente finalizzate a separare almeno sul piano formale e istituzionale la prassi politica e le forze economiche, stabilendo limiti rigorosi alla promiscuità insostenibile fra i due poteri (come si è fatto a suo tempo per giustizia, esecutivo e assemblee legislative).. forse si riesce a ripensare il futuro con qualche segno positivo. Si deve riconoscere che il neoliberismo è in fondo una ideologia come le altre e si può andare oltre. Si tratta di fare un estremo tentativo di salvare le istituzioni democratiche e la stessa fede democratica in un Occidente sempre più scettico in merito. Si tratta di accettare la sfida e rilanciare.. Ma non ci sono scorciatoie temo… Troppe le contraddizioni, le incongruenze e le ingenuità colpevoli anche nello schieramento delle forze che pretendono di opporsi alla deriva imposta dal capitale delle banche e della finanza internazionale e dalla tirannia del potere mediatico nella vita delle democrazie rappresentative… Ma gli Stati Uniti d’Europa sono una idea grande e bella oltre che utile e funzionale allo sviluppo sostenibile che è nei nostri sogni. Non sono, credo fermamente, il nemico da battere.

  22. Andrea Zhok
    mercoledì, ottobre 2, 2013 at 19:34

    A Roberta.

    Tu chiedi se dal riconoscimento della natura delle tesi ‘neoliberali’ discenda per caso l’impossibilità di “porre limiti etici, o se si vuole prepolitici, alle decisioni politiche”.

    Naturalmente no.

    Nessuno nega l’essenzialità della sfera della moralità (non parlerei qui di eticità, per far tesoro della lezione hegeliana).
    In particolare sono fermamente convinto che in assenza di una tempra morale forte, persino con un certo sapore ‘inattuale’, nessuna vita politica possa svolgersi in modo civile, oltre che efficiente.

    Il problema tuttavia, che nulla ha a che fare con formulazioni aprioristiche di filosofia della storia, ma molto ha a che fare con la realtà socio-economica quotidianamente vissuta, è che
    non sta a noi “attribuire all’economia il ruolo di solo fondamento delle decisioni e delle dinamiche politiche”.

    Si tratta di riconoscere l’efficacia capillare dei paradigmi economici, non in quanto semplici idee, ma in quanto idee incarnate in pratiche ed istituzioni (primariamente i ‘mercati’).

    Su questo punto la dicotomia marxiana e gramsciana di struttura
    e sovrastruttura conserva tutta la sua validità (purché non sia intesa nella forma piattamente meccanicistica che ha talvolta avuto la meglio).

    Per una considerazione più generale delle questioni che sono state oggetto del presente dibattito mi permetto di sottoporre (in serata) a chi sia interessato un breve saggio appena pubblicato.

  23. Gabriele Borghese
    venerdì, ottobre 4, 2013 at 12:39

    Salve, sono uno studente di filosofia, vorrei sapere se secondo la Prof. De Monticelli è corretto argomentare in una “polemica filosofica” in questo modo: “Lancio il guanto e ti sfido a una replica semplice: come commenteresti tu la tesi di Sylos Labini (2002), citata da Barbara Spinelli (“la Repubblica”, 18/09/2013): che “lo sviluppo del capitalismo è sostenibile”, se lo è, “nel rispetto di regole severe”?”. La Prof. problematizza in un modo assolutamente semplicistico, infatti la domdanda: “il capitalismo con le regole è sostenibile?” che è una domanda a dir poco iper-vaga, formulata male e a cui non si può rispondere perchè traspare una mancanza di serietà scientifica in chi la pone. Mi chiedo, perchè un filosofo, un portatore di pensiero critico per eccellenza, si ritiene saggio a tal punto da poter discutere di questi argomenti senza una necessaria e minima strumentazione concettuale? Chiederei alla Prof. De Monticelli questo: chi fa le regole che il capitalismo deve seguire? Di quale epoca storica del capitalismo si sta parlando? Sono gli economisti di Harvard a regolare il mercato? E da quali presupposti partono i loro paradigmi teorici? Vogliamo finalmente chiederci se la scienza economica, occupandosi dell’ “essere” non finisca poi irrimediabilmente per prescrivere un “dover essere”?

  24. Stefano Cardini
    sabato, ottobre 5, 2013 at 21:20

    @Giacomo. Caro Giacomo, non sono Pico della Mirandola. Non saprei proprio da che parte cominciare per collocare la mia citazione nel contesto aggiornato dell’economia politica. Non che la cosa non possa interessarmi, anzi. Ma va un po’ oltre, francamente, l’obiettivo delle mie considerazioni e le mie capacità. La tua richiesta, tuttavia, offre uno spunto interessante. Non sarai filosofo, come dici, ma è certo che il tuo domandare ha molto di socratico, inclusa una certa ironica e benevola malizia accompagnata da secchezza di linguaggio. Giocherò quindi a carte scoperte, perché non è di me o di te qui che ci si deve curare, ma del discorso. Ho studiato un poco di economia politica, nella mia giovinezza. Ho un’idea, per averle a suo tempo costruite (Mansfield e Dornbush-Fischer alla mano) di che cosa siano curve d’indifferenza, diagrammi di equilibrio del mercato o della domanda aggregata e simili. Ho letto qualche classico (Smith, Marx) e le esposizioni “divulgative” di Napoleoni, insieme a quelle di altri economisti di frontiera che la Bollati-Boringhieri in quegli anni rese disponibili a chi, filosofo o no, volesse confrontarsi con punti di vista eterodossi sull’economia. M’interessai un poco anche del dibattito circa la trasformazione dei valori in prezzi, che coinvolse Pietro Sraffa. Negli ultimi anni, come sai, mi sono infarinato un po’ con la teoria dei giochi, il tuo pane, e con l’idea di utilitarismo a cavallo tra Harsanyi e Rawls (ho trovato interessante, come ti accennai, Natural Justice di Ken Binmore: http://www.amazon.it/Natural-Justice-Ken-Binmore/dp/0199791481). Ma non sono un economista, neppure principiante. Non possiedo molti degli strumenti matematici oggi ritenuti necessari per esserlo, infatti. E sono per lo più ignaro, sospetto, dei programmi di ricerca più recenti. Proprio perché conosco perfettamente, quindi, la differenza tra eseguire con mano incerta uno spartito per principianti e scrivere musica, volentieri mi annoto i tuoi spunti, ma non mi avventuro dove mi chiedi di seguirti. Credo però, come tutti, di avere non solo il diritto ma il dovere di discutere il sapere economico e l’uso pubblico che se ne fa, uso che non sta “fuori” della scienza ma ne è sempre parte costitutiva. E non è un diritto-dovere che mi spetterebbe “in quanto filosofo”, qualunque cosa significhi questa parola abusata. Ma in quanto essere umano del XXI secolo. Che vive del proprio lavoro in una grande impresa privata. Ha la responsabilità, oltre che della propria, dell’efficienza di un certo numero di persone. Conosce le leggi sul lavoro. Ha firmato qualche contratto e discusso qualche premio di produzione. Ha un mutuo. Paga le tasse. Teme per la stabilità del suo posto. Vede ridursi il proprio salario (nominale!) e così via. Abbiamo già parlato di queste cose. E dal confronto con te ho tratto sempre lumi. Come quando convenimmo, non senza aver dovuto prima sciogliere qualche equivoco, che nel modello teorico che computa la produttività del fattore lavoro è in linea di principio sempre espunto l’effort del lavoratore. Il quale, tuttavia, nel linguaggio corrente, ma anche in quello impiegato nel dibattito pubblico da giuslavoristi ed economisti del lavoro, è sempre evocato (es. retorica sui fannulloni, che pure esistono e sono un problema non solo economico ma morale e politico). Non dovremmo quindi esimerci dal confronto. Da due tendenze opposte, infatti, è bene guardarsi: conoscere sempre di più di sempre meno cose, fino a sapere tutto di nulla (o quasi); e conoscere sempre meno di sempre più cose, fino a sapere nulla (o quasi) di tutto. È tra questi estremi, secondo me, che si situa “la filosofia”, la quale, infatti, non è in nessun senso una professione codificabile e remunerabile in sé, per la semplice ragione che non può esserlo. Nessuno viene pagato “realmente” per “fare il filosofo”. E ci mancherebbe. Al massimo farà il professore. La filosofia è uno scarto riflessivo, un moto eccentrico, che a chiunque, se sufficientemente educato, può darsi; e che può essere esercitato fino a divenire un habitus. È una possibilità esistenziale non priva di insidie, tra l’altro, come ci ricorda la mosca nella bottiglia di Wittgenstein. Eutifrone può anche interrogarsi, stimolato da Socrate, sul significato della pietà religiosa. Ma a un certo punto si fa tardi; e deve correre in tribunale a perorare la sua causa! Detto questo, però, un certo stupore riflessivo andrebbe coltivato ovunque si presenti: nei Dipartimenti di Economia non meno che in quelli di Filosofia (se ancora ne sopravvive qualcuno) e più in generale in qualunque consesso umano. Nel mio intervento non ho preteso di trascinare, erculeo, l’economia politica sul banco dei grandi imputati dei mali del mondo. Più modestamente, ho cercato di mettere in guardia Diego Fusaro dal pericolo di sapere nulla (o quasi) di tutto, caratteristico di tanta riflessione di matrice storicista, la quale, preoccupata di individuare la leva d’Archimede delle nostre vite, finisce non di rado per trascurarne la complessità, sconfinando in un uso retorico delle parole. Nel medesimo tempo, tuttavia, ho voluto invitare a non ritrarsi, filosofi o non filosofi, di fronte all’evidenza che se è vero che non tutte le relazioni sociali sono relazioni di scambio, e tanto meno di scambio mediato dalla moneta, ogni relazione di scambio mediato dalla moneta sottende sempre una relazione sociale; e come tale dovremmo ambire a considerarla. Questo può (e non: deve) avere conseguenze rispetto all’economia politica, in qualunque accezione la si consideri, classica o no. Perché m’interessano tali conseguenze? La ragione ha a che fare con il fatto che, senza mettere in discussione l’autonomia e la responsabilità della persona, questione cara a me non meno che a Roberta, proprio in quanto persone, noi tutti siamo sempre sin dalla nascita nodi di relazioni di mutuo riconoscimento (o misconoscimento) interdipendenti a vari livelli e secondo una varietà di asimmetrie, per esempio dal punto di vista delle informazioni di cui si dispone o si può disporre, del potere d’influenza che si può o meno esercitare e così via. Relazioni che non di rado “fanno la differenza” su piccoli e grandi numeri. E io credo innegabile che le relazioni di scambio mediate dalla moneta, tema della teoria e della prassi economica, giochino oggi un ruolo molto rilevante nel “condizionare” le nostre scelte, “orientare” i nostri habitus, “assecondare” o “inibire” i nostri giudizi di valore spostando i piatti della loro bilancia. Parliamo della Libia e della primavera araba. Possiamo farlo trascurando l’impennata globale del prezzo dei prodotti agricoli che ha stremato quelle popolazioni già altrimenti oppresse? Benedetta l’impennata, da un certo punto di vista, dato che ero e vorrei continuare a essere dalla parte dei prigionieri politici e dei migranti nelle carceri e nei campi di concentramento che Gheddafi dispose lungo le sue coste a salvaguardia dei confini del mondo ricco. Ma visto che anche il pane, prima che un prezzo, ritengo abbia un valore individuale e sociale, posso non chiedermi come si producano simili improvvisi assalti ai forni e le ragioni per cui in fondo accettiamo socialmente tanta volatilità? Oppure, per esemplificare la questione da un altro punto di vista: posso non chiedermi sotto quali premesse teoriche e condizioni pratiche effettive l’allocazione ottimale delle risorse di un sistema economico possa produrre la singolarità per cui centinaia di migliaia di dipendenti “americani” del gigante della distribuzione globale Walmart (2 milioni di lavoratori, 100 milioni di clienti, 450 miliardi di dollari di fatturato, superiore al prodotto interno lordo di 154 Stati), guadagnino così poco da essere inquadrati nei servizi della sanità pubblica sotto la fattispecie di indigenti? (Rampini, 2012) Nel mio intervento non sono andato molto oltre questo, tuttavia. Perché allo stato attuale non sarei certo in grado di andarci, almeno non al livello di controllo del linguaggio che vorrei mantenere. Se non ti rispondo, però, non è per eludere la questione. Quando ho fatto riferimento a Keynes, l’ho fatto, tra le altre cose, sulla scorta della lettura delle tesi di due giovani storici della moneta dell’Università Bocconi, autori di un libretto uscito nel 2009 che a me è parso interessante (Fine della finanza, di Massimo Amato e Luca Fantacci: http://www.donzelli.it/libro/2085/fine-della-finanza). È un libro di cui non saprei valutare il canone scientifico, naturalmente. Certamente, pur avendo avuto un certo successo di pubblico, non ha trovato sui media l’ospitalità garantita al medio economista “liberale” senza se e senza ma (e talvolta anche senza perché) che siamo abituati a leggere sui giornali. Potrebbe essere un terreno comune di confronto, tuttavia. Interessante anche perché la sua prima parte presenta nel titolo, guarda caso, proprio la parola fenomenologia.

  25. Stefano Cardini
    domenica, ottobre 6, 2013 at 15:08

    @Diego. Caro Diego, scusa se passo al tu, ma credo che questo contesto informale tolleri una comunicazione più diretta. Scrivendo “Si resta al livello della vulgata. E se ne fa il controcanto”, non rendevo giustizia probabilmente né a te né più in generale alle vulgate, ovvero, al discorso pubblico attorno a una scienza e al suo oggetto. Il quale, come ho scritto anche in replica a Giacomo, è parte costitutiva della prassi scientifica e non mera “popolarizzazione”. Basti pensare alle “divulgazioni” di Einstein della teoria della relatività. O a quelle di Schroedinger o Prigogine della teoria dei quanti o della termodinamica. E tuttavia bisogna stare attenti. Le mani nel motore bisogna mettercele, almeno un po’, e senza paura di sporcarsi. Marx ha potuto commettere errori, che tecnicamente, e non senza qualche difficoltà, sono stati portati alla luce, perché ha corso il rischio di commetterli, avendo la tempra dello scienziato. Non si fa scienza con la paura di sbagliare. E se si scrive un libro il cui titolo è Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario, dove si parla di capitalismo e mercificazione, una qualche giustificazione in merito all’espunzione di qualunque confronto non soltanto con lo stato dell’arte dell’economia politica odierna, ma persino con quella classica, andrebbe data. Abbiamo rovesciato ancora una volta Marx, rimettendo sulle gambe Hegel, nuovamente risolto la struttura nella sovrastruttura, come si discettava un tempo? Bene. Lessi a suo tempo le eccentriche, eclettiche, eretiche e brillanti pagine “marxiste” di Costanzo Preve, il quale dovette confrontarsi con un micidiale combinato disposto “economicista”, che spaziava dal Diamat canonizzato dal Pcus fino all’operaismo di Tronti, Asor Rosa, Negri, giovane Cacciari ecc. (i quali, peraltro, a loro modo tornarono a Hegel, basti pensare all’interesse per il “sovrastrutturale” Storia e coscienza di classe di Lukács). Ebbe il merito, Preve, di rappresentare, tra tanti silenzi imbarazzati, almeno un tentativo di commiato pensante. E non posso escludere che tu, scavando nello stesso solco, ci dia qualche indicazione in più. L’impressione, però, molto personale lo ammetto, è che, se è l’interpretazione del mondo che di nuovo ci sta a cuore, non si possa fare molta strada in più rispetto a quella già compiuta. Ma forse è un mio limite biografico. Non posso più ritrovarmi nel linguaggio filosofico erudito, eloquente e suggestivo tipico di quella tradizione al suo tramonto. E la mancanza, oltretutto teorizzata, di una tematizzazione delle “dure” questioni economiche evocate, mi demotiva ulteriormente. In merito, infine, all’ulteriore allargamento del campo semantico alla questione della tecnica, a Heidegger e così via, avrei bisogno di abusare ulteriormente del mio e del tuo tempo per dire quel che ne penso. E non mi sembra il caso. Quando a vent’anni mi avvicinai alla fenomenologia, balbettavo una sorta di marxismo fatto di Manoscritti economico-filosofici e Idologia tedesca, e m’intrigò l’idea di una fenomenologia del bisogno compatibile con Marx. Poi le mie idee presero una piega differente. Ma di Paci una lezione mi restò ben chiara: «Leggete Heidegger prima di Husserl, e non dopo». Il che non toglie che leggerlo sia interessante e istruttivo, specie Essere e tempo. Ma non mi accosterei alla questione se restare o uscire dall’Euro o bombardare o meno la Siria entrando dalla porta dall’Analitica dell’Esserci, detto molto francamente. Anche solo per pudore, o prudenza. In fondo, tra gli antidoti alla nostra hybris.

  26. Stefano Cardini
    lunedì, ottobre 7, 2013 at 23:55

    @Ambretta Cara Ambretta, ti ho lasciata per ultima perché le tue obiezioni richiedono di scendere dalle sfere celesti e tornare sulla terra nuda. Ti rassicuro: non sono un americanista e neppure un obamista alla moda. E neppure mi sento tenuto, ogni volta che la storia ci propone un bivio, a schierarmi di qua o di là come in una partita di calcio. La storia m’ha sempre interessato non meno della filosofia. Di essa, tuttavia, si possono fare due usi egualmente distorti. Attingervi come da una miniera di prove o controprove delle proprie tesi aprioristiche, guardandola opportunamente da lontano. Oppure guardarla troppo da vicino, perdendo ogni capacità di giudizio nel frammentario e quasi sempre contraddittorio svolgersi degli eventi. E questo perché l’eterogenesi dei fini nella storia è più la regola che l’eccezione. All’argomento Nietzsche dedicò uno splendido e giustamente famoso scritto, dal titolo Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Esiste comunque sempre la possibilità di assumere un atteggiamento critico nei confronti della storia, che può insegnarci a ponderare anche il giudizio, comprensibilmente più affrettato, in merito ai drammi dell’attualità. La demonizzazione retorica e propagandistica oggi di Assad, ieri di Gheddafi e prima ancora di Saddam Hussein ecc, non sfugge affatto al sottoscritto, te l’assicuro. E neppure gli interessi che possono e molto spesso effettivamente stanno dietro a certe campagne militari. Ma una volta evidenziate certe forzature e certe contraddizioni, abbiamo percorso davvero tanta strada per prendere una posizione? Per quanto sbagliato sia ignorarle, io credo sinceramente di no. Ieri pomeriggio, ritornando a casa, mi sono imbattuto in un corteo di egiziani che manifestavano distribuendo un volantino. Gridavano contro il colpo di stato del generale Al Sisi, che ha destituito un presidente democraticamente eletto (“proceduralmente eletto” direbbe il nostro Diego Fusaro) per instaurare un clima di terrore e sospendere la Costituzione. Avevano le loro buone ragioni. E tuttavia, come sposarle dimenticandosi la storia della Fratellanza Mussulmana, di cui Morsi era espressione, il ruolo che il suo integralismo religioso ebbe per contrastare, grazie al sostegno finanziario saudita benedetto dagli Stati Uniti, il laicismo e il filosovietismo di Nasser? E come, dimenticandosi delle proteste di piazza, delle aggressioni contro i cristiano-copti, dello sciopero che la magistratura egiziana, pochi mesi fa, ha opposto al cosidetto “golpe strisciante” del governo? E ancora: come sposarle dimenticandosi che l’intero mondo musulmano medio-orientale, da decenni almeno, è attraversato da una lacerazione insanabile che vede il fanatismo religioso assumere, più o meno strumentalmente, le vesti dell’antimperialismo e generali dell’esercito, più o meno strumentalmente, difendere le ragioni della laicità dello Stato e del pluralismo religioso? Ricordo di aver ascoltato Radio Popolare nei giorni in cui in Libia si stavano confrontando le milizie di Gheddafi con le bande di ribelli. L’inviato della radio era un libico, da molti anni esule appena rintrato nella sua tormentata terra. Non si faceva illusioni circa le nobili ragioni del “bombardamento umanitario”, proprio nessuna. Semplicemente, esso in quel momento rappresentava per lui un’occasione, la prima dopo moltissimo tempo, per tentare di liberare il suo Paese dalla tirannide di un colonnello che, come altri leader del suo stampo, aveva tradito la rivoluzione anticoloniale, laica e socialisticheggiante avviata, riempiendo le proprie galere di prigionieri politici, le sue coste di campi di concentramento per migranti e le sue tasche e quelle dei suoi familiari di petrodollari investiti anziché nel proprio Paese nel ricco occidente. Non è facile ignorare quel grido. Come non è facile ignorare i 200mila profughi di una Siria che non aspetta gli americani per essere in guerra, dato che lo è già. E tuttavia, di nuovo, la storia non tollera automatismi nel giudizio. Sono stato contro la prima (e oggi sappiamo evitabile) guerra in Iraq. Sono stato contro la seconda, di cui questa crisi è la continuazione. Ma non mi basta equiparare Gheddafi ad Assad per essere favorevole a un attacco in Siria, per moltissime ragioni, legate alla geografia politica di quei Paesi, che implica un ben diverso calcolo delle conseguenze. D’altronde, spero ancora (una speranza flebile, realista) che Egitto, Tunisia e Libia, liberate dalle loro leadership scioviniste, ipocrite e non di rado prezzolate, trovino una via tra islamismo e potere militare. In ogni caso, non vedo una linea che separa facilmente i buoni dai cattivi. Non dò ragione al più debole solo perché è più debole, anche perché spesso la sua debolezza è apparente. Né sottoscrivo alcun manifesto favorevole al bombardamento etico. Più banalmente e umanamente, di volta in volta, cerco di scommettere sulla chance per l’uomo relativamente migliore. Senza trascurare le conseguenze a cui spesso le migliori intenzioni portano: pessime. Ho avuto spesso ragione di ricredermi, ti confesserò. Ma di una cosa mi sono convinto con gli anni. Chi dice di poter tirare senza esitazioni una linea netta tra oppressori e oppressi non dice la verità. Spero che questo scambio spinga entrambi ad approfondire ancora. E ancora.

  27. domenica, ottobre 13, 2013 at 12:33

    Posso fare un commento sulla lezione di storia di Stefano Cardini? Magistrale. Chiunque di noi abbia seguito con troppa distrazione gli eventi in quella parte di mondo impara parecchie lezioni – anche di metodo – da questa riflessione. O no?

  28. domenica, ottobre 13, 2013 at 12:42

    E se posso – con ritardo – vorrei aggiungere al materiale di riflessione (ricco) dell’ultimo intervento di Stefano Cardini rivolto a Diego il testo Memorie di una giovinezza in fuga, che ho messo a Prefazione del testo La Repubblica siamo noi, appena uscito da Salani con Postfazione di Gherardo Colombo. L’ho scritto per tutti i ragazzi che hanno oggi fra 17 e trent’anni. Tentativo di far tesoro di un’esperienza irripetibile come la giovinezza – per quel poco che può restarne agli altri.

  29. Ambretta Caleri
    sabato, novembre 23, 2013 at 21:43

    Caro Stefano, con molto ritardo rispondo alla tua lettera anche se forse essa voleva essere una riflessione-conclusione sull’argomento.
    Io non sono una storica né una filosofa, solo un’osservatrice pensante. Rilevo tuttavia nella tua autorevole comunicazione alcune contraddizioni e alcuni punti che non mi convincono.
    Prima di tutto non mi convince la tua riluttanza a schierarti “come in una partita di calcio”. Anche se, in verità, ti sei schierato quando hai approvato l’intervento militare in Libia (e questo, nonostante tu abbia riconosciuto il significativo e decisivo ruolo della propaganda e della demonizzazione del personaggio Gheddafi).
    Nelle partite di calcio ci si fronteggia alla pari e con un corredo di regole certe. Non è il caso dei tormentati paesi nordafricani e dei loro nerboruti aggressori. Confondere la tifoseria (termine che toglie ogni dignità, ogni valore etico alla battaglia per la giustizia, riducendola a uno squallido evento da stadio))con la partigianeria in senso gramsciano (di fronte a un aggressore nei confronti di uno Stato sovrano, schierarsi è moralmente doveroso), non è, mi pare, un buon servizio alla verità.
    Don Milani diceva che “fare parti uguali tra disuguali è la massima delle ingiustizie”. Sarebbe difficile, penso, dimostrare che nelle ultime guerre scatenate dagli USA, i contendenti erano alla pari e che le regole non sono state trasgredite.
    Dici di non vedere “una linea che separa facilmente i buoni dai cattivi”; parli di “debolezza apparente” delle presunte vittime. Ma non sono forse stati i vari Presidenti americani(non io!) che si sono succeduti, a coniare il termine “Stati-canaglia per designare i cattivi da punire? Non sono loro che hanno diviso il mondo tra le forze del Bene e del Male, tra l’Occidente buono e “chi resiste”(per citare Fusaro) cattivo?
    Per sapere chi è stato veramente Gheddafi, preferisco affidarmi alle parole dello storico, piuttosto che alla voce della propaganda.
    Il sogno di Gheddafi, racconta Lorenzo Del Boca, era quello di riunire tutta l’Africa in un unico grande paese. Voleva affermare il “principio della non ingerenza” negli affari interni degli Stati. Cosa c’era di sbagliato in questo programma? Perchè si focalizza l’attenzione solo sui suoi errori, sui suoi eccessi autoritari ed eventuali “tradimenti” (ma è l’Italia che lo ha tradito!), anziché anche su chi ha sistematicamente boicottato questo progetto, sguinzagliando le sue spie prezzolate per inquinare, avvelenare, bombardare, confondere, comprare?!
    Nelson Mandela stimava Gheddafi e collaborava con lui. Li accomunava la lotta contro l’imperialismo invasore. Esprimeva un punto di vista totalmente ALTRO rispetto a quello di noi occidentali che sappiamo guardare solo il nostro ombelico. Sicuramente Mandela non avrebbe mai definito “assassino e destabilizzante il regime di Gheddafi” come hai fatto tu, perché l’avrebbe considerato, al contrario, il frutto malato della propaganda filoamericana imposta dai pennivendoli che hanno imbrattato le pagine dei principali quotidiani italiani, per servire devotamente la bandiera a stelle e a strisce. La storia è fatta di cause ed effetti, non di singoli eventi da considerare separatamente e su cui far pesare giudizi morali.
    La tua sensibilità al grido di dolore dei prigionieri politici di Gheddafi io la condivido ma la vorrei estendere anche ai prigionieri di Guantanamo, maltrattati e torturati, che da anni aspettano invano un giusto processo, e ai prigionieri politici sparsi su tutto il pianeta. Qualcuno pensa di andare a bombardare i loro paesi per questo? Se poi i prigionieri politici di Gheddafi erano i miliziani feroci che ora, a Libia “liberata”, stanno attuando la pulizia etnica nei confronti dei neri e dei gheddafiani, veri o presunti, (vedi reportage di Silvestro Montanaro, giornalista vero e coraggioso, recentemente cacciato dalla Rai a causa della sua passione per la verità e l’abitudine di raccontarla!),allora forse, più che politici erano criminali.
    Nella migliore delle ipotesi noi occidentali guardiamo a quell’altrove rappresentato dai diversi da noi, come a un mondo abitato da soggetti (più spesso oggetti)in stato di minorità, di cui è necessario diventare tutori, più o meno gentili, più o meno severi, prepotenti, violenti, a seconda del grado di docilità manifestato. Per non parlare della pretesa superba e antropologicamente assurda, di voler stabilire dei parallelismi obbligatori nell’evoluzione dei percorsi etici, civili, istituzionali di ciascun paese, di ciascuna etnia, senza tener conto dei rispettivi contesti culturali e geopolitici di appartenenza.
    Si coltiva e si celebra da noi l’epopea pomposa e retorica della lotta contro l’antisemitismo e nel contempo si assumono atteggiamenti di superiorità nei confronti del popolo palestinese, iracheno, afghano…ecc…
    La loro debolezza a me non pare “apparente” ma reale, e la ravviso nell’umiliazione sistematica della componente più povera della popolazione, nel saccheggio feroce dei loro beni e delle loro risorse, nel terrorismo bombarolo…
    Per quanto riguarda la situazione in Egitto, l’ambiguità e la confusione anche ideologica che caratterizza le società nordafricane attraversate dalle cosiddette “primavere arabe” (con le beffe amare che ne sono seguite), non si può che constatare che non sempre chi si ribella ha una visione chiara e globale dei fatti e dei bisogni da soddisfare per tutti, non solo per l’orticello di casa; non sempre chi si ribella ha una coscienza lucida della verità. Basta ricordare i contadini della Vandea dopo la rivoluzione francese.
    In questi casi gli errori si pagano cari, come l’inviato di Radio Popolare pagherà caro il fatto di aver consegnato il suo paese al nemico, credendolo il liberatore (e se non si faceva illusioni prima, è ancora più grave il suo errore).
    Anche se io mi permetto di dubitare della sua buona fede e della sua sincerità, quindi anche della eterogenesi dei fini, mancando, secondo me, il presupposto delle migliori e più nobili intenzioni.
    E i 200mila profughi di “una Siria che non aspetta di essere in guerra”, chi li ha provocati? Assad o l’embargo decretato contro di lui e il suo popolo dall’Unione europea, Italia compresa? Assad ha degli oppositori? Quale paese non ne ha? Certo non tutti però vengono foraggiati, comprati e armati in funzione destabilizzante come hanno fatto e fanno (ora e sempre) gli USA!
    Anche in questo caso, focalizzare l’attenzione solo su singoli segmenti temporali e comportamentali, trascurando ciò che li ha preceduti e causati, non mi pare un esempio di rigore storico.
    Concludendo, spero di non aver dato l’impressione di credere di possedere la verità poiché (Nietzsche docet)so anch’io che tutto è interpretazione e che la verità la si può solo cercare pazientemente e con l’aiuto di chi sa e vede meglio di noi, guidato dall’onestà.
    Non voglio dunque “tirare una linea netta” tra oppressori e oppressi”, ma solo cercare di seguire, di leggere e di ascoltare chi smaschera le menzogne e gli inganni informativi (e manipolativi) dei media, che gli oppressori, da sempre nella storia, tessono ai danni degli oppressi.
    Questo, sì, mi sembra un servizio e un omaggio alla verità, la verità possibile.

  30. Andrea Zhok
    domenica, novembre 24, 2013 at 16:13

    Cara Ambretta, Stefano ti risponderà, se ne avrà voglia.

    Io intervengo solo per dirti che la cecità a senso unico dei tuoi ragionamenti fa venire i brividi. E’ l’equivalente di sinistra dell’atteggiamento di quelli che ieri plaudevano Berlusconi quando parlava di golpe: sistematica rimozione di ogni impulso all’obiettività.

    Il sunto di quello che dici è che c’è un Colpevole, che è causa prima di tutti i mali, l’Amerika; e poi ci sono svariati effetti di quella causa, effetti necessari e incolpevoli, in cui rientrano dittature pluridecennali, repressioni, torture, menzogne, assassinii, ecc.. (Se non sai di cosa parlo studiati un po’ di storia dei regimi di Assad, padre e figlio e di Gheddafi, possibilmente non tratti dall’approfondimento culturale della Pravda).

    Ti prego infine di non nobilitare la tua sistematica parzialità e distorsione tirando in ballo la “partigianeria” gramsciana: a Gramsci non ha mai fatto difetto il senso critico nei confronti delle posizioni che gli erano ideologicamente più affini, atteggiamento che tu palesemente ignori.

  31. Ambretta Caleri
    domenica, novembre 24, 2013 at 23:43

    Ma quanti difensori agguerriti e risentiti ha l’America!!! Pensare che non ne avrebbe proprio bisogno! Caro Andrea, io non mi riconosco nella tua sintesi, però sono disposta a imparare… Quindi per favore, consigliami qualche testo da leggere sulla Siria e su Gheddafi…fra quelli che, secondo te raccontano la verità…Attendo fiduciosa!

  32. Ambretta Caleri
    martedì, novembre 26, 2013 at 10:28

    Una rettifica: non a Lorenzo ma ad Angelo Del Boca e al suo “Una sfida dal deserto”, ed. Laterza, volevo riferirmi nel mio intervento.
    Consiglio anche la lettura dei seguenti articoli:
    1) Costanzo Preve su CPE, 6 settembre 2011.
    2)Danilo Zolo su Mondo il 22 marzo 2011.
    3)Alain Badiou su Libération il 15 aprile 2011.
    Il colore politico di queste persone non mi interessa, solo la qualità delle loro idee e la loro capacità di indipendenza.

  33. Andrea Zhok
    martedì, novembre 26, 2013 at 12:00

    Cara Ambretta, conosco bene gli autori che citi (due di esse personalmente). Il punto non sta nel negare le responsabilità storiche degli USA, che ci sono e sono molte e gravi, in Medio Oriente, in Sud America, anche in Europa e pure in Italia. Il punto sta nel capire che queste responsabilità non esentano gli altri governanti, gli altri popoli, gli altri stati dalle proprie di responsabilità. Gli atti di dittature prive di scrupoli come quelle di Pinochet, Gheddafi, Saddam Hussein o Khomeini non sono esentate da responsabilità o santificate per il fatto di essere state in varia misura indotte o condizionate nel loro nascere anche dalla politica estera americana. Che Gheddafi, mentre animava una dittatura militare, strettamente familistica, arricchendo sé ed il proprio entourage, facesse pomposi (e sterili) proclami di liberazione degli oppressi in Africa non lo esenta da responsabilità più di quanto Stalin fosse esentato dalle sue per istituire uno stato di polizia nel nome dell’umanità socialista futura.

    Schierarsi per una parte sulla base delle colpe della controparte è un atteggiamento sempre sterile, sempre distruttivo, che mette magari la coscienza a posto per un po’ consentendo di dirci che “non siamo indifferenti”, e risulta in un perenne stantio stallo in contrapposizioni tra partigianerie incomunicabili. So bene che la ricerca delle verità storiche è problematica e conduce quasi sempre solo ad attribuzioni percentuali di responsabilità, non a schieramenti univocamente buoni o cattivi. Persino Hitler ha dalla sua alcune ragioni storiche (es.: le sanzioni alla Germania del Trattato di Versailles). La storia (come ben sapeva Gramsci) non dà soddisfazioni da curva sud. Per chi di quelle ha bisogno ci sono gli stadi.

  34. Ambretta Caleri
    venerdì, novembre 29, 2013 at 11:44

    Caro Andrea,
    contrapporre “le responsabilità”, se pur “molte e gravi”, degli USA alle “dittature senza scrupoli” dei vari Gheddafi, Saddam, Assad, Milosevic…ecc…, è ancora, a mio parere, un giudizio sbilanciato: troppo benevolo e indulgente nei confronti dei primi e severo invece nei confronti dei secondi.
    Queste “responsabilità” si chiamano: menzogne (vedi Nigergate, 11 settembre…), furti (di petrolio, risorse minerarie…), violazione delle regole e dei Trattati internazionali (Kosovo, Libia…), sequestri illegali di persone e torture (carceri segrete in Europa, Guantanamo…),uccisioni e stragi in gran parte di popolazione civile tra cui bambini…,tout court: CRIMINI, che dovrebbero essere processati e condannati da un Tribunale internazionale e che invece ( a differenza delle “dittature senza scrupoli”) a tutt’oggi sono rimasti ( e rimarranno, temo!)impuniti!!!
    Se non si riconosce e non si accetta questa fondamentale differenza, si rimarrà appunto nelle “partigianerie incomunicabili”.
    Continuare poi a voler perseverare con l’uso della metafora calcistica per screditare e liquidare sbrigativamente,in mancanza di altri e più seri argomenti, le ragioni di chi non la pensa come noi, si commenta da solo.
    Costanzo Preve è dunque uno sguaiato tifoso da “curva sud” quando definisce Hillary Clinton una “strega sionista” ( felicissima e azzeccatissima definizione!) e “sciocchi” coloro che “inneggiano alla caduta del dittatore sanguinario” che è invece, secondo lui, “un combattente antimperialista”, o non è piuttosto un lucido, ispirato e coraggioso pensatore libero???
    Ma volendo comunque scendere su questo basso terreno, penso che i 300.000 iracheni trucidati dai bombardamenti, anche al fosforo bianco, ( di cui il 40×100 era composto da bambini), avrebbero gradito e forse sarebbero stati salvati da un po’ di tifo da “curva sud” di tanti intellettuali compiacenti o silenti verso i progetti imperialistici e colonialisti degli USA.
    Constato che, saper maneggiare gli strumenti dell’intelletto e dell’erudizione in fredde disquisizioni da accademia dei perfetti, senza le necessarie connessioni etico-emotive-affettive, impedisce di cogliere il cuore pulsante della verità e della giustizia.

  35. Andrea Zhok
    venerdì, novembre 29, 2013 at 16:16

    Cara Ambretta, speravo avesse la saggezza di tacere e riflettere, ma vedo che la cosa non è nelle sue corde. Sulla sostanza di quello che dice non ho voglia di polemizzare. Quanto ai commenti sulle “fredde disquisizioni da accademia dei prefetti” e sul “cuore pulsante della verità e della giustizia” ci tengo solo a dirle che fare il tifo senza aver prima duramente lavorato per farsi un’opinione critica non è nobiltà d’animo, è solo la vanità a buon mercato di chi non si preoccupa di essere giusto, ma adora “sentirsi nel giusto”. E con ciò chiudo questa inutile conversazione.

  36. Ambretta Caleri
    domenica, dicembre 1, 2013 at 10:04

    Caro Andrea, dispiace anche a me vedere che non rispondi mai sui fatti concreti e preferisci invece offendere! Hai svicolato su tutto, perfino su Costanzo Preve… Su questo piano, lo riconosco, non si può discutere. Auguri per il tuo “duro lavoro”.

  37. Ambretta Caleri
    domenica, dicembre 1, 2013 at 11:04

    P.S.
    Andrea, mi auguro soprattutto, e questo lo dico sospendendo ogni “vis polemica”, che il tuo duro lavoro si possa colorare di quella “pietas” per i vinti, senza la quale il raggiungimento della “humanitas” (solo, grande scopo della filosofia, secondo me), rimane un traguardo lontano.
    Da ex insegnante, verso un giovane quale tu sei, con comprensione e affetto.

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