A 150 anni dall’Unità: l’Italia tra (mito) pop padano e crisi dell’Europa. Una rassegna del dibattito e qualche spunto

domenica, maggio 23, 2010
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Copertina del trimestrale dell'associazione nazionale veterani e reduci garibaldini Camicia Rossa, dedicato a Ippolito Nievo

Copertina del trimestrale dell'associazione nazionale veterani e reduci garibaldini Camicia Rossa, dedicato a Ippolito Nievo

«La nazione presuppone un passato; essa tuttavia si ricapitola nel presente per un fatto tangibile: l’assenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare la vita comune. L’esistenza di una nazione è, mi si perdoni la metafora, un plebiscito di tutti i giorni, un’affermazione perpetua di vita. C’è, dunque, un fondamento di volontà e di libera scelta nella decisione di appartenere a una storia comune e a un destino comune che noi chiamiamo “nazione”»

(Ernest Renan, Che cos’è una nazione?, conferenza alla Sorbona nel 1882, Donzelli, 1993)

«E se scrivere storia significa fare storia del presente, è grande libro di storia quello che nel presente aiuta le forze in sviluppo a divenire più consapevoli di se stesse e quindi più concretamente attive e fattive»

«Il difetto massimo di tutte queste interpretazioni ideologiche del Risorgimento consiste in ciò che esse sono state meramente ideologiche, cioè che non si rivolgevano a suscitare forze politiche attuali»

(Antonio Gramsci, Il Risorgimento,
Editori Riuniti, 1991)

Sono iniziate le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, in uno stillicidio di polemiche politiche e giornalistiche non di rado stravaganti. L’Italia, con l’Europa tutta e non solo, sta affrontando un momento non ordinario della sua storia. Da un lato, causa anche la stretta economica, è evidente la crisi di fiducia non solo dei cittadini, bensì dei Paesi, nei confronti di un’unificazione europea forte: monetaria, economica, politica. Dall’altro, è sempre più diffusa e trasversale la tentazione di molte forze politiche e culturali di investire il residuo capitale di consenso verso i mitici “territori” (al plurale): vere o supposte oasi identitarie di prossimità, capaci di svolgere il ruolo di beni rifugio rispetto alla bancarotta (anche letterale) delle politiche nazionali. In mezzo, il Risorgimento. Eroica rinascita della nostra identità o unilaterale e dunque brutale conquista? Modernizzazione necessaria o caduta più o meno fortunosa nella barbarie? Tutti modi, in fondo, di porsi la fatale domanda: fu (è) vera unità (e naturalmente gloria)? Difficile dire fino a che punto abbia senso oggi una così accesa messa in questione del nostro processo unitario. In fondo, in Gran Bretagna o in Francia non ridiscutono al calor bianco a ogni ricorrenza del “terrore” di Cromwell o degli espropri rivoluzionari alla Chiesa; ma neppure in Germania della rappresentatività rispetto alle masse contadine degli Junker prussiani che fecero la nazione… In ogni caso, abbiamo raccolto alcuni dei contributi che da un anno a questa parte sono stati offerti sul tema da storici, sociologi, pubblicisti. Oltre a qualche piccolo spunto di riflessione, che sarebbe bello ampliare, su metodo, utilità e danno della ricerca storica oggi. Una sola cosa vale la pena di notare. Gran parte degli argomenti, se non tutti, portati dai detrattori (anche ferocissimi) del Risorgimento, sono stati a lungo moneta corrente nella sinistra liberal-democratica, radical-progressista e marxista italiana. Oggi, invece, vengono riletti e riproposti “da destra” in chiave localistica e/o cattolica ultrà. Con un’importante differenza, tuttavia: che se “da sinistra” non è mai stato seriamente messo in discussione il processo di unificazione come tale, ma semmai la sua adeguatezza e limitatezza a paragone di altre esperienze europee, oggi esso è posto in questione tout court, facendone discendere pressoché tutti i mali (o presunti tali) d’Italia. Non è cosa che si possa trascurare. E merita certo una riflessione e una risposta. Ma quali sono oggi gli strumenti metodologici a nostra disposizione per offrirla? Per molte delle narrazioni del Risorgimento evocate dal dibattito, sembra in effetti ancora valere quello che Antonio Gramsci scriveva nei suoi Quaderni sulla storia feticistica, che riduce il rapporto tra passato e presente nei termini di una consequenzialità rigida e intessuta di ricostruzioni mitologiche in cui: «Il problema di ricercare le origini storiche di un evento concreto e circostanziato, – la formazione dello Stato moderno italiano nel secolo XIX – viene trasformato in quello di vedere questo Stato, come Unità o come Nazione o genericamente come Italia, in tutta la storia precedente così come il pollo deve esistere nell’uovo fecondato». L’aggravante, oggi, è data dal venir meno della credibilità in generale della ricerca storica (e insieme macrosociologica) in quanto tale, dallo smarrimento di un’idea non soltanto forte ma qualsiasi di definitezza dei suoi oggetti e scientificità dei suoi metodi. Così le narrazioni diventano fai-da-te, si moltiplicano, mescolando alto e basso, divulgazione libellistica e storiografia “seria”, fino a esplodere in una nebulosa di aneddoti da cui ciascuno attinge quel che gli conviene, magari invocando la massima (insulsa) in base alla quale essa, la storia, è sempre revisionista. Nel problema del “vero” valore del Risorgimento, allora, si riflette quello, teorico e dunque filosofico, di se e come si possa ancora costruire (e decostruire) legittimamente (ovvero: secondo ragione) una memoria e identità collettiva: Italiana, Europea o… Padana.

————— rassegna (migliorabile) del dibattito in corso

Che cosa significa essere italiani, di Ilvo Diamanti (Limesonline, 27/01/2010)

«Esiste l’Italia? Questa è una domanda che mette in imbarazzo. Perfino la Lega, da picconatrice del tricolore a difensore dell’identità nazionale contro gli immigrati. Tra mille fratture territoriali finora abbiamo fatto finta di niente. Ma arriva l’anniversario dell’unità… Non è chiaro a cosa ci si riferisca quando si parla di “identità nazionale”» (continua) ».

La nazione oscurata, di Guido Crainz (Repubblica, 04/05/2010)

«Non va sottovalutato il valore simbolico e politico delle affermazioni del ministro della Repubblica Roberto Calderoli. Non va sottovalutato il segnale che danno al Paese (continua) ».

Risorgimento da ripensare, di Franco Cardini (da www.francocardini.net)

«Siamo in pieno 150° dell’Unità d’Italia, atto forse centrale, forse al contrario finale e risolutivo del processo d’unificazione nazionale e del movimento risorgimentale. Detto così, è tutto liscio. Invece, tutto appare da ripensare e da rivedere (e non cominciamo col tormentone-ricatto dei “revisionismo”: la storia, o è revisione o non è niente). (continua) ».

Unità d’Italia non conformista, di Sergio Soave (Il Foglio 5/05/2010)

«Un festeggiamento obbligatorio e insincero, al contrario di quanto affermato due giorni fa anche da Giulio Andreotti in un’intervista su Repubblica, avrebbe il sapore di una manifestazione convocata con cartolina precetto. (continua) ».

“Tutta l’Italia è indifferente all’Unità” (intervista a Emilio Gentile de Il Riformista, 18/05/2010)

«I nostri 150 anni. Parla lo storico Emilio Gentile a un secolo e mezzo dal fatidico 1861: «Ci sono più di due nazioni nel nostro Paese. Il federalismo non sarà un processo pacifico». (continua) ».

Centocinquant’anni d’Italia o ventuno secoli di Patria?, di Paolo Quercia (Limesonline, 15/03/2010)
«Quanti secoli ha l’Italia? Appena uno e mezzo, se usiamo il metro dell’unità amministrativa. Almeno il doppio se risaliamo alla nascita di quel desiderio storico e politico d’Italia, prima letterario e poi d’azione, che emerge nel nostro paese a partire dal settecento e che nell’ottocento assumerà le forme del Risorgimento. Ma l’Italia non nasce affatto con il Risorgimento, che ne è solo la tarda realizzazione politico militare. (continua) ».

Ascolta su Fahrenheit: Nascita di una nazione (27/11/09), Il puzzle dell’Unità (27/04/10)

————— il dibattito tra agosto e settembre del 2009

Luca Ricolfi, Sulla disunità d’Italia (La Stampa, 15/08/09)
Giovanni Valentini, Fratelli divisi d’Italia (Repubblica, 17/08/09)
Ernesto Galli della Loggia, La nazione abbandonata (Corriere della Sera, 23/08/09)
Enrico Maria Rusconi, Quale Unità d’Italia celebriamo? (La Stampa, 25/08/09)
Giuseppe Galasso, L’Unità precede il Risorgimento (Corriere della Sera, 31/08/09)
Francesco Agnoli, Abbasso il Risorgimento (Il Foglio, 26/09/09)

————— spunti per una riflessione metodologica

Il tramonto dei sociologi, di Carlo Galli (Repubblica, 01/05/2010)

«Dagli anni ´60 in poi le scienze sociali hanno dominato la lettura della realtà: ogni fenomeno veniva interpretato attraverso gli occhiali di questa disciplina. Ma tra l´invasione dei “tuttologi” e gli eccessi specialistici ora è cominciato il declino E gli intellettuali di riferimento sono diventati gli economisti, i filosofi, gli antropologi. (continua) ».

Il mistero da svelare di un mondo postnazionale, di Francesco Antonelli (Il Manifesto, 22\04\2010)

«La sociologia in movimento. È questo il titolo del XVII congresso internazionale di sociologia che si svolgerà dall’11 al 17 luglio a Gothenburg in Svezia (continua) ».

L’Insorgenza come categoria storico-politica, di Giovanni Cantoni (a cura dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale 2009)

«Fra le ragioni all’origine dell’oblìo che ha accompagnato e che accompagna da circa due secoli il fenomeno dell’Insorgenza in Italia (1792-1815) (1) ha avuto e ha certamente parte rilevante la “malizia ideologica” di storici e di storiografi» (continua) ».

Del Risorgimento si sono smarriti i fatti. In occasione dell’uscita del suo libro Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (Laterza), Lucio Villari definisce il Risorgimento “humus fondamentale delle nostre origini”, sottolineandone il valore di processo modernizzatore del paese (continua).

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