Oltre Ventotene, nonostante Ventotene. Chi può dirsi oggi autorizzato a dire “l’Europa deve”?

lunedì, 7 Settembre, 2026
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Questo articolo prosegue un precedente tentativo di capire che cosa l’integrazione europea abbia conservato, trasformato o lasciato cadere dell’eredità di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, i celebri autori del Manifesto di Ventotene, il più evocato tra i documenti storici ispiratori del processo d’integrazione europea. Quel testo ha ricevuto, a commento, una critica informata e importante, che tocca il significato della difesa comune in Spinelli, il rapporto con Schmitt, il Trattato di Lisbona e, più in generale, la distanza fra il progetto federalista delle origini e l’Unione oggi.

Due avvenimenti recentissimi suggeriscono però di formulare il problema in modo più ancora più radicale, risalendo da ciò che sta accadendo alla domanda che li accomuna.

Il 6 settembre, in Sassonia-Anhalt, Alternative für Deutschland (AfD) ha ottenuto il 43,8 per cento dei secondi voti, guadagnando 23 punti rispetto al 2021. La CDU, seconda forza, si è fermata al 17,2 per cento; SPD, Verdi e Linke sono rimasti tutti sotto il 10. Con un’affluenza salita al 77,8 per cento, l’AfD ha dunque raccolto da sola più del doppio dei voti della CDU e più voti di CDU, SPD e Verdi messi insieme.

L’AfD propone una revisione radicale di alcuni dei processi sui quali si è costruita l’Europa successiva al 1989: vuole restituire agli Stati competenze trasferite all’Unione e, in Sassonia-Anhalt, il partito è arrivato a chiedere l’uscita della Germania dall’UE; concepisce l’appartenenza al popolo in termini che il servizio di protezione della Costituzione del Land definisce etnico-genealogici; vuole riportare sotto il controllo tedesco immigrazione, asilo e frontiere; rifiuta l’ulteriore estensione verso Est dell’ordine europeo e atlantico e propone di ricostruire un rapporto di cooperazione con la Russia, lasciando l’Ucraina fuori sia dalla NATO sia dall’Unione. Lo stesso servizio di protezione della Costituzione classifica dal 2023 la sezione regionale del partito come formazione certamente estremista di destra. Non occorre qui risolvere la controversia sulla natura dell’AfD per vedere quanto direttamente il suo programma investa la questione che ci interessa: chi appartiene al «noi», dove ne passano i confini e quale ordine politico quel «noi» è autorizzato a costruire in suo nome.

Il risultato tedesco non è un risultato tedesco qualsiasi. La Sassonia-Anhalt è uno dei cinque Länder ricostituiti sul territorio della DDR al momento della Vereinigung, la riunificazione tedesca, del 1990. Quella scelta fu anche una straordinaria accelerazione dell’estensione verso Est dell’ordine europeo: il 3 ottobre, nel momento stesso in cui i territori della DDR entrarono a far parte della Repubblica federale, il diritto comunitario divenne applicabile anche a essi, senza un distinto processo di adesione alla Comunità europea. Milioni di tedeschi orientali entrarono così nel «noi» comunitario in quanto diventavano cittadini della Germania federale. Appena sedici mesi dopo, con il Trattato di Maastricht, gli Stati istituirono la cittadinanza dell’Unione, attribuendola a chiunque possedesse la cittadinanza di uno Stato membro. La successione è significativa per la domanda che qui ci interessa: la Vereinigung aveva potuto rispondere rapidamente alla domanda «chi appartiene?» attraverso uno Stato e una cittadinanza già costituiti; Maastricht cominciava invece a costruire un’appartenenza politica europea senza costituire allo stesso modo un nuovo Stato e un nuovo popolo sovrano. È dentro questa asimmetria che continua ad abitare il «noi» europeo: sappiamo giuridicamente chi è cittadino dell’Unione, assai meno immediatamente chi sia il soggetto politico autorizzato a parlare e decidere in suo nome.

Quella Vereinigung, inoltre, non fu soltanto un’estensione territoriale e giuridica. Fu un’enorme operazione redistributiva: nei primi dieci anni i trasferimenti netti verso Est superarono i mille miliardi di marchi e il solo Fonds Deutsche Einheit, istituito già nel 1990, fu portato a oltre 160 miliardi. Una parte rilevante dell’operazione fu finanziata a debito e il suo costo distribuito nel tempo fra Bund e Länder. La Germania entrò nell’euro mentre stava ancora pagando a debito la propria riunificazione: nel 1990 aveva costituito prima il «noi» politico e assunto poi il costo della sua convergenza; Maastricht avrebbe messo in comune la moneta senza mettere in comune, nello stesso modo, il soggetto politico chiamato a risponderne. Prima ancora che Est e Ovest convergessero economicamente, l’unità politica aveva dunque stabilito chi dovesse rispondere per chi: la convergenza non era la condizione necessaria per appartenere al nuovo «noi», ma una delle obbligazioni che quel «noi» assumeva nel momento stesso in cui si costituiva. Trentasei anni dopo, proprio uno di quei territori consegna un consenso senza precedenti a una forza che pone in termini radicali la questione del proprio rapporto con l’ordine politico tedesco ed europeo. Non occorre decidere qui che cosa quel voto «significhi». Basta osservare la domanda che riapre dall’interno: chi, come e perché ha titolo per dirsi parte del «noi» europeo?

Pochi giorni prima, il 29 agosto, la stessa domanda si era presentata dalla direzione opposta. L’Islanda ha votato sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea. L’affluenza è stata dell’82,6 per cento; il 52,8 per cento ha votato no e il 47,2 sì. Il referendum è formalmente consultivo e la proclamazione definitiva dei risultati avverrà dopo l’esame delle schede contestate, previsto per il 22 settembre. Qui non è una popolazione già compresa nell’Unione a interrogare dall’interno il significato della propria appartenenza, ma una popolazione europea per geografia, storia e fitte relazioni istituzionali a decidere se compiere un ulteriore passo verso quella particolare forma politica dell’Europa che è l’Unione. La Sassonia-Anhalt interroga così il confine interno del «noi»; l’Islanda quello esterno. La prima chiede che cosa accada quando chi vi appartiene già sceglie qualcosa che quel «noi» potrebbe non riconoscere come proprio; la seconda ricorda che essere europei e appartenere all’Unione europea non sono ancora, né storicamente né politicamente, la stessa cosa. Sono sfaccettature di un unico problema: chi, come e perché ha titolo per dirsi europeo? E chi, come e perché ha titolo per decidere che cosa sia buono per gli europei?

La domanda diventa più urgente nel momento in cui l’Unione è chiamata a prendere decisioni che riguardano non soltanto moneta, mercato, bilanci o regolazione, ma sicurezza, riarmo e possibilità della guerra. Se l’alternativa proposta a coloro che abitano i paesi europei dovesse restringersi fino a coincidere con quella fra questa configurazione dell’Unione europea e la guerra, il dissenso sull’Unione rischierebbe di non poter più essere trattato come una controversia interna a uno spazio politico comune: potrebbe essere letto come un indebolimento di quello spazio di fronte a una minaccia esterna, mentre chi non si riconoscesse nelle scelte compiute in nome dell’Europa potrebbe arrivare a percepire l’Unione non più come il luogo nel quale il conflitto politico viene composto, ma come una delle parti del conflitto stesso. Lo spettro che si aprirebbe non sarebbe allora soltanto quello dello scontro fra Stati europei, dal quale il progetto d’integrazione è storicamente nato per allontanarsi, ma quello di una frattura politica interna alle loro società. La questione che ritengo dovrebbe primariamente interessarci, quindi, non è dove debba andare l’Europa. È come stiamo decidendo di andarci, chi sia il soggetto del «noi» al quale attribuiamo quella decisione e in virtù di che cosa qualcuno possa dire, in suo nome, «l’Europa deve».

Il soggetto che decide

Una prima correzione riguarda Spinelli. Il confronto proposto con Schmitt poteva essere letto come un giudizio sullo Spinelli storico; non era questa la mia intenzione. Il federalismo di Spinelli nasce precisamente dalla volontà di limitare la sovranità degli Stati nazionali attraverso una federazione sovranazionale capace di rendere impossibile il ritorno delle guerre europee. Il problema che mi interessa è che cosa la storia successiva abbia mantenuto vivo, trasformato o lasciato morire dell’eredità di Spinelli, Rossi e Colorni. L’intuizione dell’insufficienza dello Stato nazionale è sopravvissuta con straordinaria forza; molto meno risolta è rimasta la domanda su quale soggetto politico dovesse ricevere i poteri trasferiti dagli Stati e attraverso quale legittimazione democratica.

Anche su Lisbona occorre, sì, essere precisi. Dopo il rifiuto francese e olandese del Trattato costituzionale nel 2005, il processo costituzionale non si arrestò semplicemente: il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, conservò gran parte delle innovazioni sostanziali del progetto precedente e attribuì alla Carta dei diritti fondamentali lo stesso valore giuridico dei Trattati. Ma proprio qui compare il verbo che m’interessa: quei referendum, secondo una delle obiezioni rivolte al mio precedente articolo, potevano essere “aggirati”, perché l’Unione era già almeno in parte una costruzione federale e disponeva di un Parlamento eletto. Prendiamo sul serio quel verbo. Se i cittadini francesi e olandesi non potevano avere l’ultima parola in quanto francesi e olandesi, perché la decisione riguardava ormai un ordinamento europeo, dove avrebbero potuto esercitare un potere equivalente in quanto europei? Non occorre sostenere che il referendum nazionale fosse la procedura giusta. Poteva essere sbagliata. Ma allora bisogna indicare quella giusta o riconoscere la peculiarità di un ordinamento che si costituzionalizza mentre il soggetto politico al quale dovrebbe appartenere quella costituzione viene a sua volta trasformato, e forse in parte prodotto, dal processo.

Il Parlamento europeo è eletto direttamente dai cittadini e condivide con il Consiglio dell’Unione gran parte delle funzioni legislative e di bilancio; ma la sua rappresentanza è degressivamente proporzionale fra Stati e non dispone, salvo eccezioni previste dai Trattati, del generale potere di iniziativa legislativa, che spetta alla Commissione. Il Consiglio europeo, composto dai capi di Stato o di governo, stabilisce invece gli orientamenti e le priorità politiche generali; il Consiglio dell’Unione, formato dai ministri nazionali, condivide la legislazione con il Parlamento. Nella maggior parte dell’attività legislativa decide a maggioranza qualificata, combinando numero degli Stati e popolazione; in materie sensibili, fra cui politica estera e di sicurezza, risorse proprie, bilancio pluriennale e alcuni ambiti fiscali, resta l’unanimità. È un problema costitutivo della democrazia europea, non un semplice difetto istituzionale da “aggirare”. Partiti, campagne elettorali, opinioni pubbliche, lingue politiche e responsabilità di governo rimangono, ma comprensibilmente, in larghissima parte nazionali, mentre le decisioni sono sempre più “europee”. A questa complessità formale si aggiunge l’asimmetria materiale fra Stati per popolazione, forza economica, capacità fiscale e militare e potere negoziale. Non basta dunque chiedere se l’Unione possieda istituzioni democratiche: le possiede. Bisogna chiedere quale soggetto politico reale emerga dalla sovrapposizione di queste diverse catene di rappresentanza e responsabilità. È attraverso questa architettura, infatti, che abbiamo imparato a parlare come se esistesse già un soggetto capace di dire “noi europei”. Ma se quel soggetto è almeno in parte prodotto dalle istituzioni che pretendono di rappresentarlo, fin dove si può spingere la nostra finzione costituente?

Volgersi indietro non significa necessariamente dichiarare fallito o interamente sacrificabile il processo. Significa rifiutare due scorciatoie: ricavare automaticamente la legittimità di ogni ulteriore integrazione dai risultati che la narrazione europea attribuisce alla propria storia – pace, diritti, prosperità – oppure considerare illegittima qualsiasi decisione che non discenda direttamente da un voto popolare. Già il primo bilancio richiederebbe di chiedere: pace, diritti e prosperità dove, quando, per chi, e attribuibili in quale misura all’integrazione europea? La storia costituzionale è comunque più complicata: le istituzioni contribuiscono a formare i popoli mentre i popoli formano e trasformano le istituzioni. Ma anche se una decisione apparisse razionale, fosse presentata come necessaria e fosse perfettamente legale, basterebbe a renderla democraticamente legittima?

Prima della decisione

È qui che il problema della rappresentanza incontra quello che mi sembra più difficile da vedere: la costruzione dell’autorità epistemica. Se non è evidente chi possa parlare democraticamente in nome dell’Europa, diventa tanto più importante osservare chi possieda l’autorità per descrivere che cosa l’Europa sia, quali siano i suoi problemi e quali soluzioni meritino d’essere ritenute realistiche.

Negli ultimi mesi ho ricostruito empiricamente circa 260 profili appartenenti ai principali luoghi della governance economica europea: BCE, Commissione, banche centrali nazionali, Meccanismo europeo di stabilità, FMI, Bank for International Settlements, università, CEPR, Bruegel e altri organismi. Non è una ricerca scientifica e non pretende di esserlo: è una mera ricognizione giornalistica, necessariamente parziale. In seguito ho seguito 30 personalità dalle carriere particolarmente lunghe e trasversali lungo quattro fasi storiche: crisi del debito fra 2010 e 2012; Quantitative Easing e Banking Union dal 2013 al 2019; pandemia, guerra ed energia fra 2020 e 2023; competitività dal 2024 al 2026. Venti delle 30 compaiono in tutte e quattro. Il campione privilegia per costruzione carriere di questo tipo e non dimostra quindi statisticamente la permanenza di una supposta “élite”. Mostra però una continuità che merita di essere indagata: nel corso di 15 anni sono cambiati profondamente gli strumenti e, in alcuni momenti, anche gli orientamenti delle politiche, molto meno le biografie, i circuiti professionali e i luoghi nei quali viene elaborato ciò che può diventare una risposta europea praticabile. Gli stessi ambienti hanno attraversato la disciplina fiscale, l’espansione monetaria, il debito comune, il ritorno degli investimenti e della politica industriale. Non emerge una cabina di regia, né la persistenza di un unico programma. Emerge piuttosto la continuità dell’infrastruttura epistemica attraverso la quale programmi anche molto diversi vengono formulati, valutati e tradotti nel linguaggio delle istituzioni. La domanda diventa allora: attraverso quali passaggi un’idea acquista lo statuto di alternativa tecnicamente seria, diventa istituzionalmente praticabile e può infine presentarsi come politicamente necessaria?

NextGenerationEU ne offre un esempio. La Commissione ha potuto indebitarsi sui mercati per conto dell’Unione su una scala inedita per finanziare uno strumento che le stesse istituzioni definiscono «eccezionale e temporaneo» e legato alla risposta alla pandemia. La discontinuità è stata resa possibile precisamente traducendola entro una cornice compatibile con limiti giuridici e politici già esistenti. Analoga è la successione degli strumenti BCE: OMT, programmi di acquisto, PEPP e TPI hanno ampliato fortemente lo spazio dell’intervento monetario, ciascuno entro una propria giustificazione e architettura giuridica. Il confine del possibile si muove, ma si muove attraverso linguaggi capaci di rendere l’innovazione istituzionalmente accettabile. Qui compare una forma di potere diversa dal lobbying tradizionale. Nel modello classico c’è un interesse, c’è un decisore e fra i due qualcuno cerca di esercitare influenza. Ma che cosa accade quando il portatore di un interesse contribuisce anche alla produzione della conoscenza attraverso la quale il decisore interpreta il problema? Qualche esempio può aiutare a capire.

Durante la crisi del debito, tema cruciale e controverso, la Confederazione europea dei sindacati chiedeva che la BCE potesse agire come prestatore e acquirente di ultima istanza per il debito sovrano, proponeva una parziale condivisione del debito attraverso Eurobond e di sottrarre determinati investimenti pubblici alle regole del pareggio di bilancio. Sono posizioni documentate già nel gennaio 2012. Negli anni successivi l’Europa non ha adottato quelle proposte nella forma indicata dalla CES, ma ha sviluppato strumenti che si sono avvicinati ad alcune delle funzioni richieste. Questo non dimostra che il sindacato avesse ragione né che abbia causato quelle svolte. Mostra però un’asimmetria: il sindacalista è immediatamente riconosciuto come rappresentante di “un interesse”, mentre l’investitore può parlare cono competenza dei “mercati”, l’imprenditore della “competitività”, il banchiere centrale della “stabilità”. Eppure tutti sono portatori sia di interessi sia di conoscenze. Non tutti gli interessi arrivano al tavolo con la stessa possibilità di chiamarsi “conoscenza”.

Altro esempio. Lo spread permette di vedere lo stesso meccanismo senza che nessun esperto debba parlare. Il differenziale fra BTP e Bund contiene certamente informazioni sulla valutazione relativa dei titoli italiani, ma il Bund svolge anche una funzione specifica di safe asset nell’area euro. La BCE stessa osserva che la domanda di sicurezza, liquidità e collaterale può produrre un convenience yield, cioè un premio che abbassa il rendimento dell’attività privilegiata; in alcuni periodi il Bund decennale è arrivato a rendere quasi 80 punti base meno di uno swap equivalente per effetto di questi servizi. Lo spread non è quindi falso: ma è una conoscenza situata. E soprattutto non si limita a descrivere, perché il giudizio di mercato modifica il costo del debito, questo modifica lo spazio fiscale e lo spazio fiscale modifica a sua volta le condizioni economiche osservate dal mercato.

Prendiamo ora la “competitività”, tema attualissimo. Che l’Europa abbia problemi di produttività, investimenti, energia e innovazione può essere una diagnosi fondata; ma la parola non contiene ancora una politica. Vista dall’investitore o dalla grande impresa, può tradursi in mercati dei capitali più profondi, scala aziendale, minori ostacoli regolatori e maggiore disponibilità di capitale di rischio. Vista dal lavoro può significare formazione, salari, organizzazione produttiva, sicurezza, mobilità e distribuzione dei guadagni di produttività. Non si tratta di scegliere a priori quale prospettiva sia vera: entrambe possono contenere conoscenze importanti. La questione è quale riesca a diventare la definizione generale del problema prima che inizi il confronto sulle soluzioni.

Anche l’impresa tecnologica, d’altronde, rende ormai insufficiente la separazione fra interesse ed expertise. La sovrapposizione diventa particolarmente visibile nel Rhine Group, fondato da Mario Draghi e Patrick Collison e diretto da Luis Garicano, che dichiara di riunire leader provenienti da governo, accademia e impresa per trasformare evidence into action. Il gruppo stesso presenta Collison come cofondatore e CEO di Stripe Technology Europe: un’impresa che ha interessi propri nell’evoluzione dei sistemi di pagamento e, nello stesso tempo, competenze e informazioni che le istituzioni hanno ragioni reali per ascoltare. Stripe è, per esempio, fra i 36 prestatori di servizi di pagamento selezionati dalla BCE nel luglio 2026 per il progetto pilota sull’euro digitale. Ma il punto non riguarda Stripe in particolare. Nel mio censimento iniziale dei 54 membri del Rhine Group, 24 provenivano dall’accademia, 23 dalle istituzioni pubbliche, 19 dalla finanza, 18 da tecnologia e industria, 14 dai think tank, cinque dai media e quattro dalle banche centrali; 38 appartenevano ad almeno due categorie e dodici ad almeno tre. Proprio perché le categorie si sovrappongono, sarebbe fuorviante leggere questa configurazione attraverso il solo schema del conflitto d’interessi: nulla di questi dati dimostra favoritismi o coordinamenti occulti. Mostrano piuttosto un problema diverso, che comincia là dove finisce quello della corruzione: attraverso quali procedure una conoscenza prodotta da soggetti situati – e talvolta direttamente interessati — acquista l’autorità di descrivere non più soltanto un interesse particolare, ma ciò che l’Europa dovrebbe riconoscere come proprio interesse generale?

Quella che possiamo chiamare tecnostruttura epistemica funziona cioè meno come una catena di comando che come una catena di traduzione. Un’esperienza particolare diventa dato; il dato diagnosi; la diagnosi entra in modelli, rapporti e consultazioni; acquista il linguaggio della stabilità, della sostenibilità, della competitività o della sicurezza; infine raggiunge la politica non più soltanto come interesse fra interessi, ma come descrizione competente della realtà entro la quale scegliere. Non occorre ordinare una decisione se si contribuisce a stabilire quali decisioni siano ragionevoli; non occorre censurare un’alternativa se essa non raggiunge mai lo statuto di proposta tecnicamente seria. Per questo interessa seguire le impronte più che attribuire occulte intenzioni: osservare dove nasce un concetto, chi lo riprende, chi viene consultato, chi finanzia la produzione dell’expertise, quali dati vengono utilizzati, quali interessi vengono dichiarati, chi partecipa alla definizione iniziale del problema e chi viene ascoltato soltanto quando le alternative sono già state formulate. La trasparenza dovrebbe servire precisamente a rendere visibili queste configurazioni prima che un eventuale conflitto d’interessi diventi uno scandalo e il dibattito venga intrappolato nella falsa alternativa fra legittimisti e complottisti.

È qui che la fragilità costituente e la forza epistemica dell’Europa s’incontrano. La “finzione Europa” è il soggetto al quale attribuiamo volontà e necessità: l’Europa deve competere, investire, difendersi, reagire. La tecnostruttura epistemica non coincide con quel soggetto e non lo governa necessariamente; contribuisce però a dargli contenuto, stabilendo che cosa significhi essere competitivi, sicuri, sostenibili o autonomi. Quanto meno è evidente chi possa parlare democraticamente in nome dell’Europa, tanto più diventa importante osservare chi possieda l’autorità epistemica per dire che cosa l’Europa è costretta a fare.

Alcune necessità, inoltre, sembrano acquisire più facilmente di altre uno statuto generale. La stabilità finanziaria riesce a presentarsi come problema dell’Europa, non delle banche; la competitività come problema dell’Europa, non delle imprese; la sicurezza come problema dell’Europa, non degli apparati militari. Casa, salario e precarietà rischiano invece di restare problemi di chi li subisce. E qualcosa di analogo può accadere oggi con la guerra: la sicurezza viene formulata come necessità generale dell’Europa, mentre il rischio ultimo della guerra – pagarla, subirla, combatterla, morirvi – resta necessariamente di coloro ai quali quella necessità viene presentata. Alcuni problemi minacciano l’Europa; altri chiedono qualcosa all’Europa. La domanda non è se questa gerarchia sia necessariamente sbagliata, ma chi contribuisca a stabilirla e perché alcune conoscenze particolari riescano più facilmente di altre a universalizzare il proprio punto di vista.

Quando il dissenso diventa influenza

Lo stesso problema si presenta sul terreno della sicurezza. Un’alternativa alla strategia di deterrenza prescelta può essere geopoliticamente ingenua; una posizione sulla Russia divergente dal consenso strategico può riprodurre argomenti utilizzati dalla propaganda russa. Ma prima ancora di stabilire quale politica sia giusta dobbiamo stabilire quali ragioni abbiano diritto a essere considerate ragioni politiche. Propaganda, finanziamento occulto e operazioni straniere di influenza precedono le piattaforme digitali. Queste ultime ne hanno enormemente modificato scala, velocità, profilazione e possibilità di coordinamento. Una democrazia ha il dovere di perseguire operazioni clandestine dirette ad alterarne il processo politico; deve però poter applicare criteri che non cambino secondo la provenienza dell’influenza o secondo il risultato politico che essa favorisce. Il criterio democratico deve precedere l’identificazione del nemico. Che una potenza straniera sostenga una determinata posizione, che cerchi deliberatamente di aumentarne il consenso e che chiunque sostenga quella posizione sia per questo espressione dell’influenza straniera sono tre proposizioni diverse. La terza non discende dalle prime due. Una democrazia deve poter contrastare l’operazione ostile e insieme preservare il diritto del cittadino a giungere autonomamente anche alla conclusione preferita dall’avversario. Altrimenti basterebbe al nemico sostenere una posizione perché quella posizione diventasse sospetta quando la sostiene uno dei nostri cittadini. Una democrazia non è tale perché tutto è decidibile. È tale anche perché deve rimanere democraticamente contestabile il confine fra ciò che è decidibile e ciò che non lo è.

La più grande delle crisi

La successione delle crisi europee ha mostrato che non tutte le emergenze possiedono la stessa capacità di modificare le regole. Per anni la disciplina fiscale ha costituito uno dei criteri con cui veniva giudicata la serietà delle alternative. La pandemia ha reso possibile l’attivazione della clausola generale di salvaguardia e il grande ricorso all’indebitamento comune di NextGenerationEU; oggi la sicurezza ha aperto un nuovo spazio di eccezione fiscale. La clausola nazionale di salvaguardia per la difesa consente agli Stati che l’hanno attivata di deviare temporaneamente dai percorsi di spesa previsti dalle regole europee per quattro anni a partire dal 2025, entro un margine annuo massimo dell’1,5 per cento del PIL fino al 2028.

Non significa che quelle eccezioni siano equivalenti o ingiustificate. Significa che anche il confine del possibile è politico e cambia quando cambia ciò che riconosciamo come necessario.

È proprio qui che la questione diventa più grave. Di quanta competenza dovrebbe avere bisogno un cittadino per meritare di dire sì o no alla guerra? Dovrebbe poter disporre della migliore conoscenza possibile: intelligence, analisi militare, storia, economia, diplomazia, valutazione dei rischi. Ma non deve superare un esame per meritare sovranità: la competenza può renderne più consapevole l’esercizio, non costituire la condizione per avervi titolo. La funzione democratica dell’expertise è mettere la migliore conoscenza disponibile al servizio della decisione, non trasformare la conoscenza in un titolo superiore a decidere. Il generale conosce la guerra meglio del cittadino; l’intelligence conosce minacce alle quali il cittadino non ha accesso; l’industria della difesa conosce tecnologie e capacità produttive; l’investitore conosce il costo finanziario del riarmo. Sono competenze reali, indispensabili e situate. Nessuna conferisce, in quanto tale, un titolo maggiore a decidere quale rischio ultimo una comunità sia disposta – o moralmente obbligata – a correre. Non occorre conoscere la guerra quanto un generale per avere il diritto di non volerla; e non occorre conoscerla quanto un generale per riconoscere, in determinate circostanze, il dovere di farla. La democrazia non garantisce che il popolo scelga la pace. Dovrebbe però garantire che, soprattutto quando si tratta della guerra, la scelta resti nelle sue mani e non venga presentata come una conseguenza inevitabile delle circostanze.

Non sostengo, come peraltro non lo sostiene la mia interlocutrice, che la guerra sia inevitabile, né che la politica europea di deterrenza e riarmo sia necessariamente sbagliata. M’interessa qui discutere il processo, tutt’altro che nuovo, attraverso il quale una politica acquista lo statuto di necessità, non giudicarne il merito. Potremmo persino concludere che la minaccia sia stata valutata correttamente e che rafforzare la difesa sia indispensabile. Ma proprio quanto più grave è la minaccia, tanto meno l’emergenza può sostituire la legittimazione: se la politica è giusta, la domanda su chi sia autorizzato a deciderla in nome dell’Europa diventa più urgente, non meno. È per questo che abbiamo un obbligo, prima ancora che politico, morale: volgerci indietro verso il processo attraverso il quale abbiamo costruito l’Europa e domandarci da dove derivi e in quale ordine si sia formata la sua legittimità democratica. Non per dichiararlo fallito e neppure per eleggere con eccessiva disinvoltura lo Stato nazionale a soluzione precostituita, ma perché il processo europeo sta investendo fiscalità, industria, sicurezza e infine la possibilità della guerra. A questo punto diventa impossibile separare completamente la domanda “che cosa dobbiamo fare?” dalla domanda “chi è autorizzato a dire che dobbiamo farlo?”.

Chi è l’autore del “noi”?

Forse una bandiera racconta l’ambiguità di questo «noi» meglio di molte definizioni. Quella della federazione degli Stati Uniti d’America conserva nelle tredici strisce la memoria delle colonie originarie e aggiunge una stella quando un nuovo Stato entra nella federazione: il simbolo registra la propria storia e rimane aperto al suo proseguimento. La bandiera di quelli che, almeno nel progetto federalista, dovrebbero un giorno diventare gli Stati Uniti d’Europa compie l’operazione esattamente opposta. Le dodici stelle non corrispondono al numero degli Stati e rimangono dodici indipendentemente dagli allargamenti dell’Unione: secondo le stesse istituzioni europee rappresentano unità, completezza e armonia. Non è necessariamente un difetto. Può essere, anzi, una delle intuizioni più nobili dell’esperimento europeo: cercare un’appartenenza che non dipenda dalla nascita, dalla lingua, dalla religione, dall’etnia, da un eroe o da una vittoria militare, ma da principi nei quali chiunque possa riconoscersi. Gli Stati Uniti hanno costruito un’idea comune attraverso una storia; l’Europa ha cercato un’idea comune astraendo dalle storie. Le stelle americane registrano un “noi” che si è formato nel tempo, attraverso conquiste, genocidi, trattati, guerre civili; quelle europee rappresentano un “noi” già compiuto nella forma, mentre il soggetto storico al quale quella forma dovrebbe corrispondere continua, almeno in parte, a essere costituito.

Se l’Europa non può fondare la propria appartenenza sulla “naturalità” di un popolo preesistente o sulla semplice eredità di uno Stato, deve poterla fondare con ancora maggiore forza sulla possibilità dei suoi cittadini di riconoscersi come autori delle decisioni prese in loro nome. È qui che la retorica antipopulista, antinazionalista e anche antifascista può assumere una funzione cinicamente e ipocritamente strumentale i cui effetti controproducenti sono difficili da negare: quando valori destinati a fondare la comunità diventano criteri per stabilire preventivamente quali espressioni della volontà popolare possano essere riconosciute come autenticamente “europee”. Se il cittadino appartiene pienamente al “noi” soltanto finché sceglie ciò che quel “noi” è già stato definito come obbligato a scegliere, la scelta rischia di ridursi alla ratifica di una necessità epistemica preordinata. Quanto più il “noi” europeo aspira a essere una comunità di scelta anziché di nascita, tanto meno può permettersi che l’autorità epistemica e la necessità tecnica prendano il posto della scelta politica e siano invocate come tali. È questo, forse, che rende urgente tornare alla domanda costituente delle origini. Non per stabilire se siamo abbastanza europei, né per decidere qui se le istituzioni abbiano ragione o torto sulla Russia, sulla difesa o sul riarmo. Potremmo concludere che abbiano ragione su tutto. Ma una comunità politica che pretende di fondarsi sulla pace, sulla libertà, sulla democrazia e sui diritti non può ricavare da quei valori un’autorizzazione permanente a parlare in nome di coloro che li condividono, purché li condividano nel modo in cui li interpreta lei.

Lei chi?

Questa è la domanda che ritorna. Se l’Europa vuole essere una comunità di scelta, deve continuamente mostrare attraverso quali procedure quel nome collettivo appartenga anche a chi dissente dalle decisioni prese in suo nome. La questione decisiva, allora, non è soltanto che cosa l’Europa debba scegliere. È chi possa dire che ha scelto.

E soltanto dopo possiamo domandarci: chi è autorizzato a dire “l’Europa deve”?

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