Nei giorni scorsi ho condiviso sul mio profilo Facebook, definendolo semplicemente «informativo e interessante», un articolo di Arnaud Bertrand, imprenditore francese nel settore tecnologico e commentatore di questioni geopolitiche, nel quale sviluppa una critica radicale dei risultati del processo di integrazione europea.
Lo si può trovare sul suo Substack, Arnaud Bertrand.
Bertrand parte dalla recente riproposizione degli «Stati Uniti d’Europa» per confrontare le ambizioni che hanno accompagnato l’integrazione con l’evoluzione del peso economico, tecnologico e geopolitico del continente negli ultimi decenni.
Tra le reazioni ricevute sono ricorse obiezioni formulate in termini sarcastici e retoriche di questo tenore: «Che cosa ci dice che, senza l’Unione Europea, le cose sarebbero andate meglio? Avremmo forse trovato giacimenti di materie prime nel sottosuolo tedesco?». Ma anche accuse di «uso manipolatorio dei dati» e «inconsequenzialità logica», senza che venissero accompagnate da specificazioni ed esempi cogenti.
È un modo stigmatizzante, più che argomentativo, di discutere, a voler essere generosi, sempre più diffuso. Lo riscontro anche su argomenti assai diversi, per esempio nelle discussioni storiografiche sulle determinanti della Seconda guerra mondiale o sul carattere della Resistenza partigiana posto a confronto con la guerra di difesa dell’Ucraina. Sono stato persino accusato di «revisionismo storico» per aver ricordato che il patto Molotov-Ribbentrop non può essere spiegato prescindendo dal contesto precedente, compresa la Conferenza di Monaco. Qualunque cosa si intenda con l’espressione stigmatizzante «revisionista», spiegare storicamente non significa giustificare eticamente o politicamente. Vale per l’Unione Sovietica che invase la Polonia orientale come per la Polonia che, in un altro contesto storico, perseguì militarmente un proprio progetto federativo nell’Europa orientale.
Il sarcasmo, purtroppo, non costituisce un argomento, men che meno un buon argomento. Dietro quelle formulazioni, tuttavia, si può intravedere un’obiezione almeno in apparenza più seria, che può valere la pena di discutere: per attribuire alle scelte compiute nel processo di integrazione una responsabilità nei risultati ottenuti, si dice, dovremmo dimostrare che, in una storia alternativa nella quale l’integrazione non fosse avvenuta o avesse assunto forme differenti, l’Europa avrebbe conseguito risultati migliori.
È precisamente questo criterio che vorrei mettere in discussione. Quella storia alternativa, per definizione, non è osservabile. Pretenderne la dimostrazione rischia di trasformare una corretta cautela metodologica — correlazione non significa causalità — in una singolare immunità dell’esperienza realmente compiuta. Nessuna politica potrebbe essere seriamente giudicata sulla base dei propri risultati se, dinanzi a ogni insuccesso, fosse sempre possibile rispondere che senza di essa le cose sarebbero potute andare ancora peggio.
La domanda interessante non è dunque se possiamo dimostrare che «senza Europa» tutto sarebbe andato meglio. È se l’Europa che abbiamo costruito fosse l’unica Europa possibile; se le istituzioni e le politiche scelte abbiano raggiunto gli obiettivi che si proponevano; se abbiano saputo adattarsi quando il mondo è cambiato; e se sia ancora possibile discutere forme diverse di cooperazione continentale senza essere subito ricondotti alla falsa alternativa tra questa Unione e il ritorno ai nazionalismi.
È da queste domande, più che dalla condivisione delle conclusioni di Bertrand, che nasce questo articolo.
Ciò che Bertrand semplifica e ciò che resta da spiegare
L’articolo di Bertrand, esaminato nel dettaglio, presenta punti discutibili, derivanti soprattutto da semplificazioni a scopo retorico.
La Francia di de Gaulle, per esempio, non uscì propriamente dalla NATO, bensì dalla sua struttura militare integrata. Maastricht non creò l’integrazione europea «dal nulla». Soprattutto, la caduta della quota europea sul PIL mondiale non dimostra, da sola, che sia stata causata dall’Unione Europea. L’ascesa della Cina e delle altre economie emergenti avrebbe comunque ridimensionato il peso relativo europeo. Bene.
Liquidare così Bertrand, però, sarebbe troppo facile. Resta un dato che merita di essere spiegato: mentre la quota americana del PIL mondiale ha sostanzialmente retto, quella europea è fortemente diminuita. E non soltanto nel PIL. L’Europa ha perso posizioni in numerose tecnologie strategiche e sopporta costi energetici che ne penalizzano la competitività: il rapporto Draghi stima prezzi dell’elettricità per l’industria europea da due a tre volte quelli di Stati Uniti e Cina.
Qualcuno è in grado di dimostrare il contrario?
Il problema, allora, diventa la capacità di apprendere dall’esperienza. L’architettura definita a Maastricht rispondeva in larga misura a problemi che avevano segnato i decenni precedenti: inflazione, deficit pubblici, instabilità monetaria e tensioni fra valute europee. Di lì un modello fondato sull’indipendenza della futura banca centrale, sulla priorità attribuita alla stabilità dei prezzi, sulla convergenza e sulla disciplina fiscale.
Da allora sono arrivati l’ascesa della Cina, la rivoluzione digitale, la crisi finanziaria, processi di deindustrializzazione, la transizione energetica e l’intelligenza artificiale. Il mondo è cambiato ben più del paradigma chiamato a governarlo.
Non «più Europa» o «meno Europa», ma quale Europa?
Non si tratta necessariamente di scegliere tra «più Europa» e «meno Europa». Bisogna chiedersi quale Europa. Esiste forse un solo modo per concepire la convergenza europea, e questo modo è adeguatamente incarnato dall’Unione Europea che conosciamo?
La storia dice di no. Il federalismo di Spinelli proponeva una vera federazione politica; l’«Europa delle patrie» di de Gaulle privilegiava la cooperazione fra Stati sovrani; l’EFTA praticò un’integrazione economica essenzialmente intergovernativa; la CECA aveva scelto l’integrazione graduale di settori strategici. L’alternativa non è mai stata semplicemente «Maastricht o nazionalismo». Non lo è stata per interi decenni.
Che cosa è accaduto, quindi, perché sia diventato così difficile discutere, o anche soltanto tentare di concepire, un’idea diversa di cooperazione tra gli Stati del continente, capace di tutelarne gli interessi sulla base di principi di maggiore equità economica, prudenza e autonomia strategica nei rapporti con le grandi potenze?
La Vereinigung e Maastricht
Una parte della risposta può essere cercata nel tornante del 1989-1992. È necessario, tuttavia, evitare una ricostruzione troppo semplice.
L’unione monetaria europea non nacque come risposta alla riunificazione tedesca. Il Comitato Delors era stato istituito nel giugno 1988 e il suo rapporto fu presentato nell’aprile 1989, prima della caduta del Muro. Il progetto di una politica monetaria comune, di un sistema europeo di banche centrali e di un coordinamento vincolante delle politiche economiche era dunque già sul tavolo.
La Vereinigung cambiò però radicalmente il contesto nel quale quel progetto doveva essere realizzato. Per quarant’anni l’integrazione europea occidentale si era sviluppata con una Germania divisa, territorialmente incompleta e inserita nell’equilibrio bipolare della Guerra fredda. Nel giro di pochi mesi ricompariva invece al centro del continente uno Stato tedesco unificato, demograficamente ed economicamente dominante nell’Europa comunitaria. Alla questione monetaria si sovrapponeva così inevitabilmente quella politica: come inserire il nuovo peso tedesco in un ordine europeo stabile?
Per la Francia, la moneta unica offriva anche la possibilità di trasformare una situazione nella quale il marco esercitava già una funzione dominante nello Sistema monetario europeo. La politica della Bundesbank, grazie alla credibilità conquistata nella lotta all’inflazione, costituiva infatti un punto di riferimento al quale le altre banche centrali dovevano in larga misura adattarsi se volevano mantenere stabili i cambi. La moneta comune poteva essere vista quindi non soltanto come una rinuncia francese alla sovranità monetaria, ma anche come un modo per europeizzare un potere monetario che era già in larga misura tedesco.
Dal punto di vista tedesco, tuttavia, abbandonare il marco significava rinunciare a una delle istituzioni nelle quali la Repubblica federale aveva concentrato maggiore fiducia. La futura moneta comune doveva pertanto possedere caratteristiche fondamentali del modello Bundesbank: indipendenza della banca centrale, priorità alla stabilità dei prezzi, forti limiti al finanziamento monetario dei governi e disciplina dei bilanci pubblici.
È in questo senso — e non in quello semplicistico di uno scambio segreto fra riunificazione ed euro — che si può parlare di un rapporto profondo fra Vereinigung e Maastricht. L’unificazione tedesca rese più urgente il problema di come incorporare la nuova potenza tedesca in un ordine europeo; l’unione monetaria offrì una delle risposte. Ma quella risposta comportò anche che l’Europa comune assorbisse una parte importante della cultura monetaria che aveva reso il marco la valuta dominante del sistema precedente.
Il paradosso della Bundesbank
Qui emerge però un paradosso ancora più interessante.
La stessa Bundesbank aveva avvertito che una moneta comune non sarebbe bastata. Karl Otto Pöhl, già prima di Maastricht, sottolineava il rischio che, una volta eliminato il cambio come strumento di aggiustamento e in assenza di adeguati meccanismi compensativi, le economie più deboli potessero indebolirsi ulteriormente e quelle più forti rafforzarsi. Da questa prospettiva, un’unione monetaria stabile difficilmente poteva essere separata da un’integrazione più profonda delle politiche fiscali, regionali e sociali.
Il problema era presente anche nei lavori preparatori del rapporto Delors. I documenti del Comitato mostrano chiaramente la consapevolezza che una politica monetaria unica avrebbe dovuto convivere con un’ampia gamma di decisioni economiche lasciate alle autorità nazionali e locali. Proprio per questo si discutevano un quadro macroeconomico concordato, regole vincolanti e forme di coordinamento delle politiche fiscali.
Maastricht risolse questa tensione in una maniera particolare: centralizzò la moneta senza centralizzare in misura equivalente il bilancio pubblico.
Ne risultò un’architettura asimmetrica. Una sola politica monetaria, ma molte politiche fiscali; una sola valuta, ma sistemi produttivi, mercati del lavoro e sistemi previdenziali differenti; libertà di movimento dei capitali, ma una capacità di trasferimento fiscale tra territori incomparabilmente inferiore a quella presente nelle normali federazioni; eliminazione della svalutazione nazionale, ma senza un bilancio federale di dimensioni tali da sostituirla come strumento di assorbimento degli shock.
L’ipotesi era che questa costruzione potesse reggersi attraverso la **convergenza**. I paesi sarebbero entrati nella moneta unica dopo aver dimostrato sufficiente stabilità dei prezzi, dei cambi, dei tassi d’interesse e delle finanze pubbliche. Una volta entrati, disciplina fiscale, responsabilità nazionale e mercati finanziari avrebbero dovuto contenere le divergenze. I valori del 3 per cento per il deficit e del 60 per cento per il debito divennero l’espressione più conosciuta di questa filosofia.
Ma convergere prima di entrare in una moneta comune non significa necessariamente continuare a convergere dopo esservi entrati.
La moneta unica eliminò il rischio di cambio tra i paesi partecipanti e favorì una forte integrazione finanziaria, ma non eliminò le differenze di produttività, struttura industriale, competitività, demografia e capacità fiscale. Quando tali differenze si accumulano, uno Stato che non dispone più del cambio deve aggiustarsi attraverso altri canali: prezzi, salari, occupazione, mobilità del lavoro, bilancio pubblico oppure trasferimenti provenienti dal resto dell’unione.
La crisi dell’euro rese manifesta questa asimmetria. Il quadro originario non disponeva di tutti gli strumenti che si sarebbero poi rivelati necessari per affrontare una crisi sistemica di quella portata. Furono quindi costruiti successivamente meccanismi che Maastricht non aveva contemplato nella stessa forma: fondi di assistenza finanziaria, ESM, unione bancaria e nuovi strumenti della BCE.
Quando cambiano le premesse
Questo non significa che Maastricht fosse necessariamente «sbagliato» nel 1992. Significa qualcosa di più interessante: alcune delle condizioni nelle quali quella costruzione poteva apparire plausibile non sono rimaste immutate.
La prima era un mondo nel quale il problema monetario dominante appariva l’inflazione. L’Europa ha invece conosciuto, per una parte consistente del periodo successivo alla crisi finanziaria, il problema opposto: inflazione persistentemente troppo bassa e tassi d’interesse prossimi o inferiori allo zero.
La seconda era un’economia mondiale nella quale l’Europa possedeva ancora una posizione industriale e tecnologica assai più forte e la Cina non era ancora la grande potenza manifatturiera e tecnologica che sarebbe diventata.
La terza era un contesto energetico e geopolitico nel quale la disponibilità di energia relativamente economica e l’espansione della globalizzazione consentivano di trattare sicurezza energetica, politica industriale e difesa come problemi in buona misura separabili dalla politica economica.
La quarta era l’aspettativa, presente almeno in una parte del progetto europeo, che l’integrazione monetaria producesse o favorisse una crescente convergenza politica. Ma la federazione fiscale e politica che alcuni consideravano il naturale complemento della moneta comune non è arrivata.
È rimasto invece un sistema ibrido: abbastanza integrato da sottrarre agli Stati alcuni fondamentali strumenti di aggiustamento, ma non abbastanza integrato da sostituirli integralmente con strumenti federali.
È questo, forse, il punto sul quale dovrebbe concentrarsi oggi la discussione. Non stabilire retrospettivamente se Maastricht fosse «buono» o «cattivo», ma chiedersi quali condizioni ne rendevano plausibile l’architettura, quali si siano effettivamente realizzate e quali siano invece venute meno.
Neppure tutti gli Stati considerarono inevitabile quella particolare traiettoria. La Gran Bretagna firmò Maastricht, ma ottenne un opt-out dalla terza fase dell’Unione economica e monetaria e quindi dall’obbligo di adottare la moneta unica; rimase inoltre fuori dal sistema Schengen. Molto prima della Brexit, Londra distingueva dunque tra cooperazione europea e progressiva unificazione istituzionale: partecipare al mercato comune e alla cooperazione politica non implicava necessariamente condividere moneta, frontiere e sovranità in ogni campo.
Energia, industria e sicurezza
Oggi l’energia rende questa discussione urgentemente concreta. Energia strutturalmente costosa significa maggiori costi industriali, pressione sui prezzi e sui redditi reali, minore capacità di consumo e investimento e, quando intervengono compensazioni pubbliche, possibili maggiori oneri fiscali. Limitarsi a sussidiare le bollette rischia di socializzare il costo della dipendenza senza rimuoverne le cause.
Occorre discutere piuttosto una politica dell’offerta: rinnovabili, accumuli e reti, ma anche nucleare se eticamente, politicamente e, anzitutto, economicamente praticabile; contratti di lungo periodo che riducano l’esposizione alle oscillazioni del gas; diversificazione degli approvvigionamenti per non sostituire una dipendenza con un’altra; acquisti coordinati capaci di sfruttare il peso negoziale europeo; investimenti in interconnessioni, stoccaggio ed efficienza.
Significativamente, diverse misure dirette ad affrontare strutturalmente l’elevato costo dell’energia sono presenti nello stesso rapporto Draghi.
C’è infine un’asimmetria contemporanea che meriterebbe almeno di essere discussa. Con ReArm Europe/Readiness 2030 l’Unione ha individuato nella difesa una priorità tale da giustificare una significativa mobilitazione di risorse.
I circa 800 miliardi indicati dalla Commissione non costituiscono, è bene precisarlo, un nuovo fondo europeo da 800 miliardi. Circa 650 miliardi rappresentano la stima del potenziale spazio fiscale aggiuntivo che potrebbe derivare nell’arco di quattro anni dall’aumento della spesa nazionale per la difesa consentito dalla clausola di salvaguardia; altri 150 miliardi consistono invece nei prestiti SAFE, finanziati dall’Unione raccogliendo risorse sui mercati dei capitali.
La questione, quindi, non è se l’Europa debba o non debba provvedere alla propria sicurezza. Una maggiore capacità europea di difesa può essere ritenuta necessaria per ragioni strategiche che meritano una discussione autonoma. La domanda pertinente in questa sede è un’altra: perché una deroga così significativa alle regole fiscali è considerata possibile per la difesa, mentre la stessa logica non viene applicata con analoga intensità agli investimenti necessari a rimuovere alcuni dei principali vincoli strutturali alla competitività europea?
Energia, reti elettriche, infrastrutture, ricerca, tecnologie critiche e capacità industriale non sono questioni estranee alla sicurezza. Determinano anche la capacità di un continente di sostenere nel lungo periodo una politica di difesa autonoma. Una strategia che aumentasse la spesa militare senza affrontare contemporaneamente il costo dell’energia, la debolezza degli investimenti e il ritardo tecnologico rischierebbe di intervenire sulla manifestazione geopolitica della debolezza europea senza modificarne alcune delle cause economiche.
Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che la nuova spesa europea per la difesa sia destinata soltanto ad alimentare l’industria militare extraeuropea. SAFE contiene requisiti di origine volti a privilegiare la base industriale europea e dei paesi associati: in linea generale, non più del 35 per cento del costo dei componenti può provenire da paesi esterni all’Unione, all’Ucraina e ai paesi EEA/EFTA; per determinate categorie di sistemi sono previste inoltre condizioni volte a limitare dipendenze tecnologiche da paesi terzi.
L’obiettivo dichiarato è precisamente quello di rafforzare la base industriale e tecnologica europea della difesa.
Ma questo rende la domanda più interessante, non meno: quale base industriale europea stiamo costruendo, dove sarà localizzata e secondo quale distribuzione di capacità, tecnologie, costi e potere industriale fra gli Stati?
Una politica europea della difesa non dovrebbe essere giudicata soltanto dalla quantità di denaro mobilitata, ma dalla capacità di trasformare quella spesa in produzione, ricerca, proprietà tecnologica, infrastrutture e autonomia decisionale europee, secondo un equilibrio sostenibile fra gli interessi dei paesi che la finanziano.
Le regole non sono leggi naturali
Questo riporta la discussione al problema da cui siamo partiti. Se circostanze geopolitiche eccezionali consentono di allentare temporaneamente alcuni vincoli fiscali, significa che quei vincoli non costituiscono leggi economiche naturali. Sono regole istituzionali, costruite per conseguire determinati obiettivi e modificabili quando una diversa valutazione delle priorità collettive lo rende necessario.
Non ne consegue che qualsiasi spesa pubblica possa o debba essere finanziata in deficit. Ne consegue però una domanda legittima: quali condizioni devono verificarsi perché l’Europa consideri un investimento abbastanza strategico da giustificare maggiore spazio fiscale?
E perché sicurezza energetica, autonomia tecnologica, infrastrutture e capacità industriale dovrebbero essere concettualmente separate dalla sicurezza militare, quando della possibilità stessa di sostenerla costituiscono una parte delle precondizioni?
C’è, infine, un aspetto ancora più interessante. Readiness 2030 non risponde alla necessità di maggiori investimenti creando semplicemente un bilancio federale europeo della difesa delle dimensioni annunciate. Una parte fondamentale del meccanismo consiste invece nel concedere agli Stati maggiore spazio fiscale per perseguire una priorità strategica concordata a livello europeo.
È una soluzione che merita attenzione proprio perché suggerisce che la scelta non debba necessariamente esaurirsi nell’alternativa tra centralizzazione europea e recupero integrale delle sovranità nazionali. Possono esistere configurazioni intermedie: Stati che conservano capacità fiscali e politiche proprie, ma concordano obiettivi strategici, standard comuni, investimenti coordinati, interoperabilità e forme di finanziamento condivise.
In altre parole, la stessa evoluzione dell’Unione sembra mostrare che l’integrazione europea può assumere forme differenti a seconda del problema che deve risolvere.
Ed è difficile allora comprendere perché discutere questa pluralità di forme debba essere considerato un arretramento rispetto all’idea europea, anziché uno dei modi possibili per ripensarla.
Tornare alla domanda
Bertrand forza il ragionamento quando trasforma la coincidenza tra maggiore integrazione e declino relativo in una causalità dimostrata. Ma l’obiezione opposta rischia un errore speculare: rendere l’architettura europea impermeabile all’esperienza pretendendo dai suoi critici la prova di una storia alternativa inosservabile.
Dopo oltre trent’anni da Maastricht, non basta rispondere a ogni difficoltà che occorre «più Europa». Bisogna stabilire quale Europa, quali politiche abbiano funzionato, quali non abbiano prodotto i risultati attesi e quali presupposti storici siano venuti meno.
L’alternativa all’Europa che abbiamo non è necessariamente «la fine dell’Europa»: potrebbe essere esattamente il contrario.
Può essere un’altra concezione della cooperazione europea, capace di sottrarsi alla polarizzazione che tende a ridurre il dibattito alla contrapposizione tra adesione al processo di integrazione esistente e ripiegamento nazionalista. Una cooperazione nella quale l’integrazione non costituisca un fine che trova in se stesso la propria giustificazione, ma uno strumento da valutare, di volta in volta, sulla base dei problemi che riesce effettivamente a risolvere.
Se questa possibilità non può neppure essere discussa, l’Unione rischia di cessare di essere uno strumento politico sottoposto alla prova dei risultati per diventare un principio che trova, tanto nei successi quanto nei fallimenti, sempre la stessa conferma.
E forse è proprio questa la domanda che le obiezioni sarcastiche da cui siamo partiti finiscono involontariamente per rendere più urgente: se non possiamo dimostrare quale sarebbe stata la storia di un’Europa diversa, per quale ragione dovremmo considerare quella che abbiamo come l’unica che fosse possibile costruire?
Documentazione essenziale
— Committee for the Study of Economic and Monetary Union, Report on Economic and Monetary Union in the European Community («Delors Report»), 1989; e documenti preparatori conservati negli Historical Archives della BCE.
— Trattato sull’Unione europea, Maastricht, 7 febbraio 1992, con relativi protocolli sull’Unione economica e monetaria.
— Deutsche Bundesbank, documentazione storica sull’Unione economica e monetaria e sugli interventi di Karl Otto Pöhl relativi a convergenza, politica fiscale e unione monetaria.
— UK Parliament, Hansard, dibattiti sui negoziati di Maastricht, 1991; documentazione parlamentare sull’opt-out britannico dalla moneta unica e sulla partecipazione a Schengen.
— NATO, France and NATO, documentazione storica sul ritiro francese dalla struttura militare integrata nel 1966 e sulla reintegrazione del 2009.
— Mario Draghi, The Future of European Competitiveness, Commissione europea, 2024.
— International Monetary Fund, World Economic Outlook Database, serie storiche sul PIL mondiale.
— Australian Strategic Policy Institute, Critical Technology Tracker.
— European Commission, White Paper for European Defence – Readiness 2030 e documentazione sul piano ReArm Europe/Readiness 2030.
— Council of the European Union, documentazione sullo strumento SAFE – Security Action for Europe e sull’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per la spesa per la difesa.
— Arnaud Bertrand, intervento sull’evoluzione del peso economico, tecnologico e geopolitico europeo, 2026, pubblicato sul Substack dell’autore.


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